Paziente non vede più dall'occhio e va dal medico che lo rassicura ma era un ictus, avrà 800mila euro di risarcimento (foto ANSA) - Blitz quotidiano
La vicenda giudiziaria prende avvio il 9 aprile 2015, quando un cinquantenne residente a Piacenza si reca dal proprio medico di medicina generale a causa di un sintomo improvviso e allarmante: una temporanea perdita della vista all’occhio destro. Il disturbo viene diagnosticato come “amaurosi fugace”, una condizione che può essere collegata a problemi di natura vascolare. Il medico, ipotizzando la possibilità di un attacco ischemico transitorio (Tia), decide di prescrivere un esame eco-doppler, ma senza indicarne l’urgenza.
Il giorno successivo il paziente si sottopone all’accertamento in un poliambulatorio cittadino, che evidenzia nel referto la presenza di “piccole placche ateromasiche calcificate ostruttive”. Tornato dal medico per riferire l’esito dell’esame, l’uomo viene rassicurato: il dottore ritiene il quadro non particolarmente preoccupante e prescrive una terapia preventiva a base di farmaci antiaggreganti e antipertensivi.
L’ictus e l’avvio della causa civile
Nonostante le rassicurazioni, la situazione precipita alcune settimane più tardi. Il 25 maggio 2015 l’uomo si sveglia con una paralisi completa della parte sinistra del corpo e con gravi difficoltà nel linguaggio. Trasportato d’urgenza al pronto soccorso, i sanitari diagnosticano un “ictus ischemico con trombosi”, che lascia il paziente con esiti permanenti e una grave disabilità. A quel punto l’uomo decide di intraprendere un’azione legale contro il medico, chiedendo un risarcimento per i danni subiti. Il procedimento viene esaminato dal Tribunale civile di Piacenza, che dispone una perizia medico-legale per accertare eventuali responsabilità professionali nella gestione iniziale del caso.
La sentenza e il concorso di colpa
Con una sentenza firmata dal giudice Antonio Fazio e depositata nei giorni scorsi, il Tribunale riconosce una responsabilità prevalente del medico, quantificata nel 65 per cento. Secondo il giudice, il professionista “si è limitato a prescrivere un esame senza ulteriori indicazioni”, senza avviare un percorso diagnostico urgente né indirizzare il paziente verso uno specialista neurologo, nonostante la presenza di “placche ostruttive” chiaramente indicate nel referto.
Tuttavia, viene riconosciuto anche un concorso di colpa del paziente pari al 35 per cento: l’uomo, forte fumatore e iperteso, non avrebbe seguito uno stile di vita adeguato né adottato le precauzioni già consigliate in passato da altri medici. Per questo motivo il risarcimento viene ridotto, ma resta comunque molto elevato: circa 800 mila euro a carico del medico.
