Le cover più ardite dei Fleetwood Mac: Santana, The Hole, Judas Priest... Blitz Quotidiano
I Fleetwood Mac sono stati una band fondamentale nel panorama rock e pop, incidendo una quantità incredibile di brani che sono rimasti nella memoria collettiva e che sono stati tramandati anche attraverso le cover di artisti famosi e meno noti. Ma, per quanto riguarda le cover, lo sapete, a me piace andare a scoprire quelle che mettono in gioco più personalità, quelle che rischiano di più, cercando di far emergere dalla canzone caratteristiche che nell’originale non erano tanto sviluppate. Se questo aspetto delle cover intriga anche voi, allora andiamo a scoprire quali sono le cover più ardite dei Fleetwood Mac.
Ma prima, un po’ di contesto può aiutare a mettere le cose nella giusta prospettiva. I Fleetwood Mac nascono nel 1967, fondati dal chitarrista blues Peter Green, insieme al batterista Mick Fleetwood e al bassista John McVie. È proprio dall’unione dei nomi dei componenti della sezione ritmica che Peter Green ha forgiato il nome della band. Tutti e tre provenivano dai Bluesbrakers di John Mayall. Fu anzi proprio John Mayall il principale responsabile della fondazione dei Fleetwood Mac: Mayall regalò a Green delle ore pagate in uno studio di Londra, che i tre utilizzarono per improvvisare e registrare le loro prime canzoni.
Sebbene i Fleetwood Mac siano oggi spesso associati al mondo del pop, si può dire che la band ha attraversato perlomeno due fasi. All’inizio erano una band rock blues, di quello stesso british blues di cui John Mayall era uno dei principali esponenti. E, viste le origini e la formazione dei Fleetwood Mac, questo non stupisce affatto. Ciò che però lascia senza parole è che anche nella loro veste blues i Fleetwood Mac hanno scritto e inciso alcuni dei capolavori immortali ripresi poi da tantissimi altri artisti: tra gli altri Black Magic Woman (sì, è proprio dei Fleetwood Mac…), Oh Well e diversi altri.
Dopo l’uscita di Peter Green dalla band nel 1970, i Fleetwood Mac si assestarono con una nuova formazione, includendo in pianta stabile Christine Perfect, ormai divenuta Christine McVie dopo aver sposato il bassista John McVie, alle tastiere e alla voce. Per diversi anni il gruppo si affannò alla ricerca di un nuovo sound, passando per il rock melodico, fino ad approdare al pop nel 1974, con l’inserimento di Lindsey Buckingham alla chitarra e voce e di Stevie Nicks alla voce. Questa è la formazione considerata più “classica” dei Fleetwood Mac, almeno di quelli della fase pop.
Ma soprattutto va sottolineato che il pop dei Fleetwood Mac è sempre stato un pop di altissima qualità, figlio senza dubbio di tutta l’esperienza precedente nel mondo del rock blues. Questa formazione “classica” della band produrrà negli anni Settanta alcuni album memorabili, come Rumours nel 1977 e Tusk nel 1979.
L’importanza e l’influenza dei Fleetwood Mac su tutto il mondo della musica contemporanea è evidente anche nella grande quantità di album tributo che sono stati dedicati alla band. Nella nostra ottica delle cover ardite, vi segnalo la rivisitazione dell’intero Tusk da parte dei Camper Van Beethoven, nel loro album intitolato appunto Tusk e uscito nel 2002. I Grassmasters, invece, nel 2005 hanno pubblicato Fleetwood Grass, un album in cui diversi grandi classici dei Fleetwood Mac vengono reinterpretati in chiave bluegrass e in versioni strumentali.
Gary Moore ha inciso cover di tributo al blues dei Fleetwood Mac e di Peter Green fin dal suo esordio nel mondo del blues nel 1990. Nel 1995, ha pubblicato un intero album di cover di brani blues di Peter Green: Blues for Greeny. D’altra parte, in ambito blues, i primi Fleetwood Mac non sono mai stati dimenticati, rimanendo ancora oggi un riferimento fondamentale anche per artisti rinomati, come ad esempio Eric Clapton, anche lui, tra parentesi, membro dei Bluesbrakers di John Mayall per un certo periodo.
Molte sono anche le compilation tributo dedicate ai Fleetwood Mac. Tra le più interessanti, dal punto di vista delle cover ardite, vi segnalo Just Tell Me That You Want Me: A Tribute to Fleetwood Mac, pubblicata nel 2012, e Legacy: A Tribute to Fleetwood Mac’s Rumours del 1998.
