Diabete, il pancreas può creare nuove cellule che producono insulina? La scoperta che apre una nuova strada (blitzquotidiano.it)
E se il pancreas fosse in grado di “creare” nuove cellule capaci di produrre insulina partendo da cellule che normalmente svolgono un’altra funzione?
È una delle prospettive più interessanti che arrivano dalla ricerca sul diabete. Un gruppo di ricercatori del Joslin Diabetes Center e della Harvard Medical School ha individuato un gene, chiamato ALDH3B2, che sembra contribuire a mantenere l’identità delle cellule dei dotti pancreatici. Disattivandolo, gli scienziati sono riusciti a spingere queste cellule verso un’identità simile a quella delle cellule beta, quelle specializzate nella produzione di insulina.
L’esperimento ha funzionato in cellule pancreatiche umane in laboratorio e, dopo il trapianto in topi diabetici, le cellule ottenute hanno prodotto insulina in risposta al glucosio e hanno portato la glicemia degli animali vicino ai valori normali per circa sei settimane.
Non è una nuova cura per il diabete e non significa che oggi sia possibile rigenerare il pancreas di una persona. Ma lo studio, pubblicato il 2 settembre 2026 su Science Translational Medicine, apre una strada molto interessante: trasformare alcune cellule già presenti nel pancreas in nuove cellule produttrici di insulina.
Perché le cellule beta sono così importanti

Per capire la portata della scoperta bisogna partire dalle cellule beta. Si trovano nelle isole pancreatiche e hanno un compito fondamentale: produrre insulina, l’ormone che permette all’organismo di utilizzare e immagazzinare il glucosio e contribuisce così a mantenere la glicemia entro livelli appropriati.
Nel diabete di tipo 1 il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule beta. Nel diabete di tipo 2, invece, il problema è più complesso: l’organismo sviluppa resistenza all’insulina e, con il tempo, le cellule beta possono non riuscire più a produrre una quantità sufficiente dell’ormone.
Per questo una delle grandi sfide della ricerca è riuscire a preservare o ricostituire la massa delle cellule beta.
Una possibilità è produrre nuove cellule beta in laboratorio e poi trapiantarle. Un’altra, molto più ambiziosa, è riuscire a utilizzare cellule già presenti nell’organismo e trasformarle in nuove cellule produttrici di insulina.
Ed è proprio questa seconda strada quella esplorata dal nuovo studio.
Il gene che potrebbe tenere le cellule “al loro posto”
Il pancreas contiene diversi tipi di cellule, ciascuno con una funzione specifica. Tra queste ci sono le cellule duttali, che rivestono i piccoli dotti attraverso i quali vengono trasportati gli enzimi digestivi prodotti dal pancreas.
Normalmente una cellula duttale rimane una cellula duttale. La sua identità è mantenuta da un complesso programma molecolare che stabilisce quali geni devono essere attivi e quali devono rimanere spenti. I ricercatori hanno cercato di capire quali geni contribuissero a impedire alle cellule duttali di cambiare identità.
Per farlo hanno utilizzato una tecnica di screening genetico basata su CRISPR, analizzando l’effetto dell’inattivazione di migliaia di geni. Tra i candidati è emerso ALDH3B2.
Quando la sua funzione veniva persa, alcune cellule duttali iniziavano a modificare il proprio programma genetico e ad acquisire caratteristiche tipiche delle cellule beta.
È come se il gene contribuisse a mantenere una sorta di “freno” sull’identità cellulare. Togliendo quel freno, una parte delle cellule diventava più plastica e poteva intraprendere un percorso diverso.
Da cellula duttale a cellula beta-like
Il passaggio non avviene semplicemente accendendo il gene dell’insulina. Gli esperimenti hanno indicato un processo più complesso, nel quale le cellule duttali perdono progressivamente alcune caratteristiche della loro identità originaria e acquisiscono caratteristiche delle cellule beta. I ricercatori hanno osservato un aumento dell’espressione di diversi geni tipici delle cellule beta.
Ma soprattutto hanno verificato una caratteristica fondamentale: le cellule ottenute erano in grado di secerne insulina in risposta al glucosio.
Questo dettaglio è importante. Non si tratta quindi soltanto di cellule che assomigliano alle beta-cellule osservandole attraverso alcuni marcatori molecolari. Le cellule riprogrammate mostravano almeno una parte della funzione che rende speciali le vere cellule beta.
Perché la percentuale di conversione è importante
Uno degli aspetti interessanti del lavoro riguarda anche l’efficienza della trasformazione. In condizioni normali, la conversione spontanea delle cellule duttali verso un’identità beta-like è molto rara. L’inattivazione di ALDH3B2 ha invece aumentato sensibilmente la quota di cellule che acquisivano caratteristiche beta-like.
Il risultato è importante soprattutto dal punto di vista della ricerca: dimostra che la plasticità delle cellule pancreatiche umane può essere manipolata.
Non significa, però, che l’8% circa di cellule convertite sarebbe sufficiente per curare il diabete in una persona.
Per arrivare a una terapia bisognerebbe sapere quante cellule beta funzionanti servono realmente, quanto a lungo rimangono stabili, quanto insulina riescono a produrre e se la loro funzione rimane adeguatamente regolata nel tempo.
La prova più importante è arrivata nei topi
A questo punto i ricercatori hanno dovuto verificare se le cellule ottenute in laboratorio fossero effettivamente funzionanti all’interno di un organismo.
