Donne d’Impresa: Amira Makhlouf. Dalla Palestina arriva a Siena una voce per il cambiamento e l’empowerment femminile nel mondo - Blitz Quotidiano
Nata ad Haifa, in una terra segnata da culture, religioni e identità diverse, Amira Makhlouf porta dentro di sé una storia che attraversa confini geografici e umani. Parla arabo, ebraico, inglese e italiano e da circa trent’anni vive lontano dalla sua terra d’origine. Ha vissuto in diversi Paesi, tra cui Inghilterra, Stati Uniti e Italia, affrontando esperienze che hanno profondamente formato la donna che è oggi. La sua non è stata una vita costruita seguendo una strada lineare. Ha conosciuto da vicino le difficoltà economiche, la solitudine, la necessità di ricominciare, le sfide dell’essere donna e madre e quei momenti in cui la vita sembra togliere ogni certezza.
Proprio dalle esperienze più difficili Amira ha imparato una delle lezioni che oggi cerca di trasmettere agli altri. Cresciuta in un ambiente familiare attraversato da religioni e culture differenti, ha sviluppato fin da giovane una propria ricerca spirituale e una visione di Dio che va oltre le divisioni religiose. Per lei la fede non rappresenta soltanto qualcosa da cercare all’esterno, ma una forza che ogni essere umano può ritrovare anche dentro di sé. Una convinzione che l’ha accompagnata soprattutto nei momenti più difficili.Oggi vive in Toscana, a Siena ed è madre di Yani, suo figlio di 16 anni, che frequenta il liceo.
Essere madre è stata una delle esperienze che più hanno contribuito a definire il suo percorso. In alcuni dei periodi più complessi della sua vita, Amira ha dovuto trovare la forza non soltanto per sé stessa, ma anche per suo figlio. Ed è proprio allora che ha compreso quanto spesso le persone scoprano la propria forza solo quando non hanno altra scelta che diventare forti. Negli anni ha deciso di investire nella propria crescita personale e nella formazione. Ha studiato Metafisica presso la University of Metaphysical Sciences in California e ha approfondito temi legati alla crescita personale, alla leadership, alla comunicazione e all’empowerment.
Ma ciò che più ha formato il suo modo di vedere la vita- racconta- rimane la vita stessa. Da queste sue esperienze personali nasce Extraordinary Speakers. Il progetto nato per creare spazi in cui soprattutto le donne potessero avere il coraggio e l’opportunità di raccontare la propria storia, attraverso incontri e conferenze internazionali, Amira ha riunito donne provenienti da Paesi, culture e percorsi professionali differenti, affrontando temi come leadership, resilienza, indipendenza, crescita personale, salute, parità, violenza, paura e trasformazione. Racconta Amira “Ci sono persone che non saliranno mai su un grande palcoscenico, ma la loro storia può cambiare la vita di qualcuno. Ci sono donne che non hanno mai avuto voce, persone che nessuno ha mai ascoltato, storie che meritano però di essere conosciute.” Da qui nasce Extraordinary Voices: una visione che vuole andare oltre il palco.
Per Amira, infatti, l’impatto non si misura soltanto attraverso grandi numeri o grandi organizzazioni. A volte può iniziare da una singola persona. Uno dei progetti che meglio rappresenta questa sua filosofia si trova in Uganda. Il rapporto di Amira con alcune comunità ugandesi nasce dal desiderio di aiutare donne e ragazze che vivono situazioni di forte vulnerabilità economica e sociale. Amira non voleva limitarsi a una forma di assistenza temporanea, voleva contribuire a creare qualcosa capace di offrire uno strumento per costruire il proprio futuro. Attraverso iniziative ed eventi di beneficenza è così nato un progetto per portare macchine da cucire in Uganda. Grazie a queste macchine, alcune donne hanno potuto iniziare a imparare un mestiere e creare una possibile fonte di reddito.
Il sogno futuro di Amira è ampliare questo progetto fino alla creazione di una vera School for Skills in Uganda. Un luogo in cui donne e giovani possano acquisire competenze concrete: cucito, lingua inglese, matematica di base, imprenditorialità e strumenti utili per poter costruire una maggiore autonomia. Oggi Amira guarda al futuro con una visione ancora più grande: Extraordinary Voices vuole diventare un movimento internazionale capace di collegare persone, storie, culture e progetti.
Non soltanto donne di successo nel senso tradizionale del termine, ma anche persone che hanno trasformato un’esperienza difficile in conoscenza, servizio o cambiamento. Il suo sogno è continuare a creare ponti tra persone, Paesi e culture, amplificare voci che meritano di essere ascoltate e trasformare sempre più le parole in azioni concrete. Per conoscerla meglio e di più le abbiamo chiesto:
Come sono oggi i suoi rapporti con la Palestina, suo Paese d’origine? Cosa pensa della situazione attuale?
