(Foto d'archivio Ansa)
Martellare la testa di un poliziotto durante un corteo, venire in Italia illegalmente, smerciare droga davanti a una scuola, percuotere e scippare la vecchietta per strada, occupare un immobile a vantaggio di fuoricorso universitari, entrare in un’abitazione a mano armata, minacciare i passanti con il machete, stuprare le donne sole o accompagnate, è diventato un Diritto delle persone “diseredate” che si ribellano a modo loro ad una società “capitalistica e sfruttatrice”.
Le piazze di Torino hanno dimostrato al mondo che, mentre le polizie iraniane si coprono il volto per uccidere i giovani, in Italia sono i giovani che si mascherano per assalire i poliziotti.
Se fossi a capo di un governo europeo, israeliano o americano manderei le mie polizie a proteggere gli atleti e il vessillo del paese ai giochi invernali di Cortina. Per quanto riguarda l’ordine pubblico l’Italia è diventata un paese a “rischio” per colpa dei cortei fuori controllo.
È dimostrato dai fatti che i nostri poliziotti non sono in grado di contenere le esuberanze di giovani scalmanati. Quale dovrebbe essere il provvedimento più corretto di un responsabile dell’ordine pubblico? Proibire queste manifestazioni.
Che il ministero degli Interni sia stato inadeguato al proprio ruolo risulta dal corteo del novembre 2025, quando alcuni manifestanti a sostegno dello stesso Centro sociale avevano attaccato la redazione del quotidiano La Stampa. Cosa ci voleva di più per vietare l’ulteriore manifestazione di identica matrice? Se lo Stato è impotente, se non esistono mezzi di difesa o la stessa difesa diventa un onere erariale insopportabile, i cittadini hanno ragione a chiedersi perché si devono utilizzare risorse pubbliche a vantaggio di qualche Centro sociale e delle sue deviazioni, anziché dei poveri e dei malati.
Le forze politiche che si lamentano dei centri di accoglienza in Albania perché troppo onerosi, non vedono che il costo sociale di pochi cortei è almeno il triplo?
L’incapacità dei nostri poliziotti di impedire che le “pacifiche” manifestazioni degenerino in battaglie urbane, mi è risultata evidente durante un dibattito televisivo. Un Magistrato ha ricordato che il fermo di polizia deve essere convalidato dal giudice entro 48 ore. Lo ha detto con l’autorità di un sacerdote che insegna catechismo. Nessuno ha fatto presente che la stessa norma è prevista in tutte le costituzioni del mondo, perfino in Cina e Russia, dove peraltro non si ha notizia di manifestazioni popolari incontrollate.
Non si possono arrestare i picchiatori incappucciati perché la Polizia non riesce a fotografare il volto del delinquente nell’attimo in cui usa il martello, e i picchiatori lo sanno. Ed ecco i contributi politici dei nostri intellettuali. Bisognerebbe assumere centinaia di altri poliziotti anche se in Italia sono più numerosi rispetto a tutti gli altri paesi europei. Bisognerebbe “prevenire” con un DASPO, cioè schedare le persone con precedenti e fermarli per tempo: ma questa era la prassi contro gli anarchici ai tempi dell’Ovra, una polizia illiberale e fascista. Quel Magistrato aveva dunque ragione: le vie del Diritto e della Politica non servono a risolvere il problema.
La scintilla che ha acceso il motore a scoppio dei disordini di Torino è stata il mancato rispetto del diritto di proprietà. I “movimenti” sono diventati un modo alternativo di fare politica togliendo spazio ai partiti tradizionali. Il meccanismo di aggregazione di un Centro “politicizzato” è semplice: si occupa l’immobile, si organizzano dibattiti, si invita a parlare l’esponente di un partito, se ne gratifica l’ego con applausi, fino al punto che l’Ente pubblico della stessa area politica si sente in dovere di mantenere il “Circolo” diventato “palcoscenico” della cultura e del progresso. Un qualsiasi gruppo organizzato può mutarsi in Centro socialmente utile al di là dei Valori che esprime. Questi Centri ricordano da lontano i movimenti di massa del Sessantotto (studenti, operai, intellettuali e gruppi etnici minoritari) che combattevano il moralismo, l’autoritarismo e l’emarginazione della donna, e che avevano destabilizzato la società liberaldemocratica. In realtà i giovani del Leoncavallo e di Askatasuna cercavano risorse pubbliche da destinare al loro mantenimento in quanto esisterebbe il dovere dello Stato di finanziare ogni forma di aggregazione “culturale”, al pari di quanto si verifica per una comunità scientifica, un Teatro lirico o teatrale e per qualsiasi espressione del “libero pensiero”.
Bisogna precisare a questi ragazzi che le libertà di pensiero e di stampa sono diritti considerati inviolabili in tutte le Costituzioni moderne ma sono praticati solamente dai pochi paesi dell’Occidente da loro contestati. I giornali liberi consentono di formare le intelligenze e gli umori popolari che alimentano le Rivoluzioni e finiscono non appena i rivoluzionari vanno al potere.
Nella fase “prerivoluzionaria” prosperano i giornali satirici che, con delizia del “popolo”, prendono come bersaglio uomini politici e di governo. È così accaduto nel corso dei secoli che la libertà di stampa concessa da Luigi XVI venne abolita da Robespierre, che Lenin pubblicava libelli contro lo Zar quando era in Svizzera e faceva fucilare i giornalisti non appena arrivato a Mosca, che il giornalista “contestatore” Mussolini aveva messo il bavaglio ai propri colleghi subito dopo la Marcia su Roma.
