Il “diversamente tassare” di Tremonti parte dai 200 miliardi degli “agevolati”. La “parabola del commercialista”

di Riccardo Galli
Pubblicato il 18 Aprile 2011 14:57 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2011 16:39

Tremonti (LaPresse)

ROMA – «Siamo tra i pochi paesi in Europa che stanno progettando una riforma fiscale», parola del ministro dell’economia Giulio Tremonti e volontà del premier Silvio Berlusconi. Iniziativa lodevole, giusta e meritevole quella di riformare il sistema fiscale italiano. Tremonti lavora da tempo a questo progetto, quattro commissioni sono insediate ed entro fine aprile dovranno consegnare al ministro i risultati delle loro indagini, seguirà poi un lungo iter parlamentare e non per realizzare effettivamente la cosa. La riforma non porterà però ad una riduzione della pressione fiscale, ma solo ad una sua razionalizzazione: è scritto nero su bianco nelle carte di governo. Anche se una generale “distrazione di massa” distoglie dalla realtà, anzi dall’ufficialità dei numeri di governo, tuto è maledettamente chiaro.

Deficit zero entro il 2014 vuol dire 35 miliardi di euro di minore spesa pubblica o di maggiori tasse, il conto lo ha fatto Bankitalia. Quindi, più tasse non si può, ma meno tasse nemmeno. E allora resta solo un “diversamente tassare” che non sarà facile, per nulla facile. Perché non c’è categoria o “territorio” che non chieda per sè una “fiscalità di vantaggio”. Ma poi si scopre che la “fiscalità di vantaggio” ce l’hanno quasi tutti e da decenni. E che “diversamente tassare” significherà dare ad alcuni e togliere ad altri.

Il Cavaliere ribadisce l’intenzione del suo governo di aprire una grande stagione di riforme, da quella della giustizia a quella istituzionale, senza dimenticare quella tributaria che, nelle intenzioni di Berlusconi, deve semplificare l’attuale sistema. Ma , se tutti lo sanno, nessuno lo ammette, specialmente durante i comizi: la riforma s’ha da fare, ma non significherà meno tasse. Non ci sono i soldi e i margini. Gli impegni internazionali impongono all’Italia di azzerare il deficit sul Pil nei prossimi 3 anni e poi di cominciare a ridurre il mostruoso debito contratto dal nostro paese. Per portare in porto questo progetto bisognerà mettere mano alla fiscalità oggi in vigore, toccare alcuni interessi che sono da anni dati per acquisiti. Bisognerà in primis riorganizzare, se non eliminare, quell’insieme di soggetti che potrebbero essere riuniti nella definizione di “agevolati”. Tutte quelle categorie cioè, che per le ragioni più disparate, godono di benefici fiscali e costano allo Stato, secondo un calcolo fatto dal Corriere della Sera, circa 200 miliardi di euro l’anno. Una delle 4 commissioni citate, quella guidata da Vieri Ceriani, sta studiando proprio come recuperare fondi dagli agevolati. In termini meno prosaici sta lavorando alla riduzione dell’erosione. Berlusconi sa che la riforma che si può fare, nella migliore delle ipotesi, è una semplificazione e una razionalizzazione del sistema oggi in vigore che porti nelle casse dello stato la stessa cifra che vi entra oggi.

Lo ammette, implicitamente, raccontando la “parabola del commercialista”. I cittadini si rivolgono ai commercialisti per pagare le loro tasse ma, alla fine, vista la mole di tasse, esenzioni, agevolazioni, condoni, fiscalità di favore, anticipi, multe, interessi e quant’altro, nemmeno i commercialisti sono certi che i risultati del loro lavoro siano corretti. Di certo il sistema fiscale italiano non è semplice e chiaro, ma nonostante questo i commercialisti potrebbero risentirsi se viene detto loro che non sanno fare il loro lavoro, perché questo in pratica ha detto il premier.