Come la Cina aggira il blocco Usa al petrolio iraniano: i trasferimenti su altre navi e le raffinerie "indipendenti" (foto Ansa)
La Cina ha ordinato a cinque raffinerie che operano nel Paese sfruttando petrolio iraniano di non rispettare le sanzioni imposte dagli Usa a queste aziende. Il provvedimento che ordina alle raffinerie di non rispettare quanto chiesto dagli Usa è stato adottato dal ministero del Commercio cinese e potrebbe portare ad un nuovo braccio di ferro tra le due potenze a pochi giorni dall’incontro che si dovrebbe tenere a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping.
La Cina considera illegittime queste misure contro le raffinerie cinesi e quindi non devono essere riconosciute né applicate all’interno della sua giurisdizione. Per la Cina si tratta infatti di un’estinzione extraterritoriale del diritto statunitense a imprese che operano all’interno del gigante asiatico. L’ordine riguarda cinque società del settore della raffinazione, tra cui Hengli Petrochemical (Dalian) Refinery colpita già di recente dal dipartimento del Tesoro Usa.

Washington sta intensificando la campagna per prosciugare una delle principali fonti di finanziamento dell’Iran: le esportazioni di petrolio verso la Cina. Il dipartimento del Tesoro Usa ha accusato Hengli di avere acquistato negli ultimi anni petrolio e prodotti petroliferi iraniani per miliardi di dollari contribuendo così a sostenere economicamente Teheran.
Oltre alle raffinerie, nella lista nera sttunitense sono finite decine di società di navigazione e navi ritenute coinvolte nella rete commerciale iraniana. La Casa bianca ha avvertito che “qualsiasi società che pensi di aggirare le sanzioni Usa dovrebbe pensarci due volte”. La risposta cinese non si è però limitata solo alla protesta diplomatica finendo a contestare anche l’obbligo giuridico sulle imprese presenti in Cina. Per le raffinerie la situazione è ora tra l’incudine e il martello: chi si adegua rischia di violare la normativa cinese. Chi obbedisce a Pechino rischia, a sua volta, di essere esposto all’esclusione dal sistema finanziario in dollari.
Come la Cina aggira il blocco Usa al petrolio iraniano
Molte aziende che in Cina raffinano petrolio sono “indipendenti” e si trovano nella provincia costiera dello Shandong. Non sono aziende pubbliche e quindi hanno minori esposizioni internazionali rendendole così meno vulnerabili alle sanzioni americane. Sono prevalentemente queste raffinerie a trattare greggio scontato e proveniente da paesi sottoposti a restrizioni come Iran e Russia.
Ma come si aggira il blocco dato che, ufficialmente, la Cina non importa petrolio dall’Iran fin dal 2023? Secondo analisti energetici e società di tracciamento marittimo, il commercio continua attraverso un sistema parallelo fatto di petroliere che spengono i transponder, trasferimenti di greggio su altri navi per così poter mascherare l’origine del carico. Il trasferimento avviene sfruttando società di comodo, intermediari e tramite pagamenti in yuan anziché che in dollari. Questo circuito riduce così l’esposizione al sistema finanziario americano e rende più difficile l’applicazione delle sanzioni.
Il peso di questo mercato, negli ultimi anni è cresciuto in modo considerevole. Le importazioni di petrolio sono raddoppiate rispetto al periodo precedente alla stretta americana del 2018 arrivando a circa 1,4 milioni di barili al giorno nell’ultimo anno. Restando sempre al 2025, il petrolio iraniano ha raggiunto circa il 12 per cento del totale. Per Teheran si tratta ovviamente di una fonte di valuta fondamentale. Pechino invece ne approfitta avendo a disposizione una fornitura scontata e potendo anche esercitare una certa pressione politica sull’Iran.
Gli Stati Uniti provano ora a colpire le raffinerie cinesi sperando di ridurre la capacità finanziaria dell’Iran. Per farlo provano ad allargare il perimetro delle sanzioni puntando su quelle raffinerie che acquistano petrolio in dollari. Riusciranno a bloccare il flusso che dall’Iran arriva in Cina?
