Venticinque anni dopo il G8 di Genova non tutte le verità sono uscite (foto Ansa-Blitzquotidiano)
E sono 25 anni dal G8 di Genova, quello della città in scacco per tre giorni delle violenze e delle distruzioni, in un scontro che non aveva precedenti, tra i dimostranti violenti e le forze dell’ordine, che avevano avuto istruzioni
eccezionali per reprimere, violando le regole fondamentali non solo del codice penale ma del nostro sistema democratico.
Sono stati i giorni della morte del ragazzo Carlo Giuliani, ucciso dalla pistola di un giovane carabiniere Placanica che lo aveva colpito alla testa mentre il dimostrante assaltava il suo Defender in piazza Alimonda, nel cuore degli scontri di quel venerdì 20 luglio. Sono stati i giorni nei quali gli otto grandi della Terra, tra i quali un gelido e silenzioso Putin, si incontravano a palazzo Ducale, protetti da una zona rossa che rischiò veramente di saltare, assalita dai black blok scatenati.

Sono stati i giorni delle violenze e delle torture inflitte ai dimostranti in tuta bianca dalle forze dell’ Ordine. nella caserma di Bolzaneto. Sono stati i giorni della scuola Diaz, assaltata dal reparto speciale della Polizia, che voleva vendicare lo smacco subito durante le giornate precedenti e vandalizzata da agenti in borghese, che pestarono a sangue gli occupanti, inermi e
estranei agli scontri precedenti, colti nel sonno e mentre lavoravano, tra i quali tanti giornalisti stranieri.
Sono stati i giorni nei quali la città ha subito assalti e violenze e distruzioni, compreso l’attacco al carcere di Marassi, in un quadro inedito per come erano state allestite le difese, con la zona rossa, che circondava il Ducale e il centro storico letteralmente ingabbiato, la zona gialla cuscinetto, con il resto di Genova dove si erano snodati i diversi cortei, quello pacifico del
primo giorno e gli altri di venerdi, dove erano incominciategli scontri più duri, grazie alla penetrazione tra le tute bianche dei black blok violenti, arrivati da ovunque in Europa, solo per assalire e distruggere.
Sono stati giorni indimenticabili, che trasformarono un evento pensato come una grande occasione internazionale per Genova in una delle sue pagine più nere. Sono stati i giorni nei quali due ministri del governo Berlusconi, insediato da pochi giorni, il vicepresidente, titolare degli Esteri, leader di
Alleanza nazionale, Fini e Castelli, ministro di Giustizia, leghista della prima ora. erano stati presenti e determinanti nello spingere gli atteggiamenti repressivi della polizia.
Sopratutto Fini, che aveva seguito i fatti dal Comando dei Carabinieri. Sono stati i giorni nei quali il ministro dell’Interno, il ligure Claudio Scajola, seguiva i tragici eventi da Roma, come il capo della polizia, De Gennaro. Tutto questo ed altro sarà ricordato con cortei e manifestazioni, con tanti interventi e rievocazioni, mentre aumenta la pubblicistica su quel terribile G8 del quale ora scrivono in tanti, magari anche chi non lo ha veramente vissuto da vicino.
Ci sono stati processi e sentenze diverse, sopratutto contro i violenti. C’è stata
l’archiviazione nel processo contro il carabiniere Placanica, forse il verdetto più discusso, ma oggi sprofondato nel silenzio. Nei giorni dell’anniversario numero 25 da quei fatti una delle verità nascoste e quasi mai approfondite è il “processo per i fatti di strada” cioè le violenze che le Forze dell’Ordine
commisero contro cortei pacifici e che portarono a oltre 1500 referti medici.
Nessun processo è mai stato iniziato per questa parte degli scontri, anche se si trattava della più massiccia violenza mai commessa contro dei dimostranti da parte della Polizia di Stato. Solo qualche anno fa Blitzquotidiano ne aveva
scritto e qualche giorno fa “Il Secolo XIX” di Genova ha finalmente ricostruito quei fatti, circoscrivendo i cortei e i luoghi in cui la polizia aveva ecceduto, colpendo anche inermi famiglie, che avevano semplicemente partecipato ai cortei per dimostrare pacificamente.
Personalmente ricordo di avere vissuto quei giorni nell’occhio del ciclone da responsabile della redazione di “Repubblica”, che aveva impegnato sul campo decine di giornalisti e molti commentatori: si trattava di fare il resoconto da
una parte dei lavori del G8, e dall’altra di quei fatti di morte e violenza.
Nella tragica notte de 20 luglio, a qualche ora dalla morte di Giuliani, che aveva gettato sul G8 il suo segno forte di tragedia, mi ero trovato a tornare a casa con grande difficoltà, in una città segregata, con molte vie chiuse e, quindi, un percorso che si era moltiplicato per dieci rispetto a quello abituale.
E mentre camminavo tra cancellate, sbarramenti, senza alcun traffico, in
un silenzio totale, pensavo che in realtà ero in una giornata estiva, spesso dedicata alle vacanze, nel cuore della mia città, nel Nord Ovest italiano, nell’Europa civilizzata e allora molto più tranquilla di oggi, senza guerre vicine.
Il dramma delle due Torri sarebbe arrivato due mesi e mezzo dopo, ma allora il grande tema era la globalizzazione e le frange di violenza che si erano già fatte sentire a Napoli e a Goteborg. Ma tutto sembrava lontano, mentre quella
giornata segnava uno spartiacque in quella misura assolutamente inatteso.
Da cronista attento a quello che può capitare, nei mesi precedenti a quei giorni di luglio, avevo avvertito che il vertice poteva trasformarsi in qualcosa di
grave. Genova è una città poco difendibile da disordini diffusi, con la sua conformazione complicata, quel centro storico facile via di fuga, dopo
eventuali disordini.
E poi la città era facilmente raggiungibile, anche per vie non tanto controllabili come le ferrovie le autostrade e i percorsi “normali” di accesso. Si pensi alle strade minori tra valli e colline interne dove è facile passare senza essere controllati. E da lì infatti erano arrivati i duri pronti alle violenze.
L’allarme era stato recepito, al punto che in redazione era stata allestita anche una cambusa, nell’ipotesi che fosse difficile uscire e rifornirsi di cibo. Operazione corretta, perché era successo proprio quello. La città in quei giorni era praticamente chiusa. Il calcolo del Comune era poi stato che almeno trecentomila abitanti avevano deciso di lasciare Genova in quei giorni.
Era piena estate e molti avevano scelto di anticipare le vancanze e evitare il G8, certo non immaginando lo scatafascio che si sarebbe scatenato. Tutto il mondo aveva assistito allibito alle violenze, agli scontri, grazie alla preveggenza
dell’ editore dell’emittente Primocanale, Maurizio Rossi, che in anticipo aveva chiesto agli organizzatori dell’evento il permesso di piazzare in tutta la città telecamere per documentare tutto.
Nessuno immaginava che quello che sarebbe andato in onda non sarebbe stato lo svolgimento di un supervertice mondiale, ma il più grande scontro del Dopoguerra, tra le forze dell’Ordine e dimostranti, nei quali i più violenti spesso avevano preso il sopravvento. Il contenuto del G8, che doveva, appunto,
occuparsi di globalizzazione, sarebbe passato in secondo ordine nonostante la presenza dei capi degli Stati più importanti del mondo.
Quei giorni di luglio 2001 a Genova sarebbero passati alla Storia in altro modo.