E a dimostrazione dell’enorme influenza che i Fleetwood Mac hanno avuto sulla musica e i musicisti di qualsiasi genere ed estrazione, ecco alcuni nomi famosi, oltre quelli dell’elenco che segue, che hanno reinterpretato brani dei Fleetwood Mac: Jan Akkerman ha inciso una sua versione di Albatross in Puccini’s Cafe del 1993, Marianne Faithful ha reinterpretato Angel nel 2012, nella compilation tributo Just Tell Me That You Want Me: A Tribute to Fleetwood Mac, gli Smashing Pumpkins hanno pubblicato una versione acustica di Landslide com B-side del singolo Disarm nel 1994, Elton John ha rivisitato Don’t Stop per la compilation Legacy: A Tribute to Fleetwood Mac’s Rumours del 1998, i Black Crowes hanno registrato Oh Well dal vivo in un’esecuzione con Jimmy Page inclusa in Live at the Greek del 2000, brano che è stato inciso anche da Slash con Chris Stapleton come singolo nel 2024.
Menzioni speciali
Rumours, album del 1977 dei Fleetwood Mac, è senza dubbio uno degli album più iconici della band. Contiene una serie incredibile di brani di successo che ancora oggi ispirano artisti di ogni genere. Don’t Stop è certamente uno dei brani di punta dell’album, che vanta numerose reinterpretazioni ardite. Vale la pena ricordare qui la versione strumentale in stile bluegrass dei Grassmasters inclusa nel loro Fleetwood Grass del 2005, ma anche la reinterpretazione in chiave jazz degli Jazzystics con Cassandra Beck, nel loro Best of the Best del 2007.
Altro grande classico tratto da Rumours è Dreams. Nel 2020 gli Scary Pockets ne hanno realizzato una versione funk, inclusa nel loro album Cycles. Elisapie, cantante di etnia inuit, ne ha invece inciso una reinterpretazione in lingua eschimese, dal titolo Sinnatuumait per l’album Inuktikut del 2023. Da segnalare anche la versione di Richie Havens inclusa in Connections del 1980 e quella più jazz di Talisha Karrer incisa nel 2016.
Ancora un estratto di enorme successo da Rumours. The Chain era la traccia di apertura del lato B del vinile. Una interessante versione a cappella è stata incisa dagli Smiffenpoofs per il loro Poofs in Boots del 2012. Gli Evanescence hanno pubblicato una loro reinterpretazione del brano come singolo nel 2019. Di nuovo gli Scary Pockets si sono cimentati anche con The Chain, pubblicando la loro interpretazione funk nel 2023, nell’album Heat Check. Sempre del 2023 è il singolo in cui la Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox rivisita il brano in versione jazz, mentre nel 2025 i Rosetta Stone ne hanno realizzato un’interpretazione gothic per il loro Nothing is Sacred. Ma il brano ha ispirato anche sonorità più dure: ascoltate la versione metal dei Seven Witches inclusa in Second War in Heaven del 1999, o quella uscita come singolo nel 1992 dei Silkworm.
Dal periodo rock blues dei Fleetwood Mac viene invece Oh Well, uno dei brani più rivisitati, principalmente da artisti di ambito rock blues. Kenny Wayne Shepherd ne ha inciso una splendida versione dal vivo in Live On del 1999. Ma già nel 1983 i McCoy avevano pubblicato una loro interpretazione un po’ più dura come singolo.
Dalla compilation Legagy: A Tribute to Fleetwood Mac’s Rumours del 1998, vi segnalo anche la versione dei Goo Goo Dolls di I Don’t Want to Know. Da un’altra compilation molto interessante viene invece la reinterpretazione con tanto di flauto di Man of the World da parte di Ian Anderson: Man of the World: Reflections on Peter Green è un album tributo del 2003 che vede anche la partecipazione di Rory Gallagher e Arthur Brown.
La rivisitazione in chiave surf del classico dei Fleetwood Mac Albatross, da parte degli Shadows nel 1980, val bene la definizione di cover ardita. E abbastanza ardite sono anche le reinterpretazioni di Everywhere di Sarah Bird, dal suo Acoustic Covers Vol. 2 del 2018, e di Eve St. Jones, pubblicata come singolo nel 2019. Sicuramente più ardita è la versione di Little Lies, brano incluso originariamente in Tango in the Night, album dei Fleetwood Mac del 1987, pubblicata da J2 con Midian sotto il titolo di Sweet Little Lies in The Iconic Series, Vol. 2 del 2014.
