Serle, la famiglia del ladro albanese ucciso chiede i danni a Mirco Franzoni (già condannato per omicidio)

di Alberto Francavilla
Pubblicato il 13 giugno 2019 9:18 | Ultimo aggiornamento: 13 giugno 2019 9:18
Serle, la famiglia del ladro albanese Eduardo Ndoj ucciso chiede i danni a Mirco Franzoni (già condannato per omicidio)-

Serle, la famiglia del ladro albanese ucciso chiede i danni a Mirco Franzoni (già condannato per omicidio) (foto d’archivio Ansa)

ROMA – La famiglia del ladro albanese ucciso a Serle nel 2014 chiede i danni all’uomo che gli ha sparato. I parenti di Eduard Ndoj, ladro albanese di 26 anni ucciso nel paese in provincia di Brescia nel dicembre del 2014, ha avviato la procedura di messa in mora nei confronti di Mirco Franzoni, condannato a nove anni e 4 mesi di carcere per omicidio volontario. Lo scrive il Giornale di Brescia.

Ndoj venne freddato con un colpo di fucile diverse ore dopo essere entrato nell’abitazione del fratello di Franzoni e in una zona del paese diversa rispetto alla villetta presa di mira. La famiglia della vittima ha fatto causa per chiedere il pagamento del risarcimento da 125mila euro disposto dai giudici di primo grado, confermato in appello, ma, scrive il Giornale di Brescia, mai versato dall’imputato. “Non ha mai chiesto scusa e neppure ha mai fatto un gesto verso la famiglia Ndoj. Chiediamo solo il rispetto della sentenza”, ha detto l’avvocato Alessia Brignoli, legale di parte civile nel processo per il delitto di Serle.

Era la notte del 14 dicembre 2013, quando Eduard Ndoj, albanese di 26 anni, si introdusse a casa del fratello di Franzoni a Serle, in provincia di Brescia. “Tra le certezze emerse – scrive la Corte d’Assise di Brescia nelle motivazioni della condanna – c’è che Mirco Franzoni quella sera ha esploso non un colpo di fucile bensì due. Il primo probabilmente in aria per spaventare i ladri in fuga e il secondo all’indirizzo di Eduard Ndoj, ucciso”.

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Per i giudici di Brescia, “nel decidere di affrontare i ladri con un fucile Mirco Franzoni ha posto in essere un’azione gravemente azzardata di stampo venatorio, probabilmente indotta dalla consuetudine e dimestichezza con l’uso delle armi e forse anche, da un autoctono fattore culturale giustizialista“.

Stando alla sentenza, “Franzoni nel compiere una valutazione tra due interessi, il recupero della refurtiva di cui peraltro non era il titolare e l’integrità fisica della vittima, ha consapevolmente privilegiato il primo a discapito del secondo, trascurando l’abissale divario esistente tra valori per loro natura non assimilabili e finendo così con il sopprimere una vita umana”. (Fonti Ansa e Giornale di Brescia).