Metformina, il farmaco per il diabete può davvero farci vivere più a lungo? Il grande studio che vuole scoprirlo (blitzquotidiano.it)
La metformina, uno dei farmaci più conosciuti e utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2, potrebbe avere un ruolo molto più ambizioso di quello per cui è stata sviluppata. Da anni, infatti, la comunità scientifica studia la possibilità che questo vecchio farmaco possa influenzare alcuni dei meccanismi biologici legati all’invecchiamento.
La domanda è affascinante: la metformina può davvero rallentare l’invecchiamento e aiutarci a vivere più a lungo?
Per ora non esiste una risposta definitiva. Gli studi sugli animali hanno prodotto risultati interessanti e alcune osservazioni nell’uomo hanno alimentato l’ipotesi, ma manca ancora la prova più importante: un grande studio clinico in grado di stabilire se il farmaco possa effettivamente ritardare l’insorgenza di più malattie legate all’età.
È proprio questo l’obiettivo del progetto TAME, Targeting Aging with Metformin, promosso dall’American Federation for Aging Research.
La grande domanda: la metformina può rallentare l’invecchiamento?

La metformina viene utilizzata da decenni soprattutto per aiutare a controllare la glicemia nelle persone con diabete di tipo 2. Il farmaco riduce la produzione di glucosio da parte del fegato e migliora la risposta dell’organismo all’insulina.
Ma i suoi effetti non sembrerebbero limitarsi al metabolismo degli zuccheri.
La metformina sembra infatti interagire con alcuni processi cellulari che sono coinvolti anche nell’invecchiamento. Tra quelli più studiati ci sono la regolazione dell’energia cellulare, l’infiammazione, la funzione dei mitocondri e alcuni meccanismi di manutenzione e riciclo delle cellule.
Da qui è nata l’ipotesi che un farmaco nato per il diabete possa avere un effetto più ampio sulla salute durante l’invecchiamento.
Il punto, però, è fondamentale: influenzare alcuni meccanismi associati all’invecchiamento non significa automaticamente riuscire a rallentare l’invecchiamento umano o allungare la vita.
Che cos’è lo studio TAME
Il progetto TAME nasce proprio per cercare di rispondere a questa domanda con un approccio molto più rigoroso rispetto agli studi osservazionali condotti finora.
L’idea è coinvolgere circa 3.000 persone tra i 65 e i 79 anni che non hanno il diabete, distribuite in 14 importanti centri di ricerca negli Stati Uniti.
I partecipanti verrebbero divisi casualmente in due gruppi: uno riceverebbe metformina alla dose prevista dal protocollo, pari a 1.500 milligrammi al giorno, mentre l’altro assumerebbe un placebo.
Né i partecipanti né i ricercatori saprebbero chi sta ricevendo il farmaco e chi il placebo.
Il progetto avrebbe una durata complessiva di circa sei anni.
Ma c’è una precisazione importante: il trial, nella formulazione descritta nel progetto, è subordinato alla disponibilità dei finanziamenti necessari. Non si tratta quindi di uno studio che abbia già dimostrato che la metformina allunga la vita.
Non si cercherà semplicemente di contare quanti anni vivono i partecipanti
L’obiettivo di TAME è particolarmente interessante perché non consiste semplicemente nel verificare se chi assume metformina vive più a lungo.
I ricercatori vogliono capire se il farmaco possa ritardare l’insorgenza di diverse malattie croniche legate all’età.
L’idea è quindi osservare l’invecchiamento nel suo insieme e verificare se la metformina riesca a posticipare l’arrivo di condizioni come malattie cardiovascolari, tumori, diabete e altre patologie associate all’età avanzata.
Questo approccio è importante perché, se un trattamento riuscisse a ritardare contemporaneamente diverse malattie dell’invecchiamento, potrebbe avere un impatto molto più significativo sulla salute e sulla cosiddetta healthspan, cioè gli anni vissuti in buona salute.
Perché la metformina interessa così tanto gli scienziati
Una delle ragioni per cui la metformina è diventata protagonista della ricerca sulla longevità è che agisce su diversi meccanismi biologici considerati importanti nel processo di invecchiamento.
Uno dei principali riguarda AMPK, una sorta di sensore cellulare dello stato energetico. La sua attivazione è stata collegata a processi di mantenimento e adattamento cellulare.
La metformina è stata inoltre studiata per i suoi possibili effetti sui mitocondri, le strutture che producono energia nelle cellule, e sull’autofagia, il sistema attraverso cui le cellule eliminano e riciclano componenti danneggiati.
