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Referendum, Renzi non caccia nessuno, solo la mala Europa

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ROMA – Referendum, grande rullar di titoli e commenti su quel grido “Fuori, fuori” (sentito e forse condiviso dai più ma non certo urlato in massa) alla platea della Leopolda. Grido lanciato all’indirizzo dei Bersani/D’Alema all’indomani della conferma da parte loro del loro No. Votano No qualunque cosa faccia Renzi della legge elettorale, non è la legge elettorale il loro obiettivo, il loro bersaglio è Renzi.

“Fuori, fuori” gran rullar di titoli e commenti, anche aggrottati. Soprattutto a rilevare la circostanza che Renzi non ha zittito che gridava “Fuori, fuori”. Il giorno dopo Renzi altra assemblea, stavolta elettorale, zittisce analogo grido. E allora? Rifare titoli e commenti aggrottati e pensosi sulla sorte del Pd?

Non è il caso, sono tutti minuetti di stampa e agenzia che incrociano danze ritmate intorno alla sostanza, alla realtà del Pd. Dal Pd di cui è segretario Renzi non caccia nessuno, neanche quelli che sono già fuori per loro maturata e trasparente scelta e che restano per un solo motivo: provare ad abbattere Renzi per via di sconfitta al referendum. Il No deve aprire la breccia attraverso cui passare, riconquistare il partito e cacciare, magari, Renzi.

Renzi non caccia dal Pd neanche questi e non perché sia buono o indulgente. Non li caccia perché non serve a nulla cacciarli. Il Pd, un Pd in cui possano stare insieme i Renzi e i D’Alema non è più possibile. Se vince il No al referendum, allora i D’Alema partiranno per cacciare Renzi in pochi mesi dalla segreteria Pd e dal governo e, possibilmente, dalla memoria. Se invece vince il Sì, i D’Alema e i Bersani faranno la scissione che hanno già fatto nella loro testa e ultimamente anche nelle loro azioni. Dentro il Pd di Renzi loro si sentono come incursori e truppe speciali votate al sacrificio per colpire il tiranno. Nel loro Pd Renzi è al confino e alla gogna. E Renzi considera nel suo Pd i D’Alema/Bersani come sabotatori già pronti a saltare le linee dopo aver fatto esplodere tutte le infrastrutture renziane possibili.

Quindi Renzi non caccia nessuno dal Pd, non ne ha bisogno. Ha invece urgente e disperato bisogno di cacciare, almeno un po’, una mala Europa che si ostina ad essere tale. Juncker, a nome della Commissione europea, si è spinto a dire che terremoti e migranti valgono alla sua calcolatrice lo 0,1 del Pil italiano, più o meno un miliardo e mezzo di euro. Niente di più, il resto sarebbe la solita lagna italiana, quella del “piangi e fotti”, anche se non è certo che Juncker conosca l’espressione.

In poche ore, pochissime, dalle parti della Commissione Europea si sono accorti di averla sparata grossa, anzi di averla fatta…fuori dal vaso. Arriva precisazione ufficiale secondo cui Juncker sulle cifre “ha improvvisato”. Improvvisato, solo improvvisato? Un miliardo e mezzo di euro come spese aggiuntive per tre terremoti e 150 mila migranti tra cui i 60 mila che l’Europa doveva prendersi e non si è presa non sono improvvisazione, sono provocazione. Provocazione negligente nei confronti dell’Italia.

Contro questa Europa che più che imporre regole tratta l’Italia come l’eterno scolaro imbroglione e discolo, contro questa Europa che non vuol farsi fregare gli spiccioli da quei furboni di italiani mentre i movimenti anti Ue le stanno rubando casa, Renzi ha detto e finora sta facendo quel che nessun premier italiano ha finora detto e fatto fino in fondo.

Comunicare all’Europa che gli italiani ricostruiranno i paesi e i borghi dei terremoti e rimetteranno in sicurezza tutti gli edifici scolastici italiani, anche quelli dove terremoto non c’è stato e che faranno questo spendendo quel che c’è da spendere e che questa spesa l’Italia la considera fuori calcolo deficit perché risponde ad esigenza primaria della nazione.

Comunicare all’Europa che ci sono paesi che attingono ai fondi, ai soldi europei e quindi traggono vantaggio dall’Unione e dai patti economici. E che quegli stessi paesi però ai patti non stanno quando si tratta di prendersi migranti sbarcati in Italia e in Grecia. E che quindi ci sono paesi che applicano “il mio è mio, il tuo è nostro”. E che quindi se l’Europa tollera questo, l’Italia non lo tollera e romperà il gioco alla prima occasione mettendo il veto al bilancio comunitario se Ungheria, Cechia, Slovacchia e Polonia continuano a prender soldi sì migranti no.

Comunicare questo paio di cosette è ciò che maggiormente infastidisce Juncker e lo porta a dire “Me ne frego”. Lo infastidisce e innervosisce perché con queste comunicazioni salta il gioco del sopire, mediare, nascondere, rinviare, insomma la Europa “mala” anche suo malgrado.

Spendere, spesa pubblica per ricostruzione dopo terremoto e sicurezza delle scuole, con o senza il permesso dell’Europa. E veto sulla distribuzione dei soldi europei se l’Europa ci lascia in carico tutti i migranti che da noi sbarcano. Al netto delle parole che riempiono la bocca e solo quella e senza i danni catastrofici di una uscita unilaterale, solitaria e disperata dall’Europa, nessun governo (neanche di Grillo) potrebbe essere più concretamente tosto verso Bruxelles.

Ma la storia e la politica amano, la prima in grande, la seconda in miniatura, prendersi gioco degli umani. Un ottimo vettore, una non trascurabile spinta al votare No al referendum viene dalla trasposizione del No di sentimento all’Europa in appunto No sulla scheda referendaria. Quindi quelli che voteranno No anche volendo spedire un No a Bruxelles con lo stesso voto azzopperanno, feriranno, più probabilmente sbaraccheranno il governo che sta infastidendo la mala Europa.