Il business della mafia si chiama “ristorante”: oltre 5 mila locali in mano ai boss

Pubblicato il 23 luglio 2010 9:29 | Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2010 9:29

Il nuovo business della mafia si chiama ristorazione. Tanto da poter affermare che esiste una vera e propria catena di ristoranti intestati a Cosa Nostra. La più grande catena di ristoranti in Italia. Ristoranti che non hanno tutti lo stesso nome, anzi tendono a cambiarlo spesso; hanno proprietari diversi e spesso appartenenti a clan diversi o a mafie diverse; ma fungono tutti da “lavanderie” per riciclare soldi sporchi, per fatturare denaro che, in realtà, i boss hanno guadagnato illegalmente con i loro traffici. Un business a tutti gli effetti, tanto che si è calcolato che la “Mafia ristorazione spa” con i suoi 5 mila locali e 16 mila addetti fattura un quinto di un colosso internazionale come Autogrill, che però di insegne ne ha 5.300 in 42 Paesi. Come racconta un’inchiesta de “la Repubblica”, nelle grandi città come Roma e Milano addirittura un ristorante su cinque è in mano alla mafia. E il business approda anche oltre confine, espandendo gli affari anche nel resto del mondo, tanto che se si va a New York si troveranno diversi locali, magari che fanno cucina italiana, che sono proprietà di qualche boss nostro connazionale.

I modi in cui i boss, racconta La Repubblica, investono soldi (o meglio li “puliscono”) nei ristoranti sono due: talvolta comprano i locali, li ristrutturano senza badare a spese (anche tutta la filiera per i lavori di ritrutturazione fa parte dei loro traffici ed è un altro modo per riciclare denaro sporco) e poi ci piazzano a lavorare preferibilmente mogli, sorelle e figli o comunque qualcuno della “famiglia”. In altri casi, invece, i boss si impossessano piano piano del locale, facendo inizialmente un prestito al gestore in difficoltà e poi, nel tempo, prendendo di fatto possesso del ristorante e lasciando il vero proprietario solo come “prestanome” e senza un soldo in tasca.

Il perché di questi investimenti, chiarisce Repubblica, è alla luce del sole e l’abbiamo già detto: riciclare i soldi sporchi. Non solo: “il ristorante – scrive La Repubblica – è il terminale di una filiera alimentare tutta in mano alla mafia, dai prodotti della terra alle carni, dalle mozzarelle al caffè. Un sistema economico parallelo fittizio o sovrastimato”. E la riprova di questo, mette in luce l’inchiesta, è che molto spesso questi locali (nella maggior parte dei case dei posti eleganti e arredati senza badare a spese) sono per lo più vuoti, senza avventori. Eppure hanno personale, rimangono aperti fino a tardi e soprattutto rimangono in vita. Certo, magari spesso cambiano insegna e fanno finta di cambiare gestione: in realtà dietro, in forma occulta,  c’è sempre lo stesso boss. E il  motivo per cui sopravvivono pur non avendo clienti è proprio il fatto che l’attività non vive grazie ai soldi di chi ci mangia, ma serve solo per rendere “puliti” i soldi che già ci sono, ma sono frutto di traffici illegali.

Ma dove sono questi ristoranti? “Nelle città più grandi, Roma e Milano, si calcola che un locale su cinque sia nell’orbita dei boss – si legge su Repubblica – I Piromalli della Piana di Gioia Tauro a Roma e sul Garda, i Coco Trovato da Catanzaro tra Lecco e la Madonnina, i Papalia di Platì sotto al Duomo, gli Iovine, i Bidognetti e gli Schiavone da San Cipriano d’Aversa e Casal di Principe a Campo de Fiori, a Ostia o a Fiumicino come a Modena. Gli Arena da Isola Capo Rizzato in Romagna, forti di una radicata presenza nel settore turistico-alberghiero. I Pesce-Bellocco di Rosarno e poi gli Alvaro di Sinopoli nel cuore della Dolce Vita romana. I Morabito da Africo a dettar legge all’Ortomercato di Milano dove Salvatore, il nipote di Giuseppe, ‘u tiradritto, entrava in Ferrari esibendo un regolare pass da facchino. E lì si era fatto autorizzare il “For the King”, un night che era il suo ufficio di rappresentanza nel cuore della Wall Street – 3 miloni di euro al giorno – della frutta e verdura italiana”.