Giallo sull’ultima lettera di Cucchi: fu spedita 4 giorni dopo la sua morte

Pubblicato il 20 Febbraio 2010 18:35 | Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2010 18:35

È giallo sull’ultima lettera che Stefano Cucchi scrisse dall’ospedale Pertini la sera prima di morire. All’inizio di febbraio la missiva, indirizzata ad un amico di Stefano, operatore della comunità terapeutica Ceis, venne resa nota dalla sorella di Cucchi. Ma il mistero si infittisce perché quella stessa lettera scritta dall’ospedale da Stefano è stata spedita quattro giorni dopo la sua morte. Presumibilmente dal carcere di Regina Coeli. Chi l’ha fatta sparire? Chi l’ha spedita? Per ora rimangono interrogativi senza risposta.

I verbali raccontano che la lettera era affianco a Stefano all’ospedale “Sandro Pertini” della Capitale quando è morto, il 22 ottobre. Lo dimostra l’inventario redatto all’ospedale «in riferimento al decesso del detenuto », con l’elenco degli «effetti personali», restituiti «per competenza » al carcere di Regina Coeli: oltre a due paia di calzini, due mutande, due maglie intime e una tuta da ginnastica, compare «una busta da lettera». Tutti oggetti ricevuti dal carcere.

Ma quando l’agente della polizia penitenziaria di Regina Coeli fa a sua volta l’elenco dei beni di Stefano da restituire alla famiglia, della lettera non c’è più traccia. Alla famiglia di Cucchi la missiva non arriva, eppure una donna della polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver portato a Stefano una busta e un francobollo e di averlo visto scrivere.

La logica conseguenza dei due diversi verbali è che la lettera sia stata spedita dal carcere. Come mai, se dell’inquietante morte di chi l’aveva scritta avevano già cominciato a parlare televisioni e giornali? La lettera venne indirizzata alla comunità di Roma presso cui era in cura Stefano, e dunque si può pensare che burocraticamente chi l’ha avuta tra le mani abbia ritenuto di inviarla al destinatario.

Sembra quasi che la burocrazia si sia voluta liberare di un messaggio che poteva essere utile a fare chiarezza sulla morte del giovane, o a spiegare gli ultimi giorni trascorsi tra una caserma, il  tribunale, il carcere di Regina Coeli e il reparto «protetto» di un ospedale.

La famiglia di Stefano, la sorella Ilaria, diedero notizia della lettera (che non avevano mai visto) durante una conferenza stampa a fine gennaio. E solo il giorno dopo vennero contattati dalla comunità terapeutica che dopo averla ricevuta l’aveva risposta in un cassetto, pensando che non potesse interessare nè ai familiari di Stefano nè all’opinione pubblica.

L’ennesima stranezza di una vicenda dove trascuratezza e negligenza si sono accumulate fin dalle prime ore in cui quel tossicodipendente sorpreso con qualche dose di hashish e cocaina è finito nelle mani dello Stato. Per poi uscirne, dopo pochi giorni, morto e con le ossa rotte.