Elisa Isoardi c’è? Eccolo il giornalismo di…inchiesta: lavavetri e questuanti al Quirinale

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 4 giugno 2018 10:06 | Ultimo aggiornamento: 4 giugno 2018 10:06
Elisa Isoardi c'è al Colle? Eccolo il giornalismo di...inchiesta: lavavetri e questuanti al Quirinale

Elisa Isoardi c’è? Eccolo il giornalismo di…inchiesta: lavavetri e questuanti al Quirinale (foto Ansa)

ROMA – Elisa Isoardi c’è? Leggerla la cronaca di Mattia Feltri dal Quirinale del giuramento dei nuovi ministri, leggerla è sapere tutto quello che c’è da sapere [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] sul giornalismo social-nazional-popolare.

Come in una tela degli impressionisti la minuzia e la precisione dei particolari  danno la reale prospettiva del reale nella cronaca di Feltri su La Stampa  .

L’imperativo categorico per ogni addetto, inviato, cronista sul posto: scoprire o meno se ci fosse Elisa Isoardi. Il climax professionale, il meglio titolo, la preda news da portare in redazione come cane da caccia con la miglior selvaggina scovata: scoprire se ci fosse o meno Elisa Isoardi alla cerimonia del giuramento del nuovo governo. E, qualora ci fosse, resocontare on time, on line e alla perfezione consentita dall’emozione come Elisa Isoardi fosse vestita, se presente.

L’intera categoria percorsa da un fermento che non ammetteva repliche racconta Feltri. C’è Elisa Isoardi? Hai visto Elisa Isoardi?

Elisa Isoardi c’è, era l’annuncio che dava adrenalina a una categoria al solo pensare di poterlo annunciare. Eccolo il giornalismo politico in pieno risveglio dei suoi ormoni.

Giornalismo attento ai nessi e di pronto ingegno: alla notizia che Giuseppe Conte era arrivato in Volkswagen (pare) partiva la considerazione di chi la vedeva lunga: una macchina tedesca per lanciare un messaggio di rassicurazione ai mercati e alla Germania.

Questo il giornalismo politico, per così dire dietro le quinte, mentre informava dal Quirinale. Giornalismo di analisi, interpretazione, divulgazione.

E fuori dal Quirinale, appostato tra la piazza e le due discese che portano verso Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Madama, il giornalismo…di inchiesta.

Decine di operatori dell’informazione che formavano commando di assalto che si disfacevano e ricomponevano in alacre formicaio. Lanciati a farsi dire dai neo ministri frasi del tipo: ce la metteremo tutta…comincia una nuova partita…siamo una bella squadra.

Il giornalismo di…inchiesta nel suo format migliore, quello delle interviste ai giocatori prima e dopo la partita e pure nei giorni degli allenamenti: un festoso, gioioso, miracoloso nulla.

Ma pur sempre giornalismo impavido e sudato: le rincorse ai ministri che uscivano da palazzo, i richiami affannosi e golosi sul ministro più “grosso” che usciva di là, anzi quello più “grosso” sta uscendo di qua…corri, dai, fatti dire.

E operatori, arditi dell’informazione a gettare là nella piazza e negli anfratti la sensata e ficcante domanda: lei vuole uscire dall’euro? Oppure: lei sarà autonomo?

Giornalismo di rincorsa e di appostamento e di ammiccamento. Le stesse movenze professionali e pratiche di strada dei lavavetri. Chi rallenta è raggiunto da un lavavetri, inesorabilmente. E poi un altro e un altro e un altro che muovono in gruppo nella speranza e tattica consolidata secondo cui alla fine per la legge dei grandi numeri (e dello sfinimento) qualcuno si farà lavare il parabrezza. Cioè parlerà, dirà una qualsiasi cosa, una qualsiasi banalità. Paolo Savona che resta muto viene vissuto quasi come un’offesa alla categoria, categoria che poi si riscatta elaborando il titolo: Savona campione di silenzio.

Lavavetri e questuanti. Il giornalismo politico in carne e ossa la frasetta del neo ministro un po’ la chiede a mano tesa il palmo rivolto verso l’alto, un po’ la esige come quelli che ti tampinano calzini alla mano. E molto la frasetta il giornalismo politico ritiene spetti di diritto, come quelli che ti fanno la posta fissa fuori della farmacia, del bar, del supermercato.

Lavavetri, questuanti e non poco incontinenti. Incontinenti di semplicità, ce n’è troppa di semplicità in questo giornalismo. Talmente tanta, talmente tanto eccesso di zelo semplice/ingenuo fino al confine e anche oltre del risibile, ridicolo, sciocco.

Già, ma cosa è risibile, ridicolo, sciocco al tempo del giornalismo social-nazional-popolare? Perché i giornalisti ben si prestano e molto si impegnano e ingegnano a fare i lavavetri e questuanti incontinenti?

Perché glielo ordinano in redazione? Perché non sanno far altro? Perché questa è la loro vera natura e professionalità? Perché sono come tutte le altre categorie professionali immerse in un narcisismo gigante che li fa nani? Perché non sanno più cosa è la politica avendo insieme al resto della società smarrito e rinnegato il senso stesso, la stessa nozione di res publica?

Facciamo che sia perché c’è un motivo, diciamo così, alto. Il motivo alto è il sempre più marcato passaggio dall’atto del leggere all’atto del guardare. Dagli Usa arriva la notizia che gli adolescenti che leggono e si informano su facebook sono passati, crollati dal 71 per cento al 51 per cento della platea. In contemporanea ben l’85 per cento degli stessi adolescenti usa Youtube che pochi anni fa era abissalmente sotto questa quota.

Dunque l’atto conoscitivo è sempre più guardare e non leggere, nemmeno le poche e non intermediate righe dei post su facebook.

Facciamo allora che il giornalismo italiano social-nazional-pop abbia avuto notizia di questo mutare dell’agire umano e si sia dato la voce: fare vedere, vedere, vedere qualsiasi cosa. E non perdere tempo a raccogliere, confezionare, capire cose che magari contengano concetti e non immagini.

Facciamo che sia così e che quindi il giornalismo pop-nazional-social ci metta l’anima e il cuore e i mezzi che ha e traduca il senso dei tempi in: Elisa Isoardi c’è? E traduca in: taxi Conte vuol dire euro ti saluto, Conte in Volkswagen vuol dire euro resta, Conte in Jaguar vuol dire…Mumble, mumble, qui ci vuole un retroscena-

Facciamo che sia l’ipotesi alta a spiegare perché il giornalismo fa così. L’ipotesi bassa è che il giornalismo social-nazional-pop non è che fa così, ci è.

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