Un altro campo di ricerca riguarda l’infiammazione cronica, che tende ad aumentare con l’età ed è associata a numerose malattie.
Infine, gli scienziati stanno studiando anche possibili effetti della metformina sul microbiota intestinale e su alcuni marcatori epigenetici collegati all’età biologica.
Sono tutti meccanismi interessanti. Ma, ancora una volta, si tratta di spiegazioni biologicamente plausibili che devono essere trasformate in una dimostrazione clinica.
Gli studi sugli animali hanno dato risultati interessanti
Una parte dell’entusiasmo intorno alla metformina arriva dalla ricerca preclinica. In particolare, uno studio pubblicato nel 2024 su Cell aveva osservato in scimmie maschio anziane trattate con metformina cambiamenti in diversi indicatori associati all’invecchiamento, compresi alcuni parametri cerebrali.
Il risultato ha attirato l’attenzione perché suggeriva che il farmaco potesse influenzare non soltanto la glicemia, ma anche alcuni aspetti dell’invecchiamento biologico.
Ma c’è una regola fondamentale nella ricerca sull’anti-aging: un risultato ottenuto su un animale non dimostra che lo stesso effetto si verifichi nell’uomo.
È proprio il passaggio dalla biologia sperimentale alla sperimentazione clinica che TAME vuole affrontare.
E negli esseri umani cosa sappiamo?
Qui il quadro diventa molto più prudente. Esistono studi osservazionali che hanno trovato associazioni interessanti tra l’utilizzo della metformina nelle persone con diabete e alcuni migliori esiti legati alla salute cardiovascolare e alla mortalità.
Il problema è che queste osservazioni non permettono di stabilire quale sia la causa.
Una persona con diabete che assume metformina, infatti, può avere caratteristiche molto diverse da una persona che non la assume. Inoltre, il controllo della glicemia e delle complicanze del diabete potrebbe spiegare una parte dei benefici osservati.
In altre parole, anche se tra i pazienti che assumono metformina si osserva una minore frequenza di alcune malattie o eventi cardiovascolari, non è possibile concludere automaticamente che il farmaco abbia un effetto anti-invecchiamento.
È esattamente il motivo per cui servono studi randomizzati e controllati con placebo.
Quindi la metformina è già un farmaco anti-aging?
No. Ed è probabilmente questo l’aspetto più importante da chiarire.
La metformina non è attualmente approvata come farmaco per rallentare l’invecchiamento o aumentare la longevità. Il suo utilizzo per questo scopo sarebbe off-label.
Il fatto che sia un farmaco vecchio, economico e ampiamente utilizzato per il diabete non significa che sia automaticamente appropriato per una persona sana che vuole vivere più a lungo.
Anzi, gli esperti invitano a non iniziare autonomamente una terapia con metformina con il solo obiettivo della longevità.
Anche un farmaco conosciuto può avere effetti indesiderati
La metformina è generalmente considerata un farmaco ben conosciuto e utilizzato da molti anni, ma questo non significa che sia priva di rischi. Tra gli effetti indesiderati più comuni ci sono nausea, diarrea e altri disturbi gastrointestinali.
Un problema che merita particolare attenzione nell’uso prolungato è la possibile riduzione dei livelli di vitamina B12, che in alcuni casi può contribuire ad anemia e problemi neurologici.
Molto raramente può verificarsi una complicanza grave chiamata acidosi lattica.
Inoltre, alcune condizioni, tra cui importanti problemi renali o epatici, richiedono particolare cautela nell’utilizzo del farmaco. Per questo motivo non avrebbe senso assumere metformina “per sicurezza” soltanto perché si spera che possa rallentare l’invecchiamento.
La vera sfida è capire se rallentare l’invecchiamento significa vivere più a lungo
È qui che si trova il cuore della ricerca sulla longevità. Negli ultimi anni sono aumentati gli studi sui cosiddetti marcatori dell’età biologica, sugli orologi epigenetici e sui meccanismi cellulari dell’invecchiamento.
Ma modificare un biomarcatore non equivale necessariamente a vivere più a lungo.
Per dimostrare un vero effetto sulla longevità bisogna capire se un intervento riesca concretamente a ridurre malattie, disabilità e mortalità o a prolungare gli anni trascorsi in buona salute. Ed è proprio questa la promessa, ma anche la difficoltà, dello studio TAME.