I Redhillbillies hanno invece rivisitato in chiave bluegrass Say You Love Me nel loro Under the Covers del 2020: l’originale era tratto da Fleetwood Mac del 1975. Willie Nelson, invece, ha reinterpretato in veste country Songbird nel 2006, brano estratto da Rumours, poi incidendolo anche insieme a Eric Clapton nel 2014. Lo stesso brano, ma con un sound completamente diverso, lo troviamo nell’interpretazione di Eva Cassidy nel suo album Songbird del 1998.
Per quanto riguarda la fase rock blues dei Fleetwood Mac, vale la pena citare anche la versione di Gary Moore di Stop Messin’ Round, inclusa in Still Got the Blues del 1990 e divenuta un suo marchio di fabbrica. Watch Out invece è stata rivisitata in maniera abbastanza ardita da Colin James nel 2016 nel suo album Blue Highways.
Santana, Black Magic Woman
Black Magic Woman era originariamente un singolo che anticipava la pubblicazione del primo album della band di Peter Green, intitolato semplicemente Fleetwood Mac e pubblicato nel 1968. Black Magic Woman non venne però inserita nell’album, trovando invece spazio solo in un paio di compilation del 1969. La versione di Santana, inclusa nel suo storico album Abraxas del 1970, è decisamente più famosa dell’originale: oltre ai diversi livelli di poliritmia creati con le percussioni, presenta anche delle variazioni nella sequenza armonica, che la rendono decisamente una cover ardita! E a proposito di cover ardite, vale la pena citare anche la versione registrata da Eric Clapton dal vivo in The Lady in the Balcony: The Lockdown Sessions nel 2021, dove la seconda parte della canzone rappresenta un innesto completamente originale, oltre a quella pubblicata nel 2009 dalla band rockabilly svedese The GoGetters per il loro album Motormouth e a quella realizzata dal grande armonicista blues Charlie Musselwhite nel 2000 e inclusa in diverse compilation di blues. Nel video, un’esecuzione dal vivo di Santana nel 1970.
Lee Ranaldo Band & J Mascis, Albatross
Altro singolo pubblicato dai Fleetwood Mac nel 1968 e non incluso in alcun album della band, ma solo in alcune compilation successive, Albatross è un brano strumentale, caratterizzato da una melodia alla chitarra che lo ha reso fin da subito un enorme successo. È stato ripreso in diversi ambiti musicali, fra cui particolarmente efficaci sono le versioni realizzate in ambito surf. Ma io qui vi propongo la reinterpretazione ardita di Lee Ranaldo, chitarrista dei Sonic Youth, insieme alla sua band e con la partecipazione J Mascis, chitarrista dei Dinosaur Jr., pubblicata nella compilation tributo Just Tell Me That You Want Me: A Tribute to Fleetwood Mac del 2012, a testimonianza di quanto il brano abbia avuto influenza su artisti di generi musicali anche molto distanti.
Cash Savage and the Last Drink, Oh Well
Oh Well venne pubblicata come singolo dai Fleetwood Mac nel 1969 e inclusa nell’edizione americana dell’album Then Play On dello stesso anno. La prima parte, con il suo riff blues alternato a parti vocali soliste, è quella che veniva eseguita dal vivo e che ha colpito l’immaginazione di moltissimi artisti contemporanei e successivi. Tantissime sono state le reinterpretazioni del brano, anche da parte di artisti famosi, come i Deep Purple, Tom Petty and the Heartbreakers, i Big Country, gli Aerosmith, solo per citarne alcuni. Dal nostro punto di vista delle cover ardite, più interessanti sono le versioni di Joe Jackson, inclusa in Laughter and Lust del 1991, e quella di Billy Gibbons degli ZZTop, incisa per la compilation tributo Just Tell Me That You Want Me: A Tribute to Fleetwood Mac del 2012. In rete si trova anche una bella esecuzione live di un supergruppo in cui spiccano Billy Gibbons, Steven Tyler degli Aerosmith e Mick Fleetwood alla batteria. Nel video, però, vi propongo la versione, sicuramente più ardita, degli australiani Cash Savage and the Last Drink, eseguita dal vivo nel 2019.
