Consulenza uguale tangente. Una bugia di successo

di Gustavo Piga
Pubblicato il 9 Gennaio 2012 15:57 | Ultimo aggiornamento: 9 Gennaio 2012 15:57

Raphael Rossi con il sindaco di Napoli Luigi de Magistris (Lapresse)

Consulenze, vil razza dannata? In Italia sembra di sì e la dannazione delle consulenze viene confermata dalla storia di Raphael Rossi. Oggi Rossi è nuovamente e maggiormente al centro della bufera dopo la sua nomina a Presidente presso Asia, azienda raccolta rifiuti di Napoli, e il suo abbandono pochi mesi dopo una controversia con il Consiglio comunale di Napoli. Accusato da alcuni, ha visto bene di difendersi in tempo reale, rinviando correttamente le spiegazioni là dove si è aperta una inchiesta.

Qui vorrei aprire però una finestra laterale sulla questione. Avrete notato come parte delle accuse/diatribe/illazioni/fandonie su Rossi riguardino il fatto che abbia dato delle consulenze. Delle consulenze vorrei parlare. Delle consulenze nella Pubblica Amministrazione.

In Italia hanno un connotato negativo. Sono considerate tangenti. E’ una idiozia totale, come fa capire anche Rossi nella sua replica. Servono eccome, le competenze specifiche per la P.A. che non sono spesso disponibili all’interno della P.A. e che non significano per nulla che la P.A. non funzioni, ma semplicemente che non ha bisogno permanentemente di certe competenze o che non può spendere permanentemente quelle risorse per ottenere servizi qualificati.

In tutto il mondo le Pubbliche amministrazioni domandano servizi di consulenza per migliorarsi. Nel fare ciò si ottiene un ulteriore vantaggio a livello di sistema Paese: si crea una domanda pubblica per servizi di consulenza che crea una forte industria nazionale che riuscirà ad imporsi col suo export, generando ricchezza e occupazione. In questo modo in Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti sono nate grandi multinazionali delle consulenze. Case di consulenze che sono le vere Sette Sorelle del mondo occidentale del XXI° secolo, che aiutano le loro imprese nazionali ad ottenere lavoro all’estero, scatenando un virtuoso e sofisticato schema di successo come Sistema Paese.

Ma tant’è. Con tutto l’ingegno che abbiamo in Italia, con tutta la necessità che abbiamo, per resistere alla crescente concorrenza asiatica sul manifatturiero, di essere forti sui servizi, vietiamo o rendiamo la vita impossibile a chi desidera consulenza nel settore pubblico. I dati parlano chiaro, per esempio, li traggo dall’ultimo rapporto Assoconsult sul Management Consulting:

… questo quadro pone l’Italia come fanalino di coda, assieme alla Spagna, rispetto ai paesi dell’Unione Europea analizzati dalla ricerca FEACO – Federazione Europea delle Associazioni di Management Consulting (ovvero Germania, UK, Francia, Spagna e Italia); in Italia il contributo del Management Consulting al PIL è pari allo 0,20% rispetto a 0,74% in Germania, 0,61% nel Regno Unito e 0,32% in Francia.

Il Pil che perdiamo è dovuto al fatto che in Italia non si sta sviluppando un’azienda forte della consulenza. E il divieto e la strumentalizzazione che si fa del consulente nella Pubblica Amministrazione deprime un mercato strategico.

Certo che parte della corruzione in Italia passa per i contrattini per gli amici, e allora? Vogliamo buttare il bambino con l’acqua sporca solo perché facciamo finta di non avere gli strumenti per identificare quali contratti di consulenza sono veri e quali sono finti? Allora vogliamo bloccare tutte le autostrade d’Italia e le loro manutenzioni? O vogliamo piuttosto finalmente fare esplodere la domanda pubblica di consulenze, mettere al lavoro e far crescere tanti giovani che escono dalle università con migliaia di idee per come migliorare la P.A. facendo nel contempo crescere le loro aziende, e mettere invece la Corte dei Conti e chi deve farlo alla ricerca della vera qualità nelle forniture di beni, lavori e servizi senza per questo vietarla a priori?