Diabete tipo 2, il microbiota potrebbe rivelare il rischio prima che salga la glicemia (blitzquotidiano.it)
E se il rischio di sviluppare il diabete tipo 2 potesse essere individuato prima ancora che la glicemia iniziasse a salire? È la possibilità suggerita da una nuova ricerca presentata al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), in corso a Milano.
Gli scienziati hanno analizzato il microbiota intestinale di oltre 229 mila persone e hanno individuato centinaia di variazioni nella composizione dei batteri intestinali associate al diabete tipo 2. Ma il dato più interessante arriva dalle persone che non avevano ancora diabete né prediabete: anche tra loro, alcune caratteristiche del microbiota erano associate a una risposta glicemica dopo il pasto compatibile con una fase iniziale di alterazione del metabolismo.
Questa scoperta è importante perché potrebbe aprire una strada interessante per individuare il rischio prima della comparsa dell’iperglicemia.
Che cosa hanno scoperto i ricercatori
Lo studio ha coinvolto 229.025 adulti provenienti da Regno Unito e Stati Uniti. Nel gruppo c’erano 3.627 persone con diabete tipo 2, 14.022 con prediabete e 211.376 con valori di glicemia nella norma.
I ricercatori hanno analizzato il DNA dei microrganismi presenti nell’intestino, una tecnica chiamata metagenomica, e hanno confrontato la composizione del microbiota tra le diverse categorie di partecipanti.
Il risultato è stato particolarmente ampio: sono state individuate 789 specie batteriche associate al diabete tipo 2.
Di queste, 168 risultavano più abbondanti nelle persone con diabete, mentre 621 erano presenti in quantità inferiori.
Tra i batteri individuati c’è, per esempio, Enterocloster bolteae, risultato più abbondante nelle persone con diabete tipo 2. Al contrario, Romboutsia timonensis risultava meno rappresentato. Ma la ricerca non si è fermata alle persone che avevano già ricevuto una diagnosi.
Il microbiota cambia prima della glicemia?
È questa la parte più interessante dello studio. Gli scienziati hanno analizzato anche un gruppo di 135.093 persone con glicemia normale, osservando la risposta dello zucchero nel sangue dopo aver mangiato.
Normalmente la glicemia aumenta dopo un pasto e poi torna gradualmente verso i valori precedenti. Il problema si presenta quando rimane elevata più a lungo: una risposta di questo tipo può essere associata a una minore sensibilità all’insulina, uno dei passaggi che possono precedere lo sviluppo del diabete tipo 2.
I ricercatori hanno osservato che le persone nelle quali la glicemia rimaneva elevata più a lungo tendevano ad avere una composizione del microbiota più simile a quella osservata nelle persone con diabete tipo 2.
In altre parole, la firma batterica associata al diabete sembrava comparire anche in alcune persone che, sulla base dei tradizionali valori glicemici, non avevano ancora sviluppato la malattia.
È proprio questo il possibile valore della scoperta: intercettare cambiamenti metabolici molto precoci, quando la glicemia non ha ancora raggiunto i livelli utilizzati per identificare il prediabete o il diabete.
Non significa che il microbiota possa diagnosticare il diabete
Questo punto è fondamentale. Oggi per diagnosticare il diabete e il prediabete vengono utilizzati esami come glicemia a digiuno, emoglobina glicata (HbA1c) e curva da carico orale di glucosio. Il microbiota non sostituisce nessuno di questi strumenti.
La nuova ricerca, inoltre, mostra soprattutto associazioni.
Non dimostra che siano quei batteri a provocare il diabete. È possibile che alcuni cambiamenti del microbiota contribuiscano all’alterazione del metabolismo, ma è anche possibile che siano il risultato di altri fattori, come alimentazione, peso corporeo, insulino-resistenza o altri cambiamenti metabolici.
Potrebbero quindi esserci meccanismi che procedono contemporaneamente: modificazioni dell’alimentazione e dello stile di vita, cambiamenti nel metabolismo e modificazioni dell’ambiente intestinale. Per trasformare questa osservazione in uno strumento clinico serviranno studi prospettici e validazioni indipendenti.
Perché il microbiota interessa tanto la ricerca sul diabete
Il microbiota intestinale non è semplicemente un insieme di batteri che vive nell’intestino. Questi microrganismi partecipano alla trasformazione di molti componenti della dieta e producono metaboliti che possono interagire con l’organismo. Alcuni di questi composti possono influenzare l’infiammazione, il metabolismo energetico, la barriera intestinale e diversi processi coinvolti nella regolazione della glicemia.
Il rapporto è però estremamente complesso.
Non esiste un singolo “batterio del diabete” e non esiste, almeno oggi, un microbiota perfetto che possa garantire di non sviluppare la malattia.
La composizione dell’ecosistema intestinale varia infatti in base a moltissimi fattori: alimentazione, età, farmaci, attività fisica, peso corporeo, ambiente e caratteristiche individuali.
Proprio per questo il valore della nuova ricerca non sta nell’aver trovato un singolo microrganismo responsabile del diabete, ma nell’aver individuato una firma complessiva composta da molti cambiamenti.
E la dieta può modificare questa firma?

È una delle domande più interessanti che emergono dalla ricerca, ma bisogna evitare conclusioni troppo semplicistiche. Sappiamo che l’alimentazione è uno dei principali fattori che influenzano il microbiota intestinale. Fibre, legumi, cereali integrali, frutta, verdura, frutta secca e altri alimenti vegetali forniscono substrati che possono essere utilizzati dai microrganismi intestinali.
Anche l’attività fisica e il peso corporeo possono essere associati a cambiamenti del microbiota.
Ma da questo non deriva automaticamente che mangiare un determinato alimento possa “eliminare” il rischio di diabete attraverso il microbiota.
La ricerca attuale sta cercando proprio di capire se le modificazioni dell’ecosistema intestinale possano diventare un bersaglio per strategie preventive più personalizzate.
Il futuro potrebbe essere una prevenzione più personalizzata
Il possibile scenario futuro è interessante. Oggi per valutare il rischio di diabete tipo 2 si considerano soprattutto fattori come età, sesso, peso corporeo, familiarità, attività fisica e altri parametri metabolici.
In futuro, una combinazione di queste informazioni potrebbe essere affiancata da dati provenienti dal microbiota.
L’idea sarebbe individuare alcune persone prima che sviluppino alterazioni evidenti della glicemia, per intervenire precocemente con alimentazione, attività fisica e altre strategie di prevenzione.
Ma siamo ancora a una fase di ricerca. Gli stessi autori sottolineano che l’analisi del microbiota dovrebbe eventualmente fornire informazioni aggiuntive, non sostituire i normali fattori di rischio e gli esami utilizzati per diagnosticare diabete e prediabete.
Il dato più interessante, quindi, non è semplicemente che il microbiota sia diverso nelle persone con diabete in quanto questo legame era già stato osservato in precedenza.
La novità è la possibilità che alcune modificazioni dell’ecosistema intestinale siano riconoscibili già nelle fasi precedenti alle alterazioni glicemiche evidenti.
Se ulteriori studi riusciranno a confermare questi risultati, il microbiota potrebbe diventare uno degli strumenti utilizzati per comprendere meglio chi è maggiormente predisposto al diabete tipo 2.
