Filippo Turati, i tram e le finte vittime. Di Alitalia, Jobs act e polizia

Pubblicato il 10 Marzo 2015 13:40 | Ultimo aggiornamento: 10 Marzo 2015 13:44
Filippo Turati, i tram e le finte vittime. Di Alitalia, Jobs act e polizia

Filippo Turati, i tram e le finte vittime. Di Alitalia, Jobs act e polizia (foto Wikipedia)

Diceva Filippo Turati, lo diceva a quelli che ai suoi tempi erano i lavoratori del trasporto, ammoniva Turati a ricordarsi sempre che i tram non esistono per i tramvieri ma per i passeggeri. Non è che ce l’avesse con i tramvieri Turati, era una parte per il tutto. Avrebbe potuto dire a insegnanti, prof e lavoratori della scuola (guai a dire bidelli) che la scuola non esiste per gli insegnanti (e neanche per le famiglie aggiungiamo noi) ma per gli studenti. E nel solco di Turati potremmo, dovremmo oggi dire a tutta la Pubblica Amministrazione che uffici, sedi, regolamenti e leggi non stanno lì per la Pubblica Amministrazione stessa, per gli impiegati e dirigenti. Al contrario la Pubblica Amministrazione e i non pochi soldi che costa stanno lì, dovrebbero stare lì per i cittadini, gli “amministrati”.

I Tribunali non sono fatti, non dovrebbero essere fatti per gli interessi sia pur legittimi di magistrati e avvocati. Treni, aerei, taxi e autostrade non dovrebbero essere gestiti e normati a ricalco degli interessi, sia pur legittimi, di chi ci lavora. E così per gli uffici pubblici, per gli studi professionali privati. Tutti luoghi dove l’interesse di chi ci lavora dovrebbe essere uno, solo uno, dei “valori” da custodire. E comunque mai la sola, esclusiva e totalizzante ragion d’essere.

Vaglielo a dire ai tramvieri di oggi che i tram non stanno lì per loro ma per la gente. Ai tramvieri, ai taxisti, ai funzionari e alla burocrazia pubblica, alle lobby di professione delle professioni, alle lobby dei consumatori e produttori, ai sindacati. Vaglielo a dire e…rischi uno sberleffo, una pietosa compassione, di quella che si esercita di fronte a chi nulla comprende del mondo reale. Nel nostro mondo reale infatti i tram stanno lì soprattutto per i tramvieri e così è non solo per ogni categoria di lavoratori (ad esempio è pieno di giornalisti sicuri e convinti che i giornali, la tv, l’informazione tutta esista in primo luogo per i diritti/interessi/abitudini dei giornalisti). Così è e così deve essere per la cultura, per il sentire profondo e diffuso di sempre più tra noi.

Lo si vede, lo si può enumerare per deduzione dal proliferare di un tipo umano ormai di maggioranza: la finta vittima.

Ce n’è in giro ovunque di tutti i tipi e di ogni tipo. Profondamente diverse tra loro le tipologie delle finte vittime hanno però un denominatore comune: quello appunto di sentirsi e dichiararsi vittime. Non di rado in perfetta buona fede nella loro testa, nonostante una contemporanea, clamorosa, evidente rissa con i fatti. Già, non sono vittime ma tali si sentono, come tali si presentano, come tali vengono presentate.

Esempi presi a caso dalle ultime cronache. Uno grosso, quantitativamente grosso. Circa seimila ex dipendenti soprattutto di Alitalia (e anche di altre italiche compagnie aeree) godono da anni e godranno ancora per anni di denaro a fine mese sotto forma di cassa integrazione e strumenti assimilati. Quando andavano nei talk-show (e anche se e quando li incontravi personalmente) si raccontavano come vittime, vittime del lavoro perduto. Ma non sono vittime. E non perché per loro la cassa integrazione paghi per sette anni più ancora qualcosa mentre per gli altri paga per neanche la metà del tempo. E non perché l’importo netto a fine mese della loro cassa integrazione sia mediamente altino (con punte estreme fino a diecimila euro al mese). Non sono vittime proprio per niente perché gli altri lavoratori italiani e le rispettive aziende la loro cassa integrazione almeno in parte se la pagano. Nel caso dei nostri seimila no, la loro cassa integrazione lunga e un po’ grassa la pagano tutti quelli che comprano, ogni volta che comprano, un biglietto aereo (tre euro). Non sono vittime, eppure la parte della finta vittima gli viene naturale. Sono seimila a cui è andata diritta assai, si sentono seimila cui sia andata storta.

Altro esempio, marginale ma non troppo. Occupante seriale di case popolari, antagonista per scelta ed opportunità, durante una “giornata di lotta” a Milano subisce uno sgombero da parte della polizia. Si inventa, letteralmente si inventa manganellate sul ventre che l’avrebbero fatta abortire. Nella realtà abortisce sì ma nessuno l’ha toccata, tanto meno con il manganello. Prova ne sia che cerca disperatamente al telefono “compagni” che testimonino quel che non hanno visto e non potevano vedere perché non era mai successo. Quale miglior vittima della donna picchiata fino all’aborto dallo sgombero di polizia? Diventa beniamina e bandiera sui social network ed assume il profilo ideale per la seconda serata della chiacchiera indignata e furente in televisione. Non è una vittima, anzi è una bugiarda. Ma quando ha mentito nessuno le ha chiesto prove, il mainstream pubblico era disposto e predisposto a conferirle il ruolo di vittima. Perché, qui e oggi, l’essere vittima non si nega a nessuno.

Terzo esempio, a suo modo il più culturalmente significativo. Giorni fa La Repubblica ha intervistato la giovane Damiana di Pasquale. Una giovane che dichiarava fin dal titolo: “Ho firmato ma ho paura”. E che aveva firmato, una cambiale, un patto col diavolo? No, aveva appena firmato un contratto di lavoro. Sì, l’avevano assunta. Stipendio, ferie, assicurazione, maternità pagata dovesse arrivare. Damiana firmava e passava da precaria a lavoratrice con contratto a tempo indeterminato. Ma Damiana (diciamolo anche a questo un po’ indotta dai suggerimenti del quotidiano che la intervistava) si sentiva a suo modo vittima. Infatti lamentava inquieta: e se tra tre anni quando finiscono gli incentivi fiscali del governo all’azienda allora l’azienda che oggi mi assume tra tre anni mi licenzia? Lamentismo e vittimismo qui coincidono e si sovrappongono. Nessuna considerazione pragmatica sulla solidità o sullo sviluppo dell’azienda, nessun investimento sul proprio lavoro, nessun credito fosse anche alla sorte o al caso. No, la appena assunta, adusa ed assuefatta a raccontarsi come vittima sociale, appena assunta si sente vittima di un licenziamento tra tre anni.

Diceva Filippo Turati…Ma chi era questo Filippo Turati? Lasciamo perdere…diciamo uno che una particina nella storia italiana e nella storia del movimento operaio e sindacale italiano l’ha avuta. Il che, l’essere nominato sui libri di storia, per non pochi delle finte vittime italiane è fonte di insopprimibile e insostenibile sospetto.