Donne d’impresa: La Magnifica Rettrice dell’Università di Messina Giovanna Spatari - Blitz Quotidiano
Una bella signora Giovanna Spatari da ormai ben 3 anni anche Magnifica Rettrice dell’Università di Messina! La prima Rettrice, dell’ateneo siciliano e una delle più amate delle 12 magnifiche Rettrici in ermellino d’Italia! Un curriculum vitae che fa invidia a chiunque il suo, appassionata e instancabile “ordinaria di medicina del lavoro: con un percorso importante nelle Pari Opportunità, studiosa e in prima linea sempre per combattere il grave problema degli studi sulla violenza di “genere”. Instancabile ricercatrice, ha anche già pubblicato oltre 120 pubblicazioni scientifiche di raro interesse e grande attualità.
È ancora lei e non a caso che sta organizzando un Ateneo al passo con i tempi grazio al suo importante mandato che finirà nel 2029. Con l’I.A. stanno cambiando le competenze e le richieste delle aziende per il mondo del lavoro e Giovanna Spatari lo sa bene che a perdere il loro lavoro saranno soprattutto e come sempre le donne.
Inoltre in Italia si sta assistendo ad una preoccupante “disindustrializzazione”: i giovani vanno a lavorare all’estero per essere meglio pagati e non vogliono più fare “impresa” in Italia: troppo rischioso, troppe difficoltà? Sta di fatto che- purtroppo- non fanno più “impresa” qui da noi! Un altro problema da non sottovalutare è che la scuola non sempre ha saputo “formare” le nuove figure professionali che ogni giorno le aziende richiedono sempre di più per assumere personale in azienda ma con certe e specifiche “competenze” e allora? Il ruolo delle scuole, dalle Primarie all’ Università si deve assolutamente adeguare ai tempi.
Con l’I.A. la svolta è epocale e Giovanna Spatari sta cavalcando con successo il “cambiamento” che domani dovrà produrre la nostra nuova classe dirigente italiana. Attenta sempre alla lotta contro discriminazioni e disuguaglianze è sempre Giovanna che sostiene che: “ Proprio sulla qualità dell’Università si gioca il futuro del nostro Paese e della prossima classe dirigente oltre che del tessuto sociale che i giovani andranno a costituire”… Dopo i femminicidi delle studentesse Lorena e Sara, la Magnifica Rettrice si è molto attivata per combattere questo dolente problema che affligge la nostra società malata di violenza di vario genere.
Il Presidente della Regione Renato Schifani ha istituito una Borsa di Studio da 10 mila euro in memoria di Sara Campanella proprio dedicata a studentesse e studenti dell’Università di Messina iscritti ai corsi di studio delle Professioni Sanitarie. “Sara Campanella era la brillante studentessa all’ultimo anno di Tecniche di laboratorio biomedico e – dice la Rettrice Spatari- abbiamo avuto la volontà e il dovere di rispondere a tanta violenza con azioni concrete: rafforzando i canali di segnalazione anonima con piattaforme digitali e strumenti di ascolto con massima riservatezza ma anche con la possibilità di intervenire tempestivamente. Per questo è stata Lei la prima a proporre nuovi protocolli con Associazioni, ASL e Forze dell’Ordine per una vera e stabile alleanza trasversale contro ogni violenza. Per conoscere meglio e di più questa straordinaria Signora Rettrice dell’Università di Messina le abbiamo chiesto:
Oltre 120 le sue pubblicazioni scientifiche- Premi e riconoscimenti non le mancano: Ma quale è stato il progetto nell’ambito dell’Università che le ha dato maggiore soddisfazione come Rettrice e come Donna?
È difficile scegliere un solo progetto, perché ogni risultato che migliora concretamente la vita della nostra comunità universitaria rappresenta una soddisfazione. Se però devo indicare ciò che mi sta più a cuore, direi il percorso complessivo che stiamo portando avanti per rendere l’Università di Messina sempre più inclusiva, attenta alle persone e capace di trasformare i principi in azioni concrete.
Penso, per esempio, alla Stanza Rosa, uno spazio pensato per offrire ascolto, accoglienza e tutela, ma anche alle iniziative rivolte alle giovani ricercatrici che affrontano la maternità. La maternità non può e non deve trasformarsi in un ostacolo alla carriera scientifica. Una giovane donna non dovrebbe mai essere costretta a scegliere tra il desiderio di diventare madre e la possibilità di proseguire il proprio percorso nella ricerca. Per questo considero particolarmente importanti le misure di sostegno che cercano di accompagnare le ricercatrici in una fase tanto delicata della loro vita personale e professionale. Nella stessa direzione va il Bilancio di genere dell’Ateneo, che non considero un semplice adempimento formale o un documento statistico.