Le cellule pancreatiche umane modificate sono state quindi trapiantate in topi con diabete indotto sperimentalmente. Il risultato è stato incoraggiante: le cellule hanno risposto al glucosio producendo insulina e la glicemia degli animali è scesa fino a valori vicini alla normalità.
L’effetto è stato osservato per circa sei settimane, il periodo seguito nell’esperimento. È probabilmente il dato che rende la ricerca particolarmente interessante.
Una cosa è ottenere cellule che producono insulina in una piastra di laboratorio; un’altra è dimostrare che, dopo essere state introdotte in un organismo, possono contribuire concretamente al controllo della glicemia.
Ma c’è un dettaglio fondamentale: si tratta di topi, non di esseri umani.
È una cura per il diabete?
No. Ed è probabilmente la distinzione più importante da fare quando si parla di questa ricerca. Lo studio dimostra una possibilità biologica molto interessante, ma non dimostra che sia possibile curare il diabete nelle persone modificando ALDH3B2.
Gli esperimenti sono stati condotti su cellule umane in laboratorio e su modelli animali. Non è stato dimostrato che il gene possa essere disattivato direttamente nel pancreas di un paziente in modo sicuro ed efficace. Prima di arrivare a una sperimentazione clinica sarebbero necessari molti altri passaggi.
Bisognerebbe, per esempio, capire come modificare ALDH3B2 in modo mirato, come raggiungere le cellule duttali nel pancreas e come evitare che la trasformazione avvenga in cellule o tessuti nei quali non dovrebbe avvenire. E soprattutto occorrerebbe dimostrare che le nuove cellule mantengano la propria identità e funzione nel lungo periodo.
Nel diabete di tipo 1 c’è un problema in più
La questione diventa ancora più complessa quando si parla di diabete di tipo 1. In questa malattia il problema non è soltanto la perdita delle cellule beta. Il sistema immunitario attacca proprio le cellule che producono insulina.
Questo significa che, anche se riuscissimo a generare nuove cellule beta, bisognerebbe capire come proteggerle dall’attacco autoimmune.
Creare nuove cellule potrebbe quindi non essere sufficiente. La futura terapia, almeno teoricamente, dovrebbe affrontare contemporaneamente due problemi: ricostituire la massa delle cellule produttrici di insulina e impedire che vengano nuovamente distrutte.
Nel diabete di tipo 2 il quadro è differente, perché la perdita della funzione delle cellule beta si inserisce in un contesto caratterizzato anche da insulino-resistenza. Per questo la scoperta potrebbe avere implicazioni diverse a seconda del tipo di diabete.
Una strada diversa dalle cellule staminali
La ricerca sulle cellule beta sta esplorando diverse strategie. Una delle più studiate consiste nel produrre cellule beta a partire da cellule staminali, per poi utilizzarle in trattamenti di sostituzione cellulare.
La strategia di questo studio è concettualmente diversa: invece di produrre le cellule fuori dall’organismo e poi trapiantarle, l’obiettivo futuro potrebbe essere quello di trasformare direttamente alcune cellule già presenti nel pancreas.
È una differenza importante. Se un giorno fosse possibile farlo direttamente nell’organismo, si potrebbe immaginare una forma di medicina rigenerativa nella quale il pancreas stesso diventasse la fonte delle nuove cellule produttrici di insulina.
Ma siamo ancora molto lontani da questo scenario.
Perché questa scoperta è importante
Il valore dello studio non sta quindi nell’aver trovato una terapia pronta per i pazienti, ma nell’aver individuato un nuovo bersaglio biologico. Il gene ALDH3B2 sembra infatti avere un ruolo nel mantenere l’identità delle cellule duttali pancreatiche. Quando la sua funzione viene eliminata, alcune di queste cellule possono intraprendere un percorso verso un’identità beta-like.
Il lavoro suggerisce quindi che l’identità delle cellule adulte del pancreas non sia completamente immutabile. Ed è proprio questa plasticità a rappresentare l’aspetto più affascinante della ricerca.
Per decenni la medicina rigenerativa ha cercato soprattutto di sostituire le cellule perdute. Studi come questo esplorano invece la possibilità di convincere le cellule che sono già lì a cambiare funzione.
Quanto manca a una possibile terapia?
Non è possibile stabilire oggi una data. La pubblicazione su Science Translational Medicine rappresenta un passo importante, ma è ancora un passo della ricerca preclinica. Il gruppo di Harvard stesso presenta ALDH3B2 come un potenziale bersaglio per future strategie di rigenerazione delle cellule beta, non come una terapia già disponibile.
Prima di poter parlare di sperimentazioni nell’uomo sarà necessario rispondere a molte domande: come ottenere la trasformazione direttamente nel pancreas, quanto deve essere efficiente, quanto dura l’effetto, se le cellule rimangono stabili e soprattutto se il processo può essere controllato senza provocare conseguenze indesiderate.
La strada è quindi ancora lunga. Ma il risultato aggiunge un tassello importante alla ricerca sul diabete: alcune cellule del pancreas umano possono essere riprogrammate verso un’identità simile a quella delle cellule beta e diventare capaci di produrre insulina.
Non è ancora una cura. È, però, la dimostrazione che il pancreas potrebbe avere una capacità di trasformazione molto maggiore di quanto si pensasse e che un singolo gene, ALDH3B2, potrebbe rappresentare una delle chiavi per provare ad attivarla.
