Le tensioni sui prezzi dell’energia, alimentate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente accelerazione dell’inflazione rischiano di frenare la ripresa economica o, se prolungate, di provocare una nuova erosione del potere d’acquisto. È quanto evidenzia l’Istat nel rapporto annuale, sottolineando come nel 2025 le retribuzioni contrattuali abbiano registrato per il secondo anno consecutivo un recupero in termini reali, senza però colmare la perdita accumulata: dal 2019 il potere d’acquisto resta inferiore dell’8,6%.
Le difficoltà economiche restano diffuse. Nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara problemi ad arrivare a fine mese; la quota sale al 45% tra i nuclei a rischio povertà e riguarda comunque anche il 5,2% delle famiglie ad alto reddito. Tra il 2014 e il 2024, la crescita dei redditi del ceto medio, che rappresenta il 61,2% della popolazione, è risultata meno dinamica rispetto sia alle fasce più povere sia a quelle più abbienti.
Nel complesso, le disuguaglianze restano elevate ma stabili, mentre diminuisce la quota di famiglie con bassa intensità di lavoro. Oltre un quinto degli italiani ha difficoltà a coprire le spese quotidiane e quasi la metà non è riuscita a risparmiare nell’ultimo anno. La povertà assoluta coinvolge 5,7 milioni di persone (9,8%), soprattutto famiglie numerose, con minori, straniere e nel Mezzogiorno. Cresce invece la povertà energetica, mentre migliora l’insicurezza alimentare.
Nel 2025, il 9,3% della popolazione (5,4 milioni di persone) dichiara di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni (era il 12,6% nel 2014). La povertà energetica – l’incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione o di utilizzare servizi energetici essenziali – è invece in aumento, dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024.