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Trump attacca Grandi Magazzini, devono vendere abiti fatti dalla figlia. Berlusconi, un santo

Donald Trump e Melania

ROMA – Trump, l’uomo votato presidente perché l’un per cento dei ricchi e potenti smettessero di poter fare il comodo loro. Sicuri? Trump presidente insediato ha appena finito si smontare le poche regole anti speculazione finanziaria da parte delle banche che tornano libere di fare come gli pare, come prima della crisi del 2007. Come anti Wall Street non c’è male come esordio. Poi Trump presidente ha dato una smontata all’obbligo per i broker dei fondi pensioni di “agire solo nell’interesse dei clienti”, cioè i pensionati e pensionandi, ci sono anche altri interessi, che diamine. Quindi Trump è partito alla carica contro Norstrom, catena di Grandi magazzini. Perché tengono prezzi troppo alti? No, perché hanno smesso di vendere gli abiti e il prodotti della linea di Ivanka, la figlia di Trump.

Quelli che in Italia si lamentavano, quelli che protestavano in piazza e in Parlamento e quelli che si indignavano per il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi; come erano piccoli e ignari della microscopica dimensione della loro indignazione. Qui, in Italia, siamo nella provincia del mondo è tutto è piccolo. E’ oltreoceano che le cose assumono la dimensione del Kolossal. Ed è lì che l’uomo più potente del mondo critica via twitter una catena di negozi rea di non vendere più la collezione disegnata da sua figlia. Ed è sempre lì che la moglie dell’uomo più potente del mondo fa causa ad un giornale, colpevole di aver accostato il suo nome a quello di un’agenzia di escort, non perché questo avrebbe danneggiato il suo buon nome o quello del suo potente marito, ma perché le ha fatto perdere l’occasione di far soldi grazie al fatto di essere la First Lady, “una delle donne più fotografate del mondo”. Altro che televisioni, giornali, banche e assicurazioni: Silvio Berlusconi era un principiante messo a confronto di Donald Trump. Un principiante, un bambino, anzi un santo al confronto.

Credevamo, noi provinciali, che il massimo della faccia tosta e della maleducazione istituzionale l e avessimo incontrate a cavallo del voto del Parlamento italiano obbligato da ragion di Arcore a votare Ruby Rubacuori nipote di Mubarak. Non sapevamo, e non avremmo potuto nemmeno immaginare che sarebbe arrivato, e da uno dei Paesi che viene giustamente considerato il baluardo della democrazia, che sarebbe arrivato chi avrebbe fatto impallidire la gesta del nostro Cavaliere.

Mia figlia Ivanka è stata trattata così ingiustamente da Nordstrom”, ha twittato Donald Trump, il Presidente degli Stati Uniti d’America. “È una gran persona, che mi spinge sempre a fare le cose giuste. Terribile!”. Il presidente Usa in carica che fa promozione e pressione di Stato perché la figlia faccia soldi. Una presa di posizione rincarata, tra l’altro, dal suo portavoce Sean Spicer, che ha accusato Nordstrom di aver respinto il marchio di Ivanka per vendetta contro le politiche di Trump.

Il tweet presidenziale è stato in realtà un po’ tardivo – per l’esattezza cinque giorni dopo la decisione dei grandi magazzini, che sono stati anche oggetto di una campagna di boicottaggio anti-Trump. Un ritardo non spiegato ma forse imputabile alle molte distrazioni che hanno costretto Trump a dedicarsi ad altri tweet: dalle accuse ai giudici che ostacolano il suo divieto ai rifugiati e agli immigrati di sette paesi islamici fino alle conferme di discussi ministri della sua amministrazione quali Betsy DeVos all’istruzione e Jeff Sessions alla Giustizia. E torneremo su questi nomi. Ma voi vi sareste mai immaginati che l’uomo più potente del mondo, perché così è universalmente considerato l’inquilino della Casa Bianca, che prende posizione ufficiale contro una catena di grandi magazzini, privata, perché non vende i prodotti di sua figlia?

Il nostro Berlusconi mai avrebbe fatto questo per Piersilvio o Marina. E tornado ai nomi dei ministri trumpiani, nemmeno il nostro Cesare Previti arriva alle vette toccate del ministro della giustizia degli Usa, quel Jeff Session che una trentina d’anni suscitò la reazione di Coretta Scott King, vedova di Martin Luther King, che quando stava per essere nominato giudice federale prese carta e penna per dire ‘vi prego no, è un razzista dichiarato’. O la DeVos, nuova ministra dell’istruzione a stelle e strisce che con le sue posizioni anti scienza e pro integralismo cristiano-evangelico fa impallidire la Gelmini e il suo tunnel tra il Gran Sasso e il Cern di Ginevra.

E poi c’è Melania, la first lady di Trump. La nostra Veronica Lario ha rotto con il marito per le sue cene eleganti senza mai approfittare del suo ruolo. Melania invece, arrivando dopo quella Michelle che ha lasciato dietro di sé il ricordo e l’immagine di una prima donna d’America eticamente esemplare, ha questa settimana ripresentato una denuncia per danni da ben 150 milioni di dollari contro Mail Media, casa madre del Daily Mail, per un articolo dello scorso agosto poi ritrattato che insinuava avesse lavorato come escort. Rivendicando di aver perso opportunità di business per moltissimi milioni di dollari. Tanto da vanificare un periodo nel quale sarà una delle “donne più fotografate al mondo”. Questo il passaggio cruciale e ridondante della denuncia: “La querelante aveva l’opportunità unica, che capita una sola volta nella vita, come persona estremamente famosa e conosciuta, oltre che come ex modella di professione e testimonial di marchi, e come donna d’affari di successo, di lanciare un marchio commerciale ad ampio raggio in molteplici categorie di prodotto, ciascuna delle quali avrebbe potuto generare rapporti di business multimilionari per un periodo di molteplici anni durante i quali la querelante è una delle donne più fotografate al mondo. Queste categorie di prodotto avrebbero incluso, tra l’altro, abbigliamento, accessori, calzature, gioielli, cosmetici, prodotti per la cura dei capelli e della pelle e profumi”.

La storia con tutti i particolari la troviamo riportata sul Sole 24 Ore, una storia di soldi e di affari. Ma non è purtroppo solo e soltanto una storia di soldi e di affari.

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