Trasferita da Roma a Jesi, si dimette dopo cinque giorni: niente Naspi, il Tribunale respinge il ricorso (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Una lavoratrice con oltre vent’anni di servizio nella stessa azienda ha visto respinta la richiesta di ottenere la Naspi dopo essersi dimessa in seguito al trasferimento dalla sede di Roma a quella di Jesi. Il Tribunale di Velletri ha stabilito che non sussistevano i presupposti della giusta causa, ritenendo che la prosecuzione del rapporto di lavoro non fosse diventata oggettivamente impossibile.
La dipendente era impiegata in una società specializzata nella revisione, nel collaudo e nella manutenzione delle bombole a metano per automobili e autobus. Assunta il 20 ottobre 2003, aveva lavorato per oltre vent’anni nella sede romana, osservando un orario dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 16.20.
Il 9 gennaio 2024 l’azienda le aveva comunicato il trasferimento presso lo stabilimento di Jesi, con decorrenza dal 1 febbraio. Dopo aver prestato servizio nella nuova sede per cinque giorni lavorativi, l’8 febbraio la donna ha presentato le dimissioni per giusta causa, divenute efficaci il 16 febbraio. Nello stesso giorno ha inoltrato domanda per ottenere l’indennità di disoccupazione Naspi, respinta dall’Inps il successivo 19 marzo.
Per il giudice non è stata dimostrata l’impossibilità di continuare il lavoro
Nel ricorso la lavoratrice sosteneva che il trasferimento fosse incompatibile con la prosecuzione del rapporto, considerando la distanza di circa 300 chilometri tra la propria abitazione di Pomezia e la sede di Jesi. Secondo il Tribunale, tuttavia, questa circostanza da sola non basta a dimostrare l’esistenza della giusta causa.
Il giudice ha riconosciuto che affrontare quotidianamente un tragitto così lungo avrebbe comportato tempi e costi significativi. Allo stesso tempo, però, ha evidenziato che la dipendente avrebbe potuto valutare la possibilità di soggiornare a Jesi o nelle vicinanze durante i giorni lavorativi, limitando così gli spostamenti.
Nella sentenza viene inoltre sottolineato come la lavoratrice non abbia fornito elementi concreti sui costi di un eventuale alloggio né abbia dimostrato che tale soluzione sarebbe stata economicamente insostenibile.
Ricorso respinto e condanna alle spese legali
Un altro elemento ritenuto decisivo dal Tribunale è stato il breve periodo trascorso nella nuova sede prima delle dimissioni. I cinque giorni effettivi di lavoro a Jesi sono stati considerati insufficienti per dimostrare che il trasferimento avesse reso impossibile la prosecuzione del rapporto lavorativo.
Per questo motivo il giudice ha qualificato le dimissioni come volontarie, escludendo la sussistenza della giusta causa e, di conseguenza, il diritto a percepire la Naspi.
Oltre al rigetto del ricorso, la decisione comporta anche una condanna economica per l’ex dipendente, che dovrà sostenere le spese del giudizio, quantificate in circa 3.300 euro. La sentenza ribadisce così che, per ottenere la Naspi dopo dimissioni motivate da un trasferimento, è necessario dimostrare con elementi concreti e documentati che il cambio di sede renda realmente impossibile la prosecuzione dell’attività lavorativa.
