Le cover più ardite dei Tears for Fears: Gary Jules, Disturbed, Elisa… Blitz Quotidiano. Foto ANSA
I Tears for Fears sono senza ombra di dubbio una delle band simbolo degli anni Ottanta. Costantemente in bilico fra pop e art rock, in quel decennio hanno inanellato una serie di successi planetari che ancora oggi sono considerati dei classici. Molti sono gli artisti che hanno reso omaggio ai Tears for Fears reinterpretando brani del loro repertorio, ma spesso senza osare abbastanza da realizzare delle cover davvero ardite. Per trovare arrangiamenti originali e ben riusciti delle canzoni della band, bisogna davvero cercare con attenzione. Andiamo quindi a scoprire quali sono le cover più ardite dei Tears for Fears.
Ma prima un po’ di contesto. I Tears for Fears sono stati fondati, nei primissimi anni Ottanta, da Roland Orzabal, chitarrista, cantante e principale autore della band, e Curt Smith, bassista, cantante e autore comunque di molti dei loro brani. Il duo si circondava poi di volta in volta di diversi altri musicisti. Dal 1991 al 2000, il nome della band è stato portato avanti dal solo Orzabal, ma con il nuovo millennio Smith è rientrato nel gruppo, che è ancora attivo oggi.
Gli esordi discografici risalgono al 1982, anno in cui i Tears for Fears registrano i primi singoli, mentre il primo intero album in studio è del 1983. Diversi nomi importanti hanno completato la band da allora a oggi. Tra questi troviamo, ad esempio, Phil Collins, che suona la batteria in Woman in Chains, dal terzo album The Seeds of Love del 1989, ma anche Manu Katché, Nick D’Virgilio, Pino Palladino…
L’esordio discografico con The Hurting del 1983 fu un successo, ma il successivo Songs from the Big Chair del 1985 fu l’album della consacrazione, seguito dalla conferma di The Seeds of Love nel 1989. Questi primi tre album, che coprono l’intero decennio degli anni Ottanta, sono quelli che hanno definito i Tears for Fears come protagonisti di un’era, accanto a gruppi come i Depeche Mode e gli XTC. Un’era in cui gran parte del pop strizzava l’occhio al rock della new wave e realizzava prodotti di grande qualità. Il sound dei Tears for Fears è infatti dominato dalle tastiere e dall’elettronica degli anni Ottanta, ma anche da chitarre che si richiamano al suono della new wave e da linee melodiche memorabili e intramontabili.
Gli album dei Tears for Fears sono un concentrato di hit, una dopo l’altra. Ma nonostante il grande successo, non si trovano facilmente cover ardite dei loro brani prima degli anni Duemila. Certo, ci sono state reinterpretazioni degne di nota, anche da parte di nomi altisonanti che facevano parte della stessa scena musicale degli anni Ottanta. Paul Young registrò una sua versione di Pale Shelter già nel 1983, anno di uscita dell’originale, ma la sua cover venne pubblicata solo nel 2008. Diverso è il caso di Tony Hadley, ex cantante degli Spandau Ballet, che nel 1997 inserì nel suo primo album solista, composto prevalentemente da cover, la sua reinterpretazione di Woman in Chains. Il brano, che già nel 1989 era stato descritto come un inno femminista, trovò in questa rivisitazione nuova vita, rendendo la cover quasi più famosa dell’originale. Gloria Gaynor, invece, pubblicò nel 1986 la sua cover, piuttosto ardita, di Everybody Wants to Rule the World, inclusa nell’album The Power of Loved.
Dal 2000 in poi, in corrispondenza con la reunion del duo originale, è arrivato però un vero e proprio revival dei Tears for Fears, anche grazie alle produzioni cinematografiche che hanno inserito i loro brani nelle colonne sonore, spesso in versioni ardite. È il caso, ad esempio, di film come Donnie Darko e Hunger Games. Queste rivisitazioni sono divenute talvolta talmente famose da generare lo strano fenomeno delle cover delle cover, diventando loro stesse il punto di partenza per le nuove interpretazioni, invece dei brani originali.
Anche le compilation tributo alla band che includono delle cover ardite sono molto difficili da trovare. Al di là dei casi citati di alcuni “compagni” di pop anni Ottanta, di musicisti specializzati in colonne sonore per il cinema e di alcuni artisti rock, la maggior parte delle cover che possono meritare di essere considerate ardite rientrano nell’ambito dell’elettronica più sperimentale. Ma in questo articolo non le troverete, perché l’ambito dell’elettronica e della techno esula un po’ dal mio raggio di azione.
