I tulipani non parlano più d’amore: crisi nera per il mercato dei fiori

di Giulia Cerasi*
Pubblicato il 22 Febbraio 2011 0:29 | Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio 2011 0:29

ROMA – “Parlano d’amore i tuli, tuli, tuli, tulipan”. Chissà se il Trio Lescano ha mai ammirato lo spettacolo dei campi di tulipani in fiore. Ogni primavera le campagne olandesi si tingono di molteplici colori. Un caleidoscopio floreale che inebria gli occhi, il cuore e la mente. Mentre dall’alto, le pale dei mulini a vento si godono il panorama.

Gialli, arancioni, rosa, rossi, viola e perfino blu. Un arcobaleno profumato che ha le sue radici nella lontana Asia e che è all’origine, strano ma vero, della prima ondata speculativa di cui si ha documentazione. Arrivato nel XVI secolo in Europa dall’Impero Persiano (dove cresceva spontaneamente nelle attuali regioni dell’Iran, dell’Afghanistan e della Turchia) il “fiore col turbante” è diventato in breve tempo uno status symbol e possederlo significava potere e ricchezza. Tanto che per un bulbo della qualità Semper Augustus, un tulipano dalle striature bianche e rosse, si arrivò alla cifra record di 6.000 fiorini.

Una follia, se si considera che il reddito medio annuo a quei tempi era di 150 fiorini, che costò cara a molti investitori. Agli inizi del 1637, infatti, la bolla dei tulipani scoppiò. I commercianti di fiori, intuendo che non avrebbero più potuto ottenere prezzi gonfiati per i loro bulbi, iniziarono a venderli. Il panico si diffuse rapidamente, i prezzi crollarono e centinaia di mercanti si ritrovarono finanziariamente distrutti.

Ma la passione degli olandesi per i tulipani non cessò. Basta fare un giro nel mercato dei tulipani di Amsterdam o passare un pomeriggio nel giardino botanico di Keukenhof, nella cittadina di Lisse, che ospita la più grande esposizione permanente di tulipani. Oggi in Olanda si producono più di 3 miliardi di tulipani l’anno, che vengono esportati (circa i due terzi) soprattutto in Germania, Stati Uniti e Inghilterra.

E in Italia? Non è un periodo roseo per i fiori made in Italy. San Valentino, uno dei momenti migliori per il mercato di tulipani e company, è passato da poco non senza polemiche. Secondo le stime di Coldiretti, ben un uomo su due ha regalato un fiore alla sua amata per la festa degli innamorati. Venti milioni di esemplari venduti con la netta prevalenza delle rose (75 per cento), per una spesa di circa 75 milioni di euro. Una cifra che però non migliora la cupa situazione generale.

Negli ultimi cinque anni la produzione di fiori recisi nel nostro paese è diminuita di oltre un quarto (meno 26 per cento) e con essa c’è stata la perdita di più di mille ettari, soprattutto strutture serricole. Particolarmente grave è lo scenario per le rose, la cui produzione si è dimezzata e i costi sono aumentati del 30 per cento. Un quadro preoccupante, che getta ombra sul futuro delle molte aziende che operano nel settore floricolo in Italia ma anche in Europa.

Questa perdita di competitività deriva dal fatto che le produzioni effettuate nei paesi in via di sviluppo godono di condizioni climatiche più favorevoli, un basso costo della mano d’opera (di circa 15 volte inferiore) e dei terreni e aiuti economici sia locali sia della Comunità europea che incentiva queste produzioni. Circa il 70 per cento dei fiori importati in Europa, infatti, proviene da Kenya, Colombia, Israele, Ecuador. E l’Italia non fa eccezione.

Basta fare un giro per lo storico mercato di Campo de’ Fiori, a Roma. Girasoli, gerbere e gladioli hanno lasciato il posto a vestiti di fabbricazione cinese e braccialetti in plastica colorata. Nell’era della supremazia di internet oramai anche i fiori si sono digitalizzati. E ai tulipani non resterà che parlare tra loro, proprio come cantava il Trio Lescano.

*Scuola di Giornalismo Luiss