Blitz quotidiano
powered by aruba

Airbnb, solo 25% paga tasse. Arriva legge: App trattiene 10%

La foto di di Riccardo Galli

Leggi tutti gli articoli di Riccardo Galli

ROMA –Airbnb, chi oggi affitta tra mite la piattaforma tre volte su quattro affitta a nero e non paga un euro di tasse. Però se si pagassero tutte le tasse che oggi gravano sull’affittare…

Una soluzione semplice, chiara e persino equa: Airbnb e gli altri siti simili diventeranno dei sostituti d’imposta e tratterranno a monte la parte di incasso destinata all’erario. Mercoledì 2 marzo un gruppo bipartisan di parlamentari presenterà una proposta in questo senso alla Camera.

Una proposta che farebbe la felicità delle associazioni degli albergatori e di chi affitta tramite la rete pagando le tasse, ma soprattutto che interverrebbe la dove ora c’è un vero e proprio vuoto normativo che si traduce in centinaia di milioni di euro evasi da decine di migliaia di host che affittano case e camere completamente in nero.

“Su Airbnb ci sono oltre 20mila annunci per pernottare a Roma – scrive Gabriele Martini su La Stampa -, ma al Comune risultano solo 8600 attività ricettive extra-alberghiere. Significa che ci sono almeno 13.400 fantasmi, che si muovono nel vuoto normativo. A Torino, a fronte di 2446 sistemazioni pubblicate sul portale, appena 341 strutture (13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. Bocciata anche Firenze, dove Airbnb ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno. Qui gli annunci sono 7497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Stessa musica a Napoli con 2432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune. La maglia nera va a Milano: 12841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Tra le principali destinazioni turistiche si salvano solo Venezia e Verona”.

Numeri che si traducono in una mega evasione fiscale e un’altrettanto grande concorrenza sleale nei confronti di chi invece le tasse le paga. Secondo una stima di Federalberghi le presenze riferite all’anno 2014 in alloggi privati non registrati in Italia sono state 73,8 milioni. “Siamo di fronte a una diffusa alterazione delle regole che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza”, lamenta Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi. “Parliamo di introiti per 2,4 miliardi di euro e di un’evasione fiscale superiore ai 110 milioni. A cui vanno aggiunti 57 milioni di tasse di soggiorno non versate”.

Certo, alloggio non registrato non necessariamente si deve tradurre in tasse non pagate, Airbnb traccia infatti ogni pagamento rilasciando una regolare ricevuta che ogni utente host deve, anzi dovrebbe, riportare poi nella propria dichiarazione dei redditi. E’ però legittimo pensare che all’interno di quelle decine di migliaia di host ‘invisibili’, almeno una parte rimanga invisibile anche al fisco. Una condizione in un certo senso facilitata anche dall’attuale complessità normativa. Non è infatti un caso che anche i proprietari di case ora chiedano più chiarezza. Spiega Nicola Pardini, tra i fondatori dell’associazione degli affittuari fiorentini: “I locatari non riescono a districarsi nel caos delle leggi. C’è un vuoto normativo che non aiuta nessuno”. Ma, avverte Pardini, “introdurre nuove tasse e balzelli vari avrebbe l’effetto di spingere i proprietari-locatori a restare nell’illegalità”.

E allora, per quanto possa apparire al limite dell’incredibile in quel Parlamento che spesso si segnala per note di demerito, una proposta di legge che sembrerebbe accontentare tutti o quasi. Nella bozza – firmata tra gli altri da Veronica Tentori e altri sei esponenti del Pd, Antonio Palmieri (Fi), Ivan Catalano (Gruppo Misto), Adriana Galgano e Stefano Quintarelli di Scelta Civica – si spiega che la finalità è quella di “riconoscere e valorizzare” l’economia della condivisione, di “promuoverne lo sviluppo” e di definire “strumenti atti a garantire la trasparenza, l’equità fiscale, la leale concorrenza e la tutela dei consumatori”.

In sostanza i parlamentari chiedono che le piattaforme agiscano da sostituti d’imposta per i redditi generati dagli utenti con un’aliquota fissa del 10% su tutte le transazioni. Significa che Airbnb tratterà le tasse e le verserà direttamente all’erario per conto dell’utente-proprietario della casa. Introducendo poi delle soglie e delle differenziazioni tra chi dell’affitto ne ha fatto un lavoro vero e proprio e chi, invece, lo usa come integrazione al reddito. La proposta di legge prevede infatti la soglia 10 mila euro annui come dis: chi sta sotto paga il 10% con la formula della cedolare secca (fatta salva la no tax area), chi supera la cifra versa l’aliquota corrispondente al cumulo con gli altri redditi.