Qui troverete invece le cover in ambito rock e pop, intesi in senso molto largo, più originali e allo stesso tempo ben riuscite. Spesso, anche grazie al fenomeno delle cover delle cover descritto in precedenza, si tratta degli stessi brani reinterpretati più e più volte da artisti diversi in maniere completamente differenti. Anche per questo motivo, ho deciso in questo articolo di fare un paio di eccezioni alla “regola non scritta” secondo cui in genere vi propongo una sola cover per ciascun brano.
Menzioni speciali
Tra i brani più famosi dei Tears for Fears, viene subito in mente a tutti Shout. E infatti deve essere venuto in mente anche a molti musicisti, a giudicare dalla quantità di cover che ne sono state realizzate: da quella dei Placebo del 2022 a quella un po’ assurda dei Gregorian del 2015. Tra quelle più ardite e ben riuscite, vi segnalo quella in chiave bluegrass degli Hayseed Dixie, inclusa in Blast from the Grassed del 2019, ma anche quella dei Concrete Blonde pubblicata prima del revival del nuovo millennio in Mexican Moon del 1994. In Italia, Elisa ne ha inciso una versione ardita nell’album Ritorno al futuro / Back to the Future del 2022. Anche la cover realizzata in chiave industrial metal dalla band svizzera Sybreed è decisamente degna di nota: è stata pubblicata nel 2025 nella riedizione del loro album The Pulse of the Awakening.
Altro brano che vanta tantissime reinterpretazioni, anche ardite, è Everybody Wants to Rule the World. Nel 2007, Patti Smith ha inserito la sua versione nell’album Twelve. Interessanti anche la rivisitazione di Anna Laura Quinn & Ed Barrett, in Just… Quinn & Barrett del 2025, la cover in chiave vagamente jazz dei Bad Plus, inclusa nel loro Prog del 2007, e quella più blues, con tanto di armonica distorta, incisa da Moreland & Arbuckle in 7 Cities del 2013. Ma una versione decisamente ardita che non può mancare in questo elenco è quella realizzata dalla neozelandese Lorde nel 2013 per la colonna sonora di Hunger Games.
Joey Cape, cantante della band punk rock Lagwagon, ha invece reinterpretato una canzone decisamente meno nota dei Tears for Fears: Watch Me Bleed, pubblicata originariamente nel 1983 in The Hurting e inserita da Cape nel suo Under the Influence Vol. 11 del 2009.
Woman in Chains è un brano che vanta diverse reinterpretazioni. Difficilmente si può parlare di cover più ardite della versione a cappella incisa dagli Swingle Singers nel 2013 per l’album Weather to Fly, o di quella colorata di bossanova registrata da Alana Marie con Franco Sattamini per l’album Bossa Brazil del 2015.
Un altro famosissimo brano dei Tears for Fears è indubbiamente Head Over Heels, di cui esistono molte cover, ma spesso troppo fedeli per poter rientrare in questo articolo. Fanno eccezione la reinterpretazione da parte degli israeliani Rasco, inserita nel loro album di esordio Dmaot del 2021, e quella strumentale di Dan Avidan inclusa in Dan Avidan & Super Guitar Bros del 2023.
Al confine con l’ambito più legato all’elettronica, ci sono le cover dei Tears for Fears realizzate da Brothertiger: fra tutte, vi segnalo quella di Broken.
Gary Jules, Mad World
La registrazione originale di Mad World venne pubblicata dai Tears for Fears nel 1983, nel loro album di esordio The Hurting. Quella di Gary Jules è una delle cover più ardite e più famose, oltre che di maggior successo, della storia. Talmente famosa che molte reinterpretazioni successive del brano dei Tears for Fears hanno preso spunto proprio dalla versione di Gary Jules. Tra queste, ad esempio, quella degli Imagine Dragons inclusa in German Radio Live Sessions del 2018, incentrata sulle chitarre invece del piano. O quella in chiave bluegrass incisa da Sierra Hull nell’album Mad World del 2024, ma che la cantante americana già eseguiva dal vivo da almeno due anni. O ancora la versione da vaudeville degli Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox, inclusa in Top Hat Fleek del 2015 e accompagnata da un video divertente. Tutte queste sono cover ardite di una cover ardita, quella scritta da Michael Andrews e interpretata da Gary Jules nell’album Trading Snakeoil for Wolftickets del 2001, che ha fatto da apripista a una lunga serie di reinterpretazioni, comparendo come musica caratterizzante nella colonna sonora di Donnie Darko.
Elisa, Mad World
Eccoci subito arrivati alla prima eccezione di questo articolo alla “regola non scritta” secondo la quale, in genere, vi presento una sola cover ardita per ciascun brano. Nel caso dei Tears for Fears, però, è davvero difficile non derogare a questa regola. Mad World, in particolare ancora la versione di Michael Andrews e Gary Jules, è la base anche per la cover ardita e originale incisa da Elisa nel 2009 e pubblicata nel suo album Heart.
