Il primato di Genova operaia, da dove parte la rivolta? (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Ancora una volta la rivolta parte da qua, da questo chilometro quadrato, che ha come confini la statua equestre di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, in piazza Corvetto, ombelico genovese, quella, sempre a cavallo di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, davanti al pronao del teatro Carlo Felice, a pochi metri dalla vasca di Piazza De Ferrari , di fronte al grande palazzo della Regione, che una volta era sede della società di navigazione Tirrenia, come dire l’aeroporto di New York degli anni Sessanta, dove potevi comprare il biglietto per viaggiare ovunque per mare e il fianco del Palazzo Ducale, il palazzo dei Dogi e la Prefettura, sede del governo a Genova.
Ancora una volta da questo quadrilatero ombelicale parte la rivolta che modifica una decisione del governo. In questo caso sono gli operai dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, che per tre giorni si accampano lì in mezzo per manifestare contro il diktat che imponeva la fine dell’acciaio italiano, da Taranto a Genova, a Novi, a Racconigi, dopo il verdetto della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato la chiusura degli altiforni di Taranto. Stoppando, quindi, il mancato approvvigionamento anche degli stabilimenti genovesi di Genova Cornigliano.
Quindi la fine della siderurgia in Italia. Stop alla più importante industria manifatturiera.
Non sia mai. Gli operai della Fiom CGIL e degli altri sindacati, un migliaio rimasti nella fabbrica-madre di Genova, che un tempo ne contava 15 mila, si sono per l’ennesima volta ribellati.
La loro fabbrica è carica di ordini, di lavoro di trasformazione di bramme e coils, il primo prodotto lavorato nell’ acciaeria, pronto a trasformarsi in zincato, decappato, banda stagnata, fondamentali per tante industrie.
Chiuderla perché a monte tutto si ferma è come una bestemmia. E Allora una sollevazione totale, insieme a Novi, Racconigi e ovviamente Taranto.
A Genova sono scesi in piazza in quel quadrilatero, occupando lo spazio davanti alla Prefettura e hanno spergiurato che non se ne sarebbero andati, se non davanti a un impegno formale, scritto, firmato dai commissario e dal governo che le fabbriche sarebbero state ancora rifornite di prodotto per continuare a lavorare. Niente cassa integrazione, niente ammortizzatori sociali, uscite agevolate. Solo lavoro.
Tutta la città, maggioranza e opposizione, si è stretta intorno agli operai senza distinzioni. In corteo la sindaca progressista Silvia Salis, il presidente di centro destra della Regione Marco Bucci, deputati e senatori, perfino il vescovo francescano Marco Tasca è andato a benedire i dimostranti.
Tre giorni e tre notti accampati con inviti alla cittadinanza per barbacue e bevute in comune. Il terzo giorno, mentre a Roma cercavano di dipanare una matassa complicata, gli operai hanno pacificamente invaso anche il primo piano della Prefetture. Da qui non ce ne andiamo senza un impegno scritto e firmato.
La buona notizia è arrivata alla sera del terzo giorno : impegno scritto di un imprenditore di Piombino della Treesteel di fornire decine di tonnellate all’anno di bramme e coils per far lavorare e un piano di ripresa solo con una breve pausa per il cambio di produzione.
Firma dei commissari, firma del governo. Gli operai hanno lasciato il quadrilatero per perfezionare la trattativa.
E ancora una volta Genova è stata primogenita nel lanciare la protesta. I precedenti, caricati, magari a loro insaputa, sulle spalle di quegli operai sono storici e sprofondano nella notte delle vertenze sindacali.
Si parte almeno dal giugno del 1960, quando la rivolta dei camalli, i portuali della Culmv, impedì’ che a Genova si tenesse il Convegno del MSI, una vera provocazione per una città medaglia d’oro della Resistenza, sotto il governo del democristiano di destra Ferdinando Tambroni, che per quella vicenda cadde. Dopo che le camionette della Celere del ministro dell’Interno Scelba si scontrarono con i ganci dei portuali.
Poi vennero infinite ribellioni, che partivano sempre da Genova, quando scattava una decisione del governo, che il sindacato avversava. Come quando il governo Craxi varò la scala mobile o come quando venivano prese misure dure nelle trattative per i più importanti contratti di lavoro delle categorie più forti.
Negli anni bui del terrorismo praticamente la sconfitta delle Br fu decretata nel gennaio del 1978 in piazza De Ferrari, durante i funerali dell’operaio Guido Rossa, trucidato dai brigatisti sulle alture di Genova, perché aveva denunciato un postino br che distribuiva in fabbrica i volantini con la stella a cinque punte. Un funerale di 250 mila persone, con Pertini presidente della Repubblica accanto alla bara di Rossa, sentenziò qual era diventato l’atteggiamento di tutta la classe operaia contro i terroristi, che da allora in poi non furono più soltanto “i compagni che sbagliano”, ma i nemici dello stato democratico e quindi destinati alla sconfitta, che sarebbe arrivata ancora dopo lutti e dolori, ma definitiva e totale.
Ecco perché, quando è scattata la rivolta dei siderurgici nell’ennesima fase di una battaglia per l’acciaio, che dura da decenni, si è capito che questa volta non sarebbe passata la linea che tagliava fuori dalla politica industriale un asset chiave come quello siderurgico, che ha scritto la modernizzazione dell’Italia, il boom economico e che non poteva essere sepolto senza neppure un tentativo di salvare fabbrica e lavoro. Genova si è mossa con le residue forze operaie e sindacali che ha e ha vinto un’altra battaglia.
