Riusciranno le democrazie europee a realizzare gli attuali programmi della politica green e a mantenere lo Stato sociale? (Fonte Ansa9 - Blitz Quotidiano
Durante gli ultimi due secoli, le teorie e le applicazioni scientifiche hanno avuto una accelerazione che nessuno aveva previsto. Einstein affermava che “le macchine potranno realizzare ogni progetto dell’uomo ma nessuna macchina sarà mai in grado di fare un progetto”. I processi scientifici dell’ipotesi, dell’esperimento e della generalizzazione, fino all’Intelligenza Artificiale, hanno smentito il genio di Ulma.
Bisogna osservare che anche il cammino della scienza “applicata” è stato sofferto e che le vittime del “progresso” sono state innumerevoli. Penso ai prodotti Eternit, agli antiparassitari e così via. C‘è poi la categoria dei “ciarlatani” che trova consenso popolare diffuso: ricordate il veterinario Liborio Bonifacio che curava il cancro con il distillato di urina delle capre? Popoli e religioni hanno spesso combattuto la scienza. Senza ritornare a Galilei, i Testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni di sangue, i “no-vax” contestano i vaccini e minacciano i medici che li prescrivono. Trump ha nominato ministro della salute un “no vax” per aumentare il proprio bacino elettorale.
Va ancora peggio in campo politico ed economico. La politica è ancora ferma ai tempi di Giulio Cesare, il quale si teneva buona la plebe romana dispensando frumento e giochi gladiatori, come fanno oggi i governi che diminuiscono le tasse in prossimità delle elezioni.
Gli economisti continuano a dibattere tra libero mercato e protezionismo, sono ancora divisi tra Adamo Smith e Carlo Marx, come se il mondo di oggi fosse uguale a quello di due secoli fa. In questo intervallo di tempo è accaduto un evento sconvolgente: la popolazione mondiale del 1800 era di un miliardo, quella attuale è di oltre otto miliardi e tra dieci anni sarà di nove.
Questa progressione geometrica della popolazione non è derivata dalle attitudini procreative delle generazioni umane ma dalle innovazioni tecniche della Rivoluzione industriale (tuttora in atto) che hanno garantito le “produzioni di massa”, ossia la sostanziale equivalenza tra le classi produttive e quelle che consumano.
Tuttavia, una cosa è rendere disponibili per tutti i beni di prima necessità: proprio in questo consiste la democrazia economica. Altra cosa è permettere l’uso di un automezzo inquinante ad ogni membro della famiglia, organizzare crociere permanenti su navi che lasciano scie di carburante ed estinguono le specie marine, basare l’economia di un paese sul turismo di massa.
L’industrialismo ha creato un “meccanismo infernale” senza vie di uscita: per creare posti di lavoro bisogna consumare a ogni costo, rottamare impianti e sostituirli con quelli di ultima generazione, produrre beni destinati alle classi umili e ai ricchi, senza remore di natura etica. La rincorsa del capitale verso le nuove tecnologie rende inservibili fabbriche non ancora ammortizzate e crea problemi occupazionali spesso insolubili. Il che segna la fine dei principi socialisti che hanno ispirato la nostra Costituzione.
L’estensione delle produzioni di massa ha inoltre portato ad uno sfruttamento intensivo del suolo e delle risorse naturali. Conosciamo i rischi della scarsità d’acqua per i nostri agricoltori, per l’energia e per le catene di approvvigionamento, “eppure le condutture europee perdono quasi un litro d’acqua ogni quattro” ci dice la Von der Leyen, che vuole mettere in evidenza le disfunzioni delle burocrazie. L’unica circostanza evidente che Ursula sembra voler nascondere è che i tempi di riconversione nel green sono stati enormemente più lunghi rispetto a quelli previsti dagli uffici studi europei.
