(Foto Ansa)
Gli ebrei ricordano la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dell’esercito romano con la triste ricorrenza del “Digiuno”, che cade il 23 luglio. In Giappone, il 15 agosto ricorre la Giornata della Liberazione, una giornata di lutto e di preghiera per le vittime della guerra. In Germania, dove pure ci sono stati movimenti partigiani, non esiste festività dedicata alla vittoria dell’Armata Rossa. Il giorno dell’Unità Nazionale tedesca si celebra il 3 ottobre, per commemorare la riunificazione dei due Stati e la caduta dell’impero sovietico.
L’Italia è l’unica Nazione al mondo che, da circa ottant’anni, festeggia la propria sconfitta militare con comizi, canti di gioia e sfilate commemorative. È dunque comprensibile che siano esistiti e tuttora esistano italiani, magari antifascisti ed ex partigiani, che non sentono il 25 Aprile come valore fondante del paese: sentiamone le ragioni con il distacco dello storico.
La prima affermazione di questi “eretici” è la seguente: “Il 25 aprile ricorda la fine di una dittatura e il ritorno alla democrazia, resa possibile dagli eserciti alleati a guida statunitense”.
L’Italia è stata liberata, “grazie” ai bombardamenti a tappeto che hanno causato 130 mila morti civili, ridotto in macerie città ed opere d’arte millenarie. Le sale cinematografiche dei newyorkesi di quel periodo, trasmettevano le immagini delle donne che baciavano i soldati liberatori, dei ragazzi scalzi che raccoglievano le caramelle gettate per strada dalle jeep, degli sciuscia che lucidavano gli stivali dei “liberatori”.
Senza dimenticare il dramma delle madri che si prostituivano per portare un pezzo di pane ai propri figli. I partigiani italiani che si rifugiavano nelle montagne, negli scantinati e nelle case, hanno dato un contributo all’esercito americano con le staffette e il supporto logistico, organizzando attentati contro gli occupanti tedeschi che reagivano con gli eccidi di via Rasella e di Sant’Anna di Stazzema.
I martitri e gli eroi di quel periodo buio, sono stati gli italiani e le italiane che hanno subito gli eccidi, le violenze e gli stupri da parte di tedeschi ed americani, fascisti e partigiani. Il movimento partigiano nella sua interezza era stato al servizio degli yankee che volevano salvare gli ebrei dalle camere a gas. Nei cortei delle feste di Liberazione dei nostri giorni, si bruciano le bandiere americane, si respinge la Brigata ebraica e si definiscono gli ebrei “saponette mancate”.
La Meloni, per recuperare nei sondaggi d’opinione, deve prendere le distanze da Trump e deve condannare Netanyahu senza se e senza ma. La guerra contro i “nazisti” religiosi iraniani non trova consenso nell’opinione pubblica degli europei, preoccupati delle conseguenze economiche della chiusura dello stretto di Hormuz. Bisogna convivere in modo permanente con i regimi del terrore. L’odio di cui sono impregnate le piazze cittadine e mediatiche è ormai indirizzzato verso le democrazie.
Che la Festa di Liberazione abbia assunto connotazioni ideali opposte a quelle delle origini e sia strumentalizzata da minoranze politicizzate, è sotto gli occhi di tutti.
Il Decreto 22 aprile 1946, n. 185 che stabilisce la festa nazionale della Liberazione, reca la firma di Umberto Secondo, ossia della stessa Corona che aveva dato il potere a Mussolini e ne aveva ratificato le leggi liberticide per vent’anni. Il Decreto è stato approvato da tutti i partiti, di sinistra e conservatori, allo scopo di unificare il paese sullo stesso piano di Togliatti che proponeva l’amnistia generale, all’epoca contestata ma indispensabile. Alla fine di tutte le guerre civili si pone infatti un problema di “continuità generazionale”.
Cosa ne fai della classe dirigente fedele al regime sconfitto? Invii nei gulag tre milioni di individui come faceva Stalin, ne elimini altrettanti come avvenne per gli armeni? Come mandi avanti l’amministrazione pubblica e la produzione industriale? Devi per forza utilizzare nelle fabbriche, nelle burocrazie pubbliche e nelle istituzioni di carriera, i “cittadini” del regime precedente.
Del resto, l’ingegno e la scienza non hanno partito e ideologie.
Dobbiamo domandarci perché gli antichi “Tiranni” ci hanno lasciato costruzioni e opere d’arte che sono “patrimonio dell’umanità”, mentre le democrazie moderne trasmettono ai posteri slum puzzolenti e i programmi “culturali” richiesti dall’utenza di “massa”.
La guerra valoriale contro il nazismo non aveva impedito agli americani di fare shopping degli scienziati tedeschi che avrebbero prodotto le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
In Italia, il “riciclaggio” degli artisti è stato sorprendente. Il premio Nobel Dario Fo che doveva le sue fortune ai “misteri buffi” del “nano” Fanfani, da giovane aveva scelto di fare il militare nella Repubblica Sociale Italiana. Tutti i registi e gli attori che hanno segnato le fortune della nostra cinematografia del dopoguerra, erano stati fedeli “testimonial” della cultura fascista.
“Unificare” significa che ai cortei possono partecipare con uguali diritti vecchi “fascisti” e nuovi “democratici”, significa stringersi la mano dimenticando reciproche angherie e soprusi.
La separazione tra cittadini di serie A che hanno fatto la scelta “giusta” e quelli di serie B confinati nella parte “sbagliata”, è certamente divisiva: essa rappresenta il prodotto mentale di teste d’uovo che adattano la realtà agli interessi del gruppo di appartenenza.
