23 novembre 1980: un terremoto devasta l’Irpinia. Trent’anni di promesse, sprechi e abbandoni

Pubblicato il 23 Novembre 2010 17:41 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2010 17:42
Romagnano Al Monte

Un edificio distrutto a Romagnano Al Monte

Il 23 novembre 1980 un terremoto devastante dilaniò l’Irpinia: il bilancio drammatico fu di 2914 morti e 280 mila senza tetto. A distanza di 30 anni, poco o nulla è cambiato in quel lembo di Campania compreso tra le province di Avellino, Benevento e Salerno. Le promesse delle istituzioni non sempre sono state mantenute e tanti di quei terremotati sono ancora costretti a vivere nell’emergenza e nella provvisorietà. Irpinia come L’Aquila, un filo che lega i terremotati “di ieri” a quelli di “oggi”.

Un reportage pubblicato dal settimanale Left ha raccontato in quali situazione sono costretti a vivere ancora gli abitanti delle zone colpite dal sisma. La ricostruzione in molti casi è stata solo “parziale”, anche se i soldi pubblici usati non sono stati pochi: “Oltre 60 mila miliardi di vecchie lire, pari a oltre 32 miliardi e 636 milioni di euro. Una ricostruzione ancora in corso – l’ultimo contributo quindicinale da 157 milioni e 500 mila euro è stato stanziato con la Finanziaria 2007”. Costi che furono di gran lunga inferiori ai finanziamenti stanziati per gli aquilani: “Nel primo anno in Irpinia lo Stato spese 7.889 euro per ogni sfollato, contro i 23.718 euro sborsati per ciascun senzatetto abruzzese nello stesso arco di tempo”.

Ma il “pozzo senza fondo” degli aiuti diventò spesso per gli amministratori locali un “boccone ghiotto” per speculare: Tra appalti e subappalti, imprevisti geologici e varianti adottate in corso d’opera, i costi delle infrastrutture, e soprattutto della rete viaria, negli anni sono aumentati all’inverosimile. L’esempio più clamoroso è quello della superstrada Fondovalle Sele, costata ben 25 miliardi di lire al chilometro e terminata circa 20 anni dopo il sima. I tempi di realizzazione delle infrastrutture, infatti, sono stati biblici: basti pensare che a fine 2010 un’arteria come la Nerico-Muro Lucano, costata ad oggi più di 300 miliardi di vecchie lire, invece dei 26 previsti, non è ancora stata terminata. «Alcuni tratti sono tutt’ora in fase di progettazione – spiega il sindaco di Muro Lucano (Pz), Gerardo Mariani – e questi ritardi causano una continua lievitazione della spesa». Il danno per il Comune, secondo Mariani, è enorme: «Lo svincolo per Muro Lucano, ad oggi, non esiste e l’isolamento ha escluso il paese da ogni possibile piano di sviluppo: non solo industriale o commerciale, ma anche turistico».

Nell’articolo pubblicato su Left è stata fatta una ricognizione della situazione attuale nei singoli paesi devastati dal terremoto.

Romagnano al Monte (Salerno)

“Irrimediabilmente danneggiato dal terremoto dell’’80, il paese è stato ricostruito a 2 km di distanza, perdendo i connotati che lo rendevano familiare ai suoi abitanti. Quasi tutto, nel vecchio borgo, è rimasto fermo alle 19.34 di quel 23 novembre, prima che la scossa da 6,9 gradi della scala Richter scuotesse la terra. Attraverso gli squarci che si sono aperti nei muri delle case, si scorgono i segni delle vite interrotte, tra le macerie che hanno sepolto uomini e oggetti.

Da qui se ne sono andati tutti, trapiantati nel nuovo paese che non ha né un barbiere né un bar. Tutti tranne la famiglia Catena-Brunner, che abita una villetta appena sotto il borgo. Alcuni li chiamano “i guardiani della città fantasma”, coraggiose vedette che hanno resistito aggrappandosi con le unghie al monte, come la vecchia Romagnano”.