La pratica di eliminare i cervelli “liberi” prosegue fino ai nostri giorni nella maggioranza delle Nazioni che non hanno mai conosciuto la Democrazia. Per quanto sia contestato dalla cultura sessantottina, la democrazia mediatica è il frutto della civiltà liberale. Questo fenomeno si è verificato perché la rivoluzione “tecnologica” rendeva indispensabile una migliore istruzione degli operai e dei dirigenti. L’obbiettivo era coltivare la conoscenza tecnica; il sottoprodotto fu un ampliamento senza precedenti dell’informazione secolare.
L’opinione pubblica delle nazioni industriali fu la meglio informata nella storia di tutti i tempi. Una democrazia moderna non può esistere senza la libertà di stampa, che si basa sull’onore dei giornalisti, sulla loro indipendenza nei confronti dello Stato e delle potenze finanziarie nazionali o straniere.
L’assalto alla Stampa di Torino è stato un atto squadrista, non rivoluzionario. 3 Il codice d’onore del giornalista è l’unico mezzo di protezione dell’onore dei cittadini. È possibile diventare giornalisti “indipendenti” dai condizionamenti culturali, dal potere economico e politico?
Quanto alla cultura, negli anni Ottanta si faceva notare che “da molto tempo i responsabili delle principali testate italiane, sono in maggior parte ex sessantottini: le redazioni si sono trasformate in élites impenetrabili”. Vi potrei indicare un centinaio di giornalisti in servizio che si sono abbeverati alle fonti ideologiche di quel periodo.
Negli Usa esistono giornali che si dividono tra Repubblicani e Democratici. Il “democratico” Washington Post aveva portato alla luce lo scandalo Watergate che causò le dimissioni di Richard Nixon.
Un anno fa, il giornale ha rinunciato all’endorsement a favore dei democratici, dopo che la redazione e gli opinionisti avevano già redatto l’editoriale di appoggio a Kamala Harris. La scelta di astensione aveva provocato una sommossa interna e a una serie di dimissioni. Ben 19 opinionisti firmarono una lettera aperta di denuncia di ciò che essi hanno definito una “terribile decisione”, ossia quella di essere “indipendenti”.
Che i giornali italiani non facciano politica non lo ha mai creduto nessuno. Prima delle elezioni del 2006, Paolo Mieli decise di spiegare «ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole” perché il Corriere della Sera auspicasse la vittoria dell’Unione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi. Mieli azzeccò la previsione ma il Corriere perse 40 000 copie. Il fatto è che la gente compra un giornale per sentire le ragioni della propria “parte”.
È sempre stato così: l’operaio e il Pm compravano l’Unità, il socialista l’Avanti, il democristiano l’Avvenire, i torinesi la Stampa della famiglia Agnelli. Adoro sentire Lilli Gruber, ma conosco le Sue idee sulla politica e sugli eventi sociali ancor prima di aprire il televisore. La stessa cosa si verifica per i giornalisti in onda su altri canali.
Bisognerà ricordare ai giovani dei Centri sociali i veri limiti e gli abusi del giornalismo e della Magistratura che hanno condizionato la loro cultura e che bisognava combattere in nome della Democrazia costituzionale. Durante Mani pulite, le Redazioni dei principali quotidiani, come il Corriere della Sera, La Repubblica, la Stampa e il Giornale erano entrate in rapporto privilegiato con gli uffici delle procure che le informavano dell’imminente arresto dell’indagato.
Nessun giornalista delle Testate più importanti aveva mai messo in evidenza che l’imputato veniva tenuto in prigione prima del processo per mesi e mesi, salvo che non avesse “confessato” o denunciato altri correi. La confessione è roba da Inquisizione e nei paesi civili è proibita.
Ad esempio, la Costituzione giapponese prevede (Art. 38) che “Nessuna confessione sarà tenuta valida come elemento di prova dopo un prolungato arresto o detenzione.” Si voleva fare pulizia “etica” colpendo i colletti bianchi, ma non esiste legge per le sole élites. Quando i “semplici” commercianti e imprenditori di azienda e delle cooperative, che avevano divinizzato l’azione dei giudici, si accorsero che le leggi colpivano anche loro, è finita Mani pulite. Si 4 è trattato di un rapporto “incestuoso” che ha segnato il più basso livello deontologico del “giornalismo” di quei tempi, che ricalcava le tecniche di indagine del ventennio.
I giornalisti che seguono le inchieste giudiziarie negli Usa e in Italia devono sporcarsi le mani ogni giorno, usare spie, delatori, ricattatori, finti collaboratori di giustizia e magari pagarli in nero. Un mondo parallelo lontano anni luce dal “codice d’onore”, le cui manifestazioni più recenti sono state le intercettazioni abusive “commissionate” da alcune Testate. E’ stato individuato un flusso incredibile di documenti scaricati da Striano per conto e su richiesta delle figure più disparate.
Tre giornalisti del “Domani” sono indagati per concorso in accesso abusivo, quale “fonte” per la pubblicazione di alcuni articoli. La Meloni cerca il consenso dell’opposizione per varare una legge sull’ordine pubblico. Faccio una scommessa: l’unanimità verrà meno perché ciascun partito marcherà il proprio territorio cercando di conquistare mezzo punto nei sondaggi d’opinione.
Nell’epoca dei social, i processi di comunicazione politica tendono a ridursi sempre più a messaggi arcaici di sintesi come slogan e simboli, che rappresentano l’esatto contrario di quanto serve a qualificare un corretto sistema di informazione. Si è così avverata la profezia di Strabone, che duemila anni fa affermava: “La folla può essere dominata più facilmente dall’immaginazione che dalla scienza”.
