(Foto Ansa)
Per i ricercatori stranieri che scelgono l’Italia come sede della propria attività scientifica, il percorso può trasformarsi in una lunga corsa a ostacoli burocratici. A pesare maggiormente è soprattutto la gestione del permesso di soggiorno, il cui rinnovo può richiedere mesi e finire per condizionare tanto la vita quotidiana quanto il lavoro, impedendo anche trasferte, congressi e attività sperimentali all’estero.
I racconti
A raccontarlo sono quattro astronomi e astrofisici stranieri attraverso le testimonianze raccolte dall’Istituto Nazionale di Astrofisica e pubblicate da Media Inaf.
“Sono stata costretta a perdere un’occasione molto importante e rara a marzo 2026 – racconta un’astronoma che sta completando nel nostro paese un dottorato su galassie e buchi neri – quando avrei dovuto recarmi in Cile per effettuare osservazioni delle galassie. Là avrei anche avuto l’opportunità di tenere allo European Southern Observatory (Eso) un seminario sul mio lavoro”.
Dopo oltre sette mesi, però, il rinnovo del suo permesso non era ancora arrivato e la ricercatrice ha dovuto rinunciare al viaggio.
“La procedura prevede il ritiro del kit di richiesta, la preparazione di tutti i documenti, la consegna all’ufficio postale, il pagamento delle tasse, la presentazione in questura per il rilevamento delle impronte digitali e, infine, l’attesa fino al rilascio del permesso”, spiega una ricercatrice che studia le atmosfere planetarie. “Sulla carta sembra semplice, ma nella pratica può diventare complicato, perché uffici diversi a volte forniscono informazioni o interpretazioni diverse dei requisiti”.
Nonostante i progressi compiuti per rendere l’Italia più attrattiva per gli scienziati stranieri, le lentezze amministrative restano un problema.
“Ogni volta che parlo con colleghi scienziati del mio paese, li scoraggio vivamente dal venire in Italia per motivi di ricerca, a causa degli ostacoli burocratici che incidono sulle condizioni di vita di base”, osserva un ricercatore.
Eppure, sottolinea un collega, “La comunità scientifica qui è eccezionale e la qualità della ricerca è al tempo stesso stimolante e gratificante”. “Ma le difficoltà burocratiche possono diventare così opprimenti da far sembrare la ricerca un’attività secondaria – aggiunge – mentre districarsi tra le procedure amministrative diventa l’obiettivo principale, soprattutto quando il sostegno istituzionale è limitato”.
Per Martina Cardillo dell’Iaps-Inaf di Roma, tutor dei dottorandi extra-Ue, serve un intervento diretto delle istituzioni: “Se le università e gli enti di ricerca chiedessero e ottenessero un canale diretto per gestire queste situazioni sarebbe un passo avanti importante”. E avverte: “Non si tratta di ottenere privilegi per i ricercatori, ma è un fatto che questi ragazzi arrivano in Italia con una borsa di studio o un contratto italiano, quindi sono letteralmente invitati da noi a fare ricerca nel nostro paese. Dopodiché – prosegue Cardillo – arrivano qui e si ritrovano totalmente abbandonati. La ricerca è mondiale: chiudersi, o anche non far niente di più del minimo necessario per aprirsi, significa perdere menti brillanti”.