La Palestina per me non è semplicemente un luogo geografico. È una parte di ciò che sono. Sono nata ad Haifa e ho lasciato la mia terra molti anni fa. Da allora ho vissuto in diversi Paesi e ho costruito la mia vita soprattutto in Italia. Sono diventata una cittadina del mondo. Ho imparato che possiamo lasciare fisicamente un luogo senza che quel luogo lasci mai noi. La Palestina vive dentro di me attraverso i ricordi, la famiglia, la lingua, i profumi, la cultura, le contraddizioni e anche il dolore. Quello che sta accadendo mi tocca quindi profondamente. Prima ancora di qualsiasi posizione politica, io vedo la sofferenza umana.
Vedo madri che hanno paura per i propri figli. Vedo bambini che dovrebbero pensare alla scuola e al proprio futuro e che invece crescono circondati dalla paura. Vedo famiglie che perdono ciò che avevano costruito. E credo che davanti alla sofferenza di persone innocenti non dovremmo mai perdere la nostra umanità. La mia storia personale, però, mi rende forse impossibile guardare quella terra attraverso una divisione semplicistica tra “noi” e “loro”. Sono cresciuta attraversando identità, culture e religioni differenti. Parlo arabo ed ebraico. Conosco mondi che troppo spesso vengono descritti soltanto attraverso il conflitto.
Per questo credo profondamente che non dobbiamo essere costretti a odiare un popolo per poter amare il nostro. Possiamo difendere la dignità, i diritti e la libertà del popolo palestinese senza perdere la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro. La sofferenza di un essere umano non dovrebbe mai valere meno di quella di un altro. Forse anche per questo tutta la mia vita mi sta portando verso il tema della voce. Perché quando togliamo a una persona la sua storia, rischiamo di trasformarla soltanto in un numero, in un’etichetta, in una nazionalità o in una religione. Quando invece ascoltiamo veramente la storia di qualcuno, torniamo a vedere l’essere umano. Io sono orgogliosa delle mie radici palestinesi e non potrei mai cancellarle
Ma il mio sogno va oltre. Vorrei vedere una generazione di bambini palestinesi e israeliani capace un giorno di crescere senza dover ereditare automaticamente le paure, l’odio e le ferite delle generazioni precedenti.Vorrei che potessero avere il diritto di vivere, studiare, sognare, viaggiare e costruire il proprio futuro in dignità e sicurezza. Qualcuno potrebbe dire che è un sogno troppo grande. Ma la mia vita mi ha insegnato che quasi ogni cambiamento importante è iniziato da qualcosa che, all’inizio, sembrava impossibile.
Dopo aver vissuto a Londra e negli USA, è arrivata in Italia, in particolare a Siena. Qual è stata la sua esperienza più significativa che le ha permesso di trovare anche un lavoro così importante come quello di poter aiutare tante donne in difficoltà?
Il mio arrivo a Siena non è stato semplice. Anche se all’epoca avevo mio marito ( che non eravamo sposati) , dentro di me mi sentivo molto sola. Non era facile fare amicizia, integrarsi o trovare il proprio posto in una città che, almeno inizialmente, mi sembrava piuttosto chiusa verso chi arrivava da fuori. C’erano poi le difficoltà molto concrete: il permesso di soggiorno, la lingua, trovare un lavoro, imparare a muovermi in una nuova realtà e costruire una vita quasi da zero. Mi ci è voluto molto tempo. Ho fatto tanti lavori diversi pur di andare avanti: ho lavorato nel turismo, insegnato lingue, guardato bambini, fatto pulizie.
Ho fatto quello che era necessario fare. Il prezzo, a volte, è stato molto alto. Ma io sentivo di non avere una vera alternativa nella mia mente c’era una sola direzione: sopravvivere. Quando non avevo soluzioni fuori di me, ho dovuto iniziare a cercarle dentro di me. A un certo punto ho cominciato a chiedermi: “Che cosa posso offrire io a questa città? Che cosa posso dare in cambio del posto che sto cercando di costruirmi nel mondo?” Quella domanda ha cambiato qualcosa: ho iniziato a frequentare alcune donne straniere. All’inizio eravamo forse sei persone, un piccolo gruppo di donne che avevano bisogno soprattutto di incontrarsi e conoscersi.
Da quel piccolo gruppo, negli anni, è nata una vera comunità. Oggi tante donne mi considerano un punto di riferimento, ma la cosa straordinaria è che tutto è nato proprio dalla mia stessa solitudine. Ho creato per altre donne quello che io stessa avevo cercato per tanti anni: un luogo in cui sentirsi accolte, viste e parte di qualcosa. Credo che molte delle cose più importanti che ho costruito siano nate così: da una mancanza che ho deciso di trasformare in qualcosa da offrire agli altri.
Ha un suo progetto ancora da realizzare?
Sì. In realtà sento che ci sono ancora molte cose da costruire. Uno dei progetti che porto maggiormente nel cuore è quello in Uganda, che voglio assolutamente continuare e ampliare. Abbiamo iniziato portando macchine da cucire e creando opportunità per alcune donne di imparare un mestiere. Per me questo rappresenta esattamente il tipo di aiuto in cui credo: non soltanto dare qualcosa per risolvere un bisogno momentaneo, ma offrire strumenti che possano permettere a una persona di costruire il proprio futuro.