È, invece, uno strumento di conoscenza e di governo: serve a comprendere dove esistono ancora squilibri, a misurarli e, soprattutto, a individuare politiche capaci di correggerli. Come Rettrice sento la responsabilità di creare opportunità per tutta la nostra comunità accademica. Come donna, avverto anche il dovere di contribuire a rimuovere quegli ostacoli, talvolta evidenti e altre volte più sottili, che ancora oggi possono limitare i percorsi professionali e personali delle donne. La soddisfazione più grande è vedere che un’Università può cambiare concretamente la vita delle persone. Credo che il valore di un’istituzione si misuri proprio nella capacità di tradurre i propri principi in scelte quotidiane.
Da sempre impegnatissima come Ordinaria di Medicina del Lavoro, in prima linea nelle tematiche connesse alla violenza di genere e alla tutela della salute delle donne nei luoghi di lavoro: le resta un po’ di tempo per la famiglia o per qualche hobby?
Il tempo non è mai abbastanza, questa è la verità! Gli impegni sono molti e le giornate spesso sembrano troppo brevi, ma cerco sempre di difendere uno spazio per gli affetti e per la vita privata. La famiglia è il mio punto di equilibrio. Mi aiuta a ritrovare la giusta prospettiva anche nei momenti più complessi. Quando riesco, amo leggere, ascoltare musica, passeggiare e, soprattutto, trascorrere del tempo con le persone care. Del resto, occupandomi da tanti anni di salute nei luoghi di lavoro, so bene quanto sia importante l’equilibrio tra professione e vita personale. Il benessere non può essere considerato un tema marginale o privato: riguarda la qualità della vita, la salute psicologica, l’organizzazione del lavoro e la qualità delle relazioni.
È una convinzione che cerchiamo di tradurre anche nelle politiche del nostro Ateneo. La recente affermazione dell’Università di Messina nella THE Impact Rankings 2026, nella quale l’Ateneo si è classificato primo in Italia e ventiseiesimo al mondo, su 1.254 università valutate, per l’impegno sull’SDG 3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dedicato alla salute e al benessere, rappresenta per noi un risultato di particolare significato.
Non si tratta soltanto di una posizione in classifica. Dietro questo riconoscimento ci sono politiche e iniziative concrete: l’attività sportiva gratuita per gli studenti, le manifestazioni culturali, i progetti formativi nel campo della salute pubblica, le relazioni con le istituzioni sanitarie e il supporto psicologico rivolto alle ragazze e ai ragazzi. Questo risultato ci rende orgogliosi, ma aumenta anche la nostra responsabilità. Significa che la strada intrapresa è quella giusta e che dobbiamo continuare a lavorare affinché l’Università sia non soltanto un luogo di formazione e di ricerca, ma una vera comunità capace di prendersi cura delle persone.
Un suo progetto ancora da realizzare?
Ho un’ambizione molto chiara: contribuire a rendere l’Università di Messina sempre più internazionale e innovativa, ma nello stesso tempo sempre più legata al proprio territorio e ai bisogni delle persone che lo abitano. Vorrei che i nostri giovani fossero liberi di partire per studiare, lavorare e conoscere il mondo, ma anche liberi di tornare. E, soprattutto, vorrei che partire fosse una scelta e non una necessità. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo costruire un rapporto ancora più forte tra Università, ricerca, imprese, istituzioni e sistema sanitario. La Sicilia ha giovani di straordinario talento. Il nostro compito è creare le condizioni perché possano esprimere qui le proprie capacità e contribuire allo sviluppo del territorio.
C’è poi la grande sfida dell’intelligenza artificiale. Il mio obiettivo è un Ateneo capace non semplicemente di utilizzare le nuove tecnologie, ma di comprenderle e governarle. Dobbiamo formare professionisti in grado di utilizzare strumenti sempre più avanzati, ma anche cittadini capaci di interrogarsi sulle conseguenze sociali, etiche e culturali della trasformazione tecnologica. Vorrei, in definitiva, un’Università sempre più capace di tenere insieme innovazione e inclusione, ricerca e responsabilità sociale, internazionalizzazione e attenzione al territorio. Sono dimensioni che non devono essere considerate alternative. Al contrario, la qualità di un Ateneo contemporaneo si misura proprio nella sua capacità di farle dialogare.
