Genova, il ponte: la vita in 50 scatoloni. Sotto casa di Grillo gli operai traditi

di Franco Manzitti
Pubblicato il 18 ottobre 2018 20:27 | Ultimo aggiornamento: 18 ottobre 2018 20:27
Genova, il ponte: la vita in 50 scatoloni. Sotto casa di Grillo gli operai traditi

Genova, il ponte: la vita in 50 scatoloni. Sotto casa di Grillo gli operai traditi (Foto Ansa)

Soffia il vento troppo forte nella valle ferita e spezzata, sopra i mozziconi del ponte fermo a sessantacinque giorni fa, sulla “zona rossa”, brulicante di attesa degli sfollati, che stanno per rimettere piede a casa per due ore, a recuperare i pezzi della loro vita trasferibili in quella nuova, incerta e nebulosa.

Soffia il vento troppo forte sulla Valpolcevera, oggi come una grande tela che gli uomini del supercommissario-sindaco Marco Bucci stanno rammendando là sotto, per sbloccare la piovra del traffico, aprendo strade chiuse, inventando strade nuove, riattivando ponti e soprapassi, posando addirittura passerelle di acciaio per agevolare il passaggio da una riva all’altra di questo fiume-rio-torrente, diventato più celebre dei grandi fiumi del mondo, perché scorre sotto il ponte maledetto e porta il nome di questa valle.

Soffia tanto forte questo vento di tramontana che i primi sfollati, che aspettavano di mettere piede