Il mio grande sogno rimane quello di creare una School for Skills, uno spazio in cui donne e giovani possano imparare competenze concrete, diventare più indipendenti. Parallelamente sta nascendo una nuova evoluzione di un progetto che mi accompagna da anni. Extraordinary Speakers sta diventando Extraordinary Voices. Voglio ampliare questa visione e creare uno spazio che possa arrivare a molte più persone. Non soltanto speaker o donne già affermate, ma persone comuni con storie straordinarie, persone che hanno attraversato qualcosa e hanno una voce, un’esperienza o un messaggio che può essere utile a qualcun altro. Vorrei che Extraordinary Voices diventasse uno spazio senza confini, capace di collegare persone, culture, storie e progetti.
Cosa augura a suo figlio, oggi adolescente?
A mio figlio auguro, prima di tutto, di essere una persona buona. Per me questa è la cosa più importante. Gli auguro di avere fede, di ricordarsi sempre che la forza che cerca fuori spesso è già dentro di lui e che, anche nei momenti difficili, può trovare dentro di sé le risorse per andare avanti. Gli auguro di studiare, di essere curioso, di non smettere mai di imparare e soprattutto di non fermarsi davanti agli ostacoli. Vorrei che viaggiasse, che conoscesse il mondo, culture diverse, persone diverse e modi diversi di vivere e di pensare.
Credo che viaggiare apra la mente e il cuore e ci insegni a guardare la vita da prospettive nuove. Ma soprattutto gli auguro di rimanere sempre fedele ai valori che ho cercato di trasmettergli: il rispetto, la gentilezza, l’onestà, la gratitudine, la dignità e la capacità di vedere l’essere umano prima di ogni differenza. Non mi interessa che diventi semplicemente una persona di successo. Mi interessa che diventi un uomo di valore.
Ha qualche rimpianto in particolare per qualcosa che non le è riuscito?
Se oggi qualcuno mi chiedesse: “Rifaresti tutta la strada che hai fatto?”, sinceramente risponderei no. È stata una strada molto difficile. Ho conosciuto cosa significa non avere una casa, non avere soldi, sentirsi soli, avere paura del futuro. Sono rimasta troppo a lungo in alcune relazioni e situazioni che non erano sane per me. Avrei dovuto imparare molto prima a dire no. No a ciò che mi faceva male. No a ciò che diminuiva il mio valore. No a ciò che mi impediva di essere me stessa. E soprattutto avrei dovuto imparare prima a dire sì a me stessa.
Questo forse è il mio rimpianto più grande: aver impiegato così tanti anni per comprendere il mio valore. Oggi credo che molte delle cose che non hanno funzionato semplicemente non fossero destinate a me. Le porte chiuse, che un tempo vivevo come fallimenti, oggi a volte le vedo come segnali. La vita mi ha insegnato a cambiare direzione, a “pivotare”. Quando una strada non si apre, invece di continuare a battere disperatamente sulla stessa porta, ho imparato a fermarmi e chiedermi: “Forse c’è un’altra strada che ancora non riesco a vedere?” Non tutto ciò che perdiamo è una perdita.
Qual è la sua più grande soddisfazione?
Naturalmente mio figlio. Vederlo crescere e sapere quanta strada abbiamo attraversato insieme ha per me un valore che non posso misurare con nessun successo professionale. Ma c’è anche qualcosa che mi emoziona profondamente. È vedere oggi delle donne che sentono di appartenere a qualcosa che io stessa ho cercato per quasi cinquant’anni della mia vita. Io so cosa significa sentirsi fuori posto. Essere straniera. Non sentirsi completamente parte di un Paese, di una cultura o di una comunità. So cosa significa entrare in una stanza e chiedersi: “Qual è il mio posto qui?” Per questo, quando guardo una comunità di donne che si incontrano, creano amicizie, si sostengono, collaborano e sentono di appartenere a qualcosa, per me quella è una soddisfazione enorme.
Qual è stato il motivo che le ha permesso di diventare oggi una figura di così grande riferimento per tante donne?
Forse perché so cosa significa soffrire in molte delle sue sfaccettature. Non sapere come sarà il giorno dopo, perdere punti di riferimento, trovarsi in situazioni dalle quali sembra impossibile uscire. E credo che quando nella vita tocchi veramente il fondo, qualcosa dentro di te cambia. Io, proprio nei momenti più difficili, ho iniziato a sentire che forse esisteva un disegno più grande che in quel momento non riuscivo ancora a comprendere. Sentivo che la vita, nonostante tutto, mi aveva sorriso ancora, forse è questo il motivo per cui le donne si riconoscono in me. Io non parlo da una vita perfetta. Parlo dalle cicatrici, dalle cadute, dagli errori, dalla fede e da tutte le volte in cui ho dovuto ricominciare. Non credo che il mio ruolo sia dire alle donne come vivere.
Credo che il mio ruolo sia ricordare loro che, anche quando pensano di aver perso tutto, dentro di loro può esserci ancora una strada che non hanno visto. La mia fede mi ha sostenuta, la gratitudine mi ha trasformata e il bisogno di dare qualcosa in cambio alla vita è diventato, con gli anni, parte della mia missione.
