Francesca Albanese, la Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967 (Foto Ansa)
La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa al presidente Donald Trump e ad alti funzionari dell’amministrazione statunitense, contestando le sanzioni imposte per il suo sostegno al perseguimento giudiziario dei leader israeliani e delle aziende internazionali coinvolte nella guerra a Gaza.
Il ricorso civile, depositato presso il Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, sostiene che l’amministrazione Trump ha violato i diritti garantiti ad Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i diritti dei palestinesi nei territori occupati, dal Primo, Quarto e Quinto Emendamento, “sequestrando irragionevolmente i suoi beni senza il dovuto processo legale”.
La causa chiede al tribunale di dichiarare le sanzioni incostituzionali. La denuncia è stata presentata dal marito, Massimiliano Cali, e dal figlio della coppia, poiché le regole delle Nazioni Unite impediscono ad Albanese di agire a proprio nome. Nel ricorso, la famiglia denuncia “la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento dell’esperta Onu a Washington”.
“Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce”, recita il ricorso.
Intanto, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni di Albanese durante il Consiglio per i diritti umani Onu a Ginevra, optando per un richiamo formale. “Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea. Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile”, ha commentato Albanese in un’intervista a BFMTV.
