Giusi Bortolozzi (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Mentre la guerra non arretra e le bombe continuano a distruggere molte città, una buona notizia ridà speranza al mondo che soffre per il crepitare delle armi e le bombe che piovono dal cielo. La situazione economica fa un passo avanti o, almeno, non continua ad arretrare. La borsa migliora, il petrolio sembra aver terminato la sua folle corsa verso il precipizio.
Lo stretto di Hormuz apre qualche spiraglio: Giorgia Meloni, insieme con Merz e Starmer, cioè con Germania e Regno Unito, si alleano per evitare il precipizio e riportare la calma in quei Paesi dove la tregua è un sostantivo ormai al tramonto. Quel braccio di mare viene ora considerato da chi ha cuore per l’Europa una vera e propria ancora di salvataggio per il vecchio continente. Le navi potrebbero attraversarlo sia pure se scortate e con andature a rilento.
In una parola: l’orizzonte sembra meno cupo se l’economia frena e trova una nuova strada meno irta di pericoli. Tutto accade mentre in Medio Oriente la violenza continua imperterrita a non tornare indietro. Teheran contrattacca, Tel Aviv risponde a tono, in Libano la gente fugge verso luoghi più tranquilli, ma dove se non ce ne sono all’orizzonte? Si stima che oltre 700 mila persone abbiano lasciato Beirut e dintorni in cerca di quella pace che non c’è più. Quel territorio è una polveriera e la parola tregua è sempre più lontana.
Allora, perchè l’economia si risveglia e torna l’ottimismo? È soltanto una speranza o qualcosa si muove in positivo? Solo il domani potrà rispondere a questo interrogativo. Un domani che non è lontano, anzi è prossimo, se è vero, come è vero, che Trump continua a sostenere che la guerra sta per finire, perchè l’Iran è ridotto ai minimi termini senza la marina e l’aviazione e con i missili che diminuiscono di intensità perchè le scorte scemano e non danno a chi si difende la possibilità di frenare l’avanzata dei nemici.

Nel nostro Paese (che pure legge e si tiene informato) questo stato di cose non ferma la polemica che divampa a undici giorni da quel referendum che potrebbe diventare una spallata per il governo guidato da Giorgia Meloni. L’invito di Sergio Mattarella che chiedeva a maggioranza e opposizione di essere più cauti e meno oltraggiosi (l’aggettivo è appropriato) è finito nel dimenticatoio. Le parole del Capo dello Stato hanno placato gli animi per meno di una giornata. Poi, è ripresa la guerra con atti e iniziative che non hanno nulla a che fare con il politically correct. Non si è avversari, ma nemici, perchè il voto del 22 e 23 marzo potrebbe voler dire arrendersi a chi ha vinto.
Non è così perchè Palazzo Chigi continua a ripetere che una sconfitta non vorrebbe significare una resa. Ma queste sono soltanto chiacchiere perchè se il 24 marzo a sera, il No dovrebbe avere la meglio è evidente che per la destra l’orizzonte diventerebbe scuro e governare in condizioni precarie sarebbe estremamente difficile. Al contrario, se dovesse essere il Sì ad avere la meglio, la sinistra non perderebbe soltanto una battaglia, ma assai di più. I nodi nel Pd e nei cespugli che lo aiutano si moltiplicherebbero: nel mirino finirebbero Elly Schlein e i suoi fedelissimi rei di aver diretto il partito verso una rivoluzione che una gran parte dei riformisti osteggiavano.
Questo è il futuro assai prossimo, ma non bisogna dimenticare il presente che avrà una breve durata, ma potrebbe essere determinante. Nel mirino finiscono il ministro Carlo Nordio (padrino della divisione delle carriere) e la sua capo di gabinetto che ha un nome e un cognome: si chiama Giusi Bartolozzi che ha inciampato su un muretto dimostratosi troppo alto per lei. Durante un dibattito in Sicilia, ha ritenuto la magistratura un plotone di esecuzione se continuerà a parlare di condanna prima della sentenza. Apriti cielo: è successo il finimondo. L’opposizione ne ha chiesto subito le dimissioni, il Guardasigilli (cioè il suo capo) l’ha difesa sia pure se con difficoltà. Non ufficialmente, ma in concreto Palazzo Chigi diventa una furia perchè in un momento così delicato è assurdo usare termini del genere. Forse, se la Bartolozzi gettasse la spugna Giorgia Meloni ne sarebbe contenta perchè potrebbe uscire da un tunnel in cui la dirigente del ministero si è cacciata.
Si va avanti così, come dire si naviga a vista, per evitare tutte le mine che potrebbero far saltare l’imbarcazione. Undici giorni di inferno in cui la prudenza deve accompagnarsi allo scontro che diventerà implacabile fino al weekend che precederà il voto. Misurare con accortezza tutte le parole senza lasciare in un angolo gli scivoloni dell’una e dell’altra parte.
Questo è il palcoscenico su cui le forze politiche dovranno battersi nella manciata di giorni che precedono il referendum. Chi è alla finestra osserva e si chiede se si può essere testimoni di un tale scempio senza stupefarsi. Dai Palazzi si invita la gente a non disertare le urne perchè senza il quorum anche una sola preferenza potrebbe essere determinante. Ma quale spettacolo offrono i parlamentari e i politici agli elettori che debbono scegliere?
