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Tumori, le 44 aree d’Italia più inquinate MAPPA

ROMA – Sono quarantaquattro le aree in Italia inquinate oltre ogni limite di legge. Nelle aree più contaminate i tumori sono aumentati anche del 90% in soli dieci anni. Si attende dal 1996 una bonifica che non arriva, mentre aumenta la mortalità a causa del crescente inquinamento industriale. 6 milioni di persone esposte a rischio malattie e sono sempre maggiori i casi di cancro alla tiroide e tumore alla mammella che possono essere innescati appunto da metalli pesanti e ioni radioattivi.

Il rischio di mortalità è più alto del 15% nei siti inquinati della Penisola, rispetto alla media regionale, per le cause di morte correlate al rischio ambientale. E’ uno dei risultati dello studio Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), presentato oggi al 35esimo Congresso annuale dell’Associazione italiana di epidemiologia. Lo studio ha mostrato, in particolare, un eccesso di mortalità complessivo di circa 1.200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia meridionale. Luoghi in cui i nemici della salute si chiamano diossina e amianto, ma anche petrolio, piombo, Pcb e mercurio.

Il lavoro, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, in collaborazione con l’Università di Roma Sapienza, il Centro europeo ambiente e salute Oms, il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio e l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, è durato cinque anni e ha analizzato il rischio per la salute della popolazione residente in 44 siti contaminati per i quali sono state avviate, e in alcuni casi concluse, le bonifiche ambientali.

Lo studio

“conferma i risultati di alcune precedenti indagini relative alla mortalità nelle aree ad elevato rischio di crisi ambientale – ha detto Enrico Garaci, presidente dell’Iss – mostrando che lo stato di salute delle popolazioni residenti nei siti esaminati appare risentire di effetti avversi più marcati rispetto alle regioni di appartenenza. Deve essere tuttavia sottolineato il fatto che le cause di morte studiate, con rare eccezioni, riconoscono una molteplicità di fattori causali, peraltro non tutti noti”.

In particolare,

“la mortalità osservata nei siti contaminati è risultata del 15% più elevata di quella media regionale per le cause di morte correlate al rischio ambientale – ha continuato Garaci – ma sarebbe fuorviante e scientificamente poco valido affermare che ogni incremento della mortalità osservato possa essere attribuito all’inquinamento in uno specifico sito. Per questa ragione, in molti casi, gli elementi emersi dallo studio hanno condotto i ricercatori a formulare raccomandazioni per ulteriori studi di approfondimento”.

I risultati della ricerca saranno condivisi con i ministeri della Salute e dell’Ambiente, le Regioni, le Asl, l’Arpa e i Comuni interessati. Per realizzare questo studio è stato messo a punto un complesso sistema di analisi che tiene conto delle variabili che possono concorrere a causare una malattia.

“La correlazione è certa però solo nel caso del mesotelioma pleurico da amianto. Per le altre malattie l’ambiente è uno dei fattori che ha concorso all’insorgenza”, ha spiegato Pietro Comba, direttore del Reparto di epidemiologia ambientale dell’Iss. “Lo studio – ha sottolineato Comba – ha mostrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1.200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia meridionale”.

Nelle località contaminate da amianto è stata osservata una mortalità per il tumore maligno della pleura (tipica lesione da amianto) di circa 400 casi in eccesso rispetto a quelli attesi, a conferma del rapporto causale certo tra l’agente inquinante e la patologia. Sono state esaminate globalmente 63 cause di morte nella popolazione residente, tenendo conto della letteratura scientifica internazionale e delle condizioni socio-economiche dei comuni in esame, mettendo a punto un metodo che tiene conto delle complessità e delle specificità ambientali.

“Nei poli petrolchimici si sono osservati eccessi di morte per tumore polmonare e per malattie respiratorie non tumorali. Per questo dato l’attribuzione alla contaminazione ambientale, pur non essendo certa, risulta probabile”, ha spiegato ancora Comba. “Sulla base della conoscenza degli specifici siti considerati sono stati inoltre individuati incrementi localizzati di mortalità per malformazioni congenite, malattie renali, malattie neurologiche e oncologiche riconducibili, sempre con criteri probabilistici, alle specifiche emissioni considerate”, ha aggiunto.

Altri dati significativi riguardano

“l’incremento di mortalità per linfomi non Hodgkin nei siti contaminati da Pcb, mentre in quelli contaminati da piombo, mercurio e solventi organoclorurati è stato osservato un aumento delle malattie neurologiche”. “Questo studio ci ha consegnato uno strumento importantissimo per identificare le priorità sanitarie del risanamento ambientale, ed è molto significativo che questo progetto nasca da una strategia voluta dalle Istituzioni proprio a tutela della salute collettiva”, ha affermato Loredana Musmeci, direttore del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria, rilevando che “il nostro studio è risultato così innovativo, che l’Organizzazione mondiale della sanità ha ritenuto di adottare l’approccio metodologico da noi scelto per applicarlo a livello europeo”.

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