Il confronto economico tra “Imperi” si è sempre basato sull’esaltazione mediatica delle rispettive “Ideologie”. Il “credo” delle democrazie occidentali si fonda sui Valori della Libertà: di pensiero, parola, religione ed anche economica. Il colosso cinese ha dimostrato che si può vincere la competizione globale senza riconoscere i Valori della Libertà.
Si è detto che l’Europa è un “felice” pianeta dove si pratica il libero mercato. Se così fosse, la produzione dovrebbe basarsi sulla regola della competizione. L’Europa è la parte del mondo in cui si erogano maggiori risorse pubbliche a favore del mercato. Quando vediamo sorgere pale eoliche dimentichiamo che gli imprenditori sono stati sovvenzionati fino al 100%. Le materie prime necessarie per sprigionare energia solare, come il litio, sono importate dall’Australia, Cile, Cina e Argentina.
Per sostenere i piani della politica green occorrono risorse che devono provenire dal sistema produttivo. La scelta di chiudere i nostri principali siti industriali che ci è stata imposta dall’Europa agli inizi degli anni Novanta, ha trasformato l’Italia da colosso economico in paese “assemblatore” che conta sulle commesse estere e si regge sui bassi salari.
Ma è proprio vero che in Europa prevale il problema della salute in forza di un processo di maturazione delle coscienze che trasforma l’interesse in valore? O forse è accaduto che il sistema economico ha solo individuato il business ambientale?
È proprio vero che la sanità uguale per tutti è un diritto irrinunciabile? Faccio osservare che la nostra Costituzione garantisce “cure gratuite” per i soli “indigenti” (art. 32) e che nei paesi più ricchi del nostro e persino in Cina, si punta sul modello assicurativo obbligatorio. Siamo certi che il nostro sistema sanitario non sia stato concepito per salvare le industrie farmaceutiche e le farmacie?
Se la crisi petrolifera e dei combustibili continuasse, i governi avrebbero il dovere di riattivare i vecchi impianti per evitare fenomeni di disoccupazione diffusi. I primi scricchiolii del sistema si avvertono in Germania.
Il nostro modello di sviluppo nel medio periodo deve basarsi sulla coesistenza degli investimenti green e quelli tradizionali. Ad esempio, nessuna testa d’uovo ci sa dire per quanto tempo i governi dovranno assistere i produttori di auto ibride per renderli competitivi.
Se in pochi possono permettersi natanti a propulsione elettrica, per tutelare la flora e la fauna ittica, si dovrà forse proibire ai nostri pescatori di prendere il mare? E così via per ogni attività d’impresa che deve consumare energia. A quale nuovo lavoro riconvertiamo i disoccupati, a vendere prodotti finanziari per le banche? È in atto una scommessa: ce la farà l’Europa a realizzare la politica green oppure si verificheranno eventi internazionali che lo impediranno?
Nel Novecento si dichiaravano guerre per il controllo dei combustibili fossili. Ai nostri giorni si combatte anche per garantire le materie prime e le terre rare, necessarie a produrre i chip e le batterie elettriche.
Putin e Trump agitano venti di guerra per mettere in crisi la nostra democrazia: un sistema di libertà esige grande capacità politica, un grado ragionevole di pace e di sicurezza. Quando il nemico è alle porte le aspirazioni individuali devono essere subordinate alla comune difesa.
I paesi europei si trovano di fronte ad un problema che, per vastità e natura, non ha precedenti nella storia: dalla sua soluzione dipende il loro avvenire. Questo problema consiste nel decidere se i rischi di guerra sono reali e richiedono investimenti nella Difesa o sono effimeri in quanto saranno le grandi potenze a vedersela tra loro. Avendo ben chiaro che, nel primo caso, saranno compromesse le politiche green e lo stesso welfare. Intanto, in Inghilterra si stanno facendo “simulazioni” per preparare i cittadini al confronto bellico con la Russia.
Una cosa è certa fin d’ora: bisognerà abituare gli europei ad una parziale rinuncia al loro attuale “Stato sociale”.
