Danilo Giuffrida, gli tolsero patente perché gay. Due Ministeri gli devono 100 mila euro

di redazione Blitz
Pubblicato il 1 marzo 2018 11:44 | Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2018 12:20
Maxi risarcimento per Danilo Giuffrida. Gli tolsero la patente perché gay

Danilo Giuffrida, gli tolsero patente perché gay. Due Ministeri gli devono 100 mila euro

PALERMO – Alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale. Due mesi dopo gli è arrivata una lettera della Motorizzazione: c’era scritto che lui non aveva le capacità piscofisiche per ottenere la patente per “disturbo dell’identità sessuale”. Inizia così il calvario di Danilo Giuffrida, catanese di 35 anni, che dopo quasi 15 anni si vedrà finalmente risarcito dai ministeri della Difesa e dei Trasporti. Entrambi gli dovranno versare 100 mila euro a titolo di riparazione dei danni subiti.

La Corte d’appello di Palermo ha infatti riformato la decisione dei giudici di secondo grado di Catania che, il 10 aprile del 2011, avevano confermato la sentenza del 2008, ma avevano ridotto da 100 a 20mila euro il risarcimento.

La Cassazione, su ricorso dell’avvocato Giuseppe Lipera, ha annullato con rinvio la sentenza sull’entità del risarcimento sottolineando “la gravità del comportamento” dei due ministeri visto che “l’identità sessuale è da ascrivere” al “diritto costituzionale inviolabile della persona” e che Giuffrida era stato vittima di “un vero e proprio e intollerabilmente reiterato comportamento di omofobia”.

Per i giudici di Palermo “una somma inferiore ai 100mila euro non sarebbe idonea al ristoro dei pregiudizi subiti”.

I due ministeri, compreso quello della Difesa che non si è presentato in giudizio, sono stati condannati dalla Corte d’appello di Palermo anche a pagare le spese processuali di tutti i giudizi fino ad oggi sostenuti da Giuffrida.

“E’ una vittoria non personale del singolo – affermano in una nota Danilo Giuffrida e il suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera – ma di tutti coloro che ogni giorno sono costretti a sopportare condotte intollerabili che offendono la dignità della persona e dell’individuo, i quali non devono subire discriminazioni in base alle proprie scelte sessuali, specie se tali comportamenti provengono dalle Istituzioni Pubbliche nell’esercizio delle loro funzioni amministrative”.

“Speriamo che questa sentenza, ma soprattutto quella della Corte di Cassazione – aggiungono – sia un monito non soltanto per le Amministrazioni, ma per qualsiasi rappresentazione della società, sia essa privata o pubblica, in maniera da rendere eguali i diritti della persona e del cittadino, senza subire discriminazioni di nessun tipo, siano esse di genere, siano esse di altra natura, ma sempre di sprezzante riluttanza al nostro senso etico, morale e giuridico”.