Rigopiano, parla il superstite Giampiero Parete: “Non vogliamo soldi, solo la verità”

di redazione Blitz
Pubblicato il 9 Dicembre 2019 21:50 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2019 21:50
Rigopiano, parla il superstite Giampiero Parete: "Non vogliamo soldi, solo la verità"

Giampiero Parete con la moglie e i figlioletti, tutti sopravvissuti alla tragedia di Rigopiano (Foto archivio Ansa)

PESCARA – “Non vogliamo soldi, vogliamo solo che la verità venga fuori”. A parlare è Giampiero Parete, uno degli 11 superstiti della tragedia di Rigopiano. E’ scampato miracolosamente insieme alla moglie e i due figli alla distruzione dell’albergo di Farindola (Pescara) sotterrato da una valanga. Una catastrofe costata la vita a 29 persone.

Ai microfoni di Radio Cusano Campus, ospite della trasmissione “Cosa succede in città” condotta da Emanuela Valente, il cuoco di Pescara parla dell’inchiesta madre e dell’archiviazione delle accuse per 22 indagati. Tra questi, anche tre ex governatori della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi.

Per prima cosa Parete ricorda quel tragico 18 gennaio 2017, la slavina, le macerie, l’angoscia, le vittime. E il silenzio che ha scandito le ore dell’attesa dei soccorsi, dalla valanga che si è abbattuta il 18 gennaio pomeriggio all’arrivo dei vigili del fuoco avvenuto all’alba del 19 gennaio.

La tragedia e il silenzio dell’attesa

“La valanga mi ha sfiorato, ero andato in macchina a prendere una cosa e ho visto e sentito tutto – ha raccontato Parete – Non so come non sia rimasto coinvolto anche io, la mole della valanga era incredibile. E’ stata una questione di pochi metri. Vuol dire che non era la mia ora. Ho chiamato due volte i soccorsi, non era possibile camminare, c’era un mare di neve fresca intorno a me. I soccorsi sono arrivati all’alba del 19 gennaio, il giorno dopo il disastro, ho atteso ore, che mi sono sembrate interminabili, in compagnia del manutentore dell’hotel anche lui rimasto illeso. Ho vissuto una situazione surreale e con la sensazione che fosse irreale, come se stessi assistendo a un film. Mi ricordo, come se fosse ieri, il silenzio più totale, eravamo nel nulla più totale. Mi sono sentito completamente abbandonato”.

Il trauma per i bambini

“I miei figli, Ludovica e Gianfilippo, avevano 6 e 8 anni. Prima della tragedia, per loro la neve era gioia, una cosa bella. Oggi è un incubo. Quel 18 gennaio 2017 ha lasciato strascichi che ci porteremo dietro a vita. Per esempio, prima di alloggiare in un albergo i miei bambini vogliono vedere prima la struttura, si devono sentire tranquilli, che sia nuovo, che non ci siano montagne vicino. Ricordiamo tutto con dispiacere, magari esistesse una spina che una volta staccata ci faccia dimenticare quei momenti. Momenti che sono vivi e si fanno ancora più prepotenti nella nostra memoria quando arriva l’inverno, la neve o l’allarme meteo. Stiamo male”.

L’inchiesta e l’archiviazione per 22 indagati 

“Adesso sarà una battaglia dura. Mi sono costituito parte civile perché la mia famiglia ed io vogliamo giustizia. Non vogliamo soldi, non ci interessano, noi abbiamo già vinto. Vogliamo solo che la verità venga fuori, per le vittime, per quelle persone che ho visto prima che accadesse il finimondo. Le ho tutte nel cuore. Spesso penso a chi ha detto l’ultimo arrivederci a me, a chi ha preso l’ultimo caffè al bar vicino a me. Sono cose che ti segnano”.

Fonte: Radio Cusano Campus