Disturbed, Shout
Shout venne pubblicata nel 1985: era il secondo singolo estratto da Songs from the Big Chair, l’album che consacrò i Tears for Fears come paladini del pop degli anni Ottanta. All’epoca nessuno avrebbe mai immaginato di ascoltarne una versione nu metal. Eppure, nel 2000, i Disturbed la reinterpretarono con il loro stile caratteristico, inserendola nel loro album di esordio The Sickness.
Scary Pockets, Everybody Wants to Rule the World
La registrazione originale di Everybody Wants to Rule the World è ancora nell’album Songs from the Big Chair del 1985. Si tratta in realtà di un’aggiunta fatta all’ultimo minuto: una scelta fortunata che ci ha regalato un successo senza tempo. Se il ritmo della canzone dei Tears for Fears sembra rifarsi a Waterfront dei Simple Minds, il titolo sembra invece derivare da una canzone dei Clash, Charlie Don’t Surf. Pare che Joe Strummer, incontrando Orzabal in un ristorante, gli si avvicinò e gli disse: “Mi devi cinque sterline per il titolo della tua hit”. La leggenda narra che Orzabal gli diede le cinque sterline senza discutere. La versione degli Scary Pockets, pubblicata nel 2021, è come al solito un’ardita reinterpretazione in chiave funk, con la partecipazione straordinaria di Cory Henry alla voce e alle tastiere, accompagnato da membri della sua band funk.
Sunshiners, Everybody Wants to Rule the World
Le cover, anche piuttosto ardite, di Everybody Wants to Rule the World, sono davvero tante. Ecco perché ho deciso in questo caso di violare di nuovo la “regola non scritta” di una sola cover ardita per brano, inserendo questa versione reggae pubblicata dai Sunshiners nel loro album omonimo di esordio del 2006. I Sunshiners sono una band composta dai musicisti del gruppo reggae francese Mister Gang e da quattro cantanti della Repubblica di Vanuatu, una piccola isola della Melanesia, a est dell’Australia.
Dead on TV, Pale Shelter
Originariamente incisa nel 1982 e pubblicata come singolo con la produzione di Mike Howlett, bassista dei Gong, Pale Shelter venne in seguito registrata nuovamente e pubblicata nel 1983 nell’album The Hurting, per poi uscire nuovamente come singolo nel 1985. I Dead on TV hanno realizzato una versione energica, dalle sonorità punk, per una compilation del 2013 dell’etichetta WTII Records.
New Found Glory, Head Over Heels
I New Found Glory sono un gruppo della seconda ondata di punk della Florida, quella che è riuscita a inserire nella stessa frase pop e punk, per capirsi. Fondati nel 1997, pubblicano il loro sesto album From the Screen to Your Stereo Part II nel 2007: un album di cover, in cui spicca la loro versione di Head Over Heels dei Tears for Fears. L’originale era uscita nel 1985 nell’album Songs from the Big Chair. Tra le cover più interessanti del brano, però, vi segnalo anche quella incisa da Slow Moving Mollie per l’album Renditions del 2011.
Danni Carlos, Sowing the Seeds of Love
Sowing the Seeds of Love è il primo singolo estratto dall’album The Seeds of Love, pubblicato dai Tears for Fears nel 1989. Danni Carlos ha realizzato la sua cover ardita nel 2004, inserendola nel suo secondo album Rock’n’Road Again. Caratterizzata da sonorità tipiche della cultura brasiliana, la sua versione riesce però a non scadere mai in un banale arrangiamento bossa nova.
The Darthmouth Aires, Break it Down Again
Break it Down Again è il primo singolo estratto dal quarto album dei Tears for Fears, Elemental, uscito nel 1993 con la presenza del solo Orzabal tra i fondatori. Nel 1998 i Darthmouth Aires hanno inciso la loro versione a cappella per l’album Airemail. I Darthmouth Aires sono un gruppo vocale americano dei Darthmouth college, divenuti famosi nel 2011, sopo aver ottenuto un secondo posto in una competizione nazionale televisiva per gruppi vocali.
Paolo Benvegnù, Change
Per concludere, vi propongo una cover tutta italiana di uno dei primi brani incisi dai Tears for Fears e pubblicato originariamente nel loro album di esordio The Hurting del 1983. Change, nella versione di Paolo Benvegnù, non si discosta tantissimo dall’originale, ma riesce a far emergere dei tratti che nell’incisione dei Tears for Fears erano nascosti. La traccia fa parte dell’album Delle inutili premonizioni (venti anni di misconosciuto tascabile), Vol. 2, uscito nel 2022 e composto di reinterpretazioni di brani new wave degli anni Ottanta.
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