The Kills, Dreams
Dreams è probabilmente uno dei brano più famosi dei Fleetwood Mac, tratto dal celeberrimo album Rumours, pubblicato dalla band nel 1977. Siamo ormai nella fase più pop dei Fleetwood Mac, ma brani come Dreams riescono a solleticare l’immaginazione di artisti provenienti da ambiti musicali anche molto distanti. È il caso dei Kills, un duo indie rock americano formato dal chitarrista Jamie Hince e dalla cantante Alison Mosshart. La loro versione stralunata di Dreams compare nella compilation tributo Just Tell Me That You Want Me: A Tribute to Fleetwood Mac del 2012.
Hole, Gold Dust Woman
Le Hole sono sicuramente un’altra band che non ti aspetteresti di trovare in un articolo sulla musica dei Fleetwood Mac. Ma la versione ardita di Gold Dust Woman realizzata dalla band di Courtney Love e Melissa Auf der Maur nel 1996 è davvero interessante. Prodotta da Ric Ocasek dei Cars, uscì come singolo e apparve anche nei titoli di coda del sequel del film Il corvo. L’originale dei Fleetwood Mac era inclusa ancora una volta in Rumours del 1977. Vi segnalo anche la versione sperimentale di Julia Holter, incisa nel 2012 per una compilation della rivista Mojo e pubblicata come singolo online solo nel 2020.
Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox, Don’t Stop
Ancora un brano tratto da Rumours dei Fleetwood Mac, e decisamente uno dei più famosi della band. Utilizzato come inno progressista nelle campagne elettorali americane, ma anche dal partito conservatore, dagli ambientalisti e nelle pubblicità delle aziende petrolifere, è evidentemente un brano estremamente versatile. Pensate che pare sia stato scritto da Christine McVie a seguito della sua separazione con il bassista John McVie… Don’t Stop vanta ovviamente tantissime reinterpretazioni, ma raramente si tratta di cover ardite quanto la versione jazz realizzata dagli Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox nel 2018 per il loro Jazz Me Outside Pt. 1. La band è in effetti un collettivo di musicisti americani nato con lo scopo di rivisitare brani famosi in chiave jazz e swing.
NOFX, Go Your Own Way
È incredibile quanto l’album Rumours dei Fleetwood Mac sia stato fondamentale per tanti musicisti e tanti generi musicali. Go Your Own Way era appunto un singolo del 1977 tratto sempre dallo stesso album. Tra le versioni più ardite e interessanti del brano, vi segnalo quella registrata dai Cranberries e inclusa nella riedizione dell’album To the Faithful Departed del 1997. Ma la mia scelta della cover ardita di Go Your Own Way è ricaduta sulla versione punk dei NOFX, incisa per il loro S&M Airlines del 1989.
Christine Collister, Songbird
Provate a indovinare da quale album dei Fleetwood Mac è tratta Songird… Esatto: ancora una volta Rumours. Sembra proprio un indizio del perché sia considerato un album così fondamentale da tanti musicisti e critici musicali! Christine Collister è una cantante britannica dell’Isola di Man, che in genere si muove in ambito folk, blues, jazz. La sua cover di Songbird, realizzata con le sole voci e inclusa nell’album Songbird del 2000, è decisamente ardita e sperimentale.
Aerosmith, Stop Messin’ Around
La cover degli Aerosmith di Stop Messin’ Round (scritto Stop Messin’ Around nella loro versione) è un’ottima dimostrazione delle radici blues della band americana, oltre che della grande influenza dei Fleetwood Mac su tutto il variegato mondo della musica pop e rock. Gli Aerosmith hanno reinterpretato in diverse occasioni brani dei Fleetwood Mac, ma questa è forse la cover che può essere considerata più ardita, grazie anche agli interventi di Steven Tyler all’armonica. La versione degli Aerosmith è inclusa in Honkin’ on Hobo, album del 2004 dedicato al blues.
Judas Priest, The Green Manalishi (With the Two Pronged Crown)
Il mondo dei Fleetwood Mac conta un certo numero di rivisitazioni anche in ambito hard rock e metal. Fra tutte le reinterpretazioni “dure” che ho incontrato, questa dei Judas Priest mi pare la più ardita e ben riuscita. Inclusa nell’album Killing Machine del 1978, venne spesso eseguita dal vivo e pubblicata anche nel live Unleashed in the East del 1979. L’originale dei Fleetwood Mac era un singolo pubblicato nel 1970 e mai incluso in alcun album ufficiale.
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