Che la Festa della Liberazione dovesse unificare il paese, ce lo ricordava il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Il 25 aprile, fu il giorno della ricomposizione dell’unità nazionale, nel nome della libertà. Si dischiuse, quel giorno, il luminoso orizzonte della democrazia”.
Ma quale tipo di “democrazia”, visto che le brigate partigiane “comuniste” avevano visioni opposte a quelle “liberali” rispetto alla futura collocazione internazionale? Sotto quale “tallone” o “influenza” geopolitica doveva finire il nostro paese?
L’opzione atlantica è stata fatta per “fame”. L’Italia non poteva certo chiedere fondi alla Russia impegnata a finanziare l’Internazionale comunista. Per capire le condizioni del nostro paese a fine guerra bisogna ascoltare il discorso al Congresso Usa di De Gasperi del gennaio 1947. «Noi speriamo in una ripresa dei rapporti culturali e commerciali tra i due Paesi. Aspettiamo il pane per i nostri figli, il carbone per le nostre caldaie, le materie prime per rifare le nostre case, ferrovie, ospedali, fabbriche, scuole, chiese: materie prime della nostra ricostruzione non solo di mura, ma anche di spiriti”.
Come è stato possibile trasformare la Resistenza in un “brand” dei “comunisti” che combattevano, anche loro, dalla parte sbagliata della Storia e, dopo la loro estinzione, della sola “sinistra”?
Per rispondere, bisogna capire la differenza tra il il concetto di “popolo” e quello delle “minoranze” che lo rappresentano. Si ha un bel dire che la volontà popolare è sovrana: in realtà le guerre sono sempre state dichiarate dai governi, come è avvenuto per l’aggressione di Putin in Ucraina e di Trump in Iran. I popoli, le guerre possono solo subirle, come era avvenuto per i tedeschi e gli italiani durante il nazi-fascismo. Non era vero che quaranta milioni di italiani odiassero il regime fascista.
Durante quegli anni i “regnicoli” si rivolgevano al “federale” che garantiva al postulante un posto al figlio nelle colonie marine, una carriera nella scuola e nell’università, un occhio di riguardo da parte di un magistrato o di un medico, un ruolo in campo artistico e culturale, un posto di lavoro nelle partecipazioni statali e nelle banche create dal fascismo.
Insomma, il regime fondava il “consenso” sul “clientelismo di massa” che riguardava l’operaio e l’intellettuale. La democrazia avrebbe dovuto eliminare queste pratiche “fasciste”, introdurre l’“uguaglianza delle opportunità” nel lavoro, nelle imprese e nella società civile, che costituivano i Valori fondanti delle democrazie liberali occidentali.
Durante il mezzo secolo della Prima Repubblica, al clientelismo fascista è subentrato quello dei partiti nascenti, all’insegna di un Manuale di spartizione che prendeva il nome di un certo Cencelli. Il temine “camerata” è diventato “compagno”, il “federale” è stato sostituito dai “parroci” e dai “segretari di sezione”.
L’italiano era alla ricerca di nuovi padrini: per la liquidazione dei danni di guerra, per ottenere le pensioni o per avere un posto privilegiato nei concorsi pubblici. Nel sud Italia non si poteva far politica senza l’aiuto della mafia utilizzata in guerra dagli stessi americani: ogni sentenza, licenza edilizia, “padre nostro” ed ogni boccata d’aria di calabresi e siciliani, appartevano alle mafie.
In conclusione, al clientelismo “esclusivo” di regime sono subentrati “clientelismi” diffusi. Ciò si è verificato anche per i sindacati, le cui sigle si sono moltiplicate in rappresentanza di interessi “corporativi”. Ad esempio, il sindacato dei piloti aveva messo in ginocchio la nostra flotta di bandiera. Ricordo appena che la Seconda Repubblica ha esordito con la svendita delle aziende pubbliche e ha subordinato le proprie leggi alle burocrazie europee. L’Italia è il paese dove si spende di più al mondo per le intercettazioni telefoniche.
In una democrazia appena agli albori, la gente avrebbe trascinato per i capelli gli spioni informatici, spaccato le scrivanie degli addetti che mettono in atto gli abusi, distrutto le centrali di ascolto, mobilitato le masse come fecero nel 1969 a Parigi, Nicoud e le sue truppe. Niente di tutto questo: la classe politica è rimasta paralizzata perché settori lillipuziani che agitano la bandiera del giustizialismo, sono riuscite a condizionare gli imbelli che guidano i partiti maggiori. Lo stesso si è verificato per gli opinionisti: dove trovare un’autentica aristocrazia mediatica, in grado di dissociarsi dagli obbiettivi del mecenate-padrone?
Il tutto nel silenzio dell’Associazione Nazionale Partigiani che doveva proteggere i Valori Ideali della Resistenza in nome dei propri martiri. Il “ridicolo” caso “Minetti”, ben rappresenta la fine della Seconda Repubblica. La procura di Milano aveva respinto la richiesta di Bettino Craxi di potersi operare in Italia, decisione che ne 4 aveva causato la morte. Il procuratore capo Borrelli aveva motivato il provvedimento con la circostanza che il leader socialista era sfuggito alla Giustizia italiana rifugiandosi ad Hammamet. La procura generale di Milano, il ministero della Giustizia, il presidente Mattarella hanno concesso la Grazia ad una ex procacciatrice di escort che si è rifugiata in Uruguay. Parere strettamente personale: anche se lo scoop del Fatto Quotidiano risultasse una bolla di sapone, il ministro della Giustizia, il procuratore generale di Milano e lo stesso Presidente della Repubblica, dovrebbero chiedere scusa agli italiani per il solo fatto di avere preso in esame la domanda di Grazia della Minetti.