L’Intelligenza Artificiale cambierà profondamente il mondo del lavoro e alcune analisi evidenziano rischi particolari per l’occupazione femminile. Cosa consiglia alle studentesse di oggi e di domani?
Il mio primo consiglio è molto semplice: non abbiate paura del cambiamento, studiatelo. L’intelligenza artificiale trasformerà molte professioni, ne modificherà altre e creerà opportunità che oggi stiamo appena iniziando a immaginare. Alle nostre studentesse dico: formatevi, siate curiose e non lasciate che gli stereotipi decidano al vostro posto. Le competenze scientifiche e tecnologiche saranno sempre più importanti e le donne devono essere protagoniste di questa trasformazione, non semplici spettatrici. Naturalmente, il problema non può essere affidato soltanto alla capacità individuale delle donne di adattarsi.
Le istituzioni devono fare la propria parte. Se vogliamo realmente valorizzare il talento femminile nella ricerca e nelle professioni ad alta qualificazione, dobbiamo creare condizioni che consentano alle donne di costruire una carriera senza essere penalizzate nelle diverse fasi della vita. È questo il senso delle misure di sostegno rivolte alle giovani ricercatrici in maternità e, più in generale, delle politiche di genere che l’Ateneo cerca di sviluppare anche attraverso strumenti di analisi e programmazione come il Bilancio di genere. Non basta affermare il principio delle pari opportunità: occorre verificare concretamente dove si producono gli squilibri e intervenire.
Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che il futuro avrà bisogno di competenze profondamente umane: capacità critica, creatività, responsabilità, empatia, capacità di relazione e di decisione. La vera sfida non sarà competere con una macchina. Sarà imparare a utilizzare la tecnologia mantenendo al centro la persona. E in questa sfida le donne possono e devono avere un ruolo determinante.
A che punto siamo in Sicilia con la parità di genere?
Abbiamo fatto passi avanti importanti, ma la strada è ancora lunga. Non possiamo confondere la parità scritta nelle leggi con quella vissuta ogni giorno dalle donne. Le difficoltà sono ancora evidenti: nell’accesso al lavoro, nella continuità delle carriere, nelle opportunità di raggiungere posizioni di responsabilità e, soprattutto, nella possibilità di conciliare realmente lavoro e vita familiare. Su questo punto dobbiamo essere molto concreti. Senza servizi adeguati all’infanzia e per la cura delle persone fragili, parlare di libertà di scelta rischia di rimanere un’affermazione astratta. Le donne devono essere messe nella condizione di non dover scegliere tra famiglia, ricerca e lavoro. L’Università può svolgere un ruolo importante anche attraverso esempi concreti.
Le misure di sostegno alle giovani ricercatrici durante la maternità rispondono proprio alla necessità di evitare che un momento fondamentale della vita personale possa determinare un rallentamento irreversibile della carriera scientifica. Allo stesso modo, il Bilancio di genere consente di osservare con maggiore precisione la realtà dell’Ateneo, individuando criticità, differenze e ambiti nei quali è necessario intervenire. Ma c’è anche una questione culturale profonda. La violenza contro le donne è il volto più drammatico di una disuguaglianza che nasce molto prima: negli stereotipi, nel linguaggio, nei modelli educativi e nell’incapacità di riconoscere pienamente la libertà dell’altra persona. Dopo tragedie che hanno colpito profondamente anche la nostra comunità, abbiamo sentito ancora più forte il dovere di trasformare il dolore in responsabilità e azione.
La Stanza Rosa, il rafforzamento degli strumenti di ascolto e di segnalazione e la costruzione di una rete stabile con le istituzioni, le strutture sanitarie, le associazioni e le Forze dell’Ordine vanno in questa direzione. L’Università non può intervenire soltanto quando la violenza è già avvenuta. Deve lavorare sulla prevenzione, sulla cultura del rispetto, sull’educazione alle relazioni e sulla capacità di riconoscere tempestivamente le situazioni di rischio. La parità di genere non è una battaglia delle donne contro gli uomini. È una questione di civiltà, di democrazia e anche di sviluppo. Nessun territorio, e certamente non la Sicilia, può permettersi di rinunciare al talento, all’intelligenza e alle competenze di metà della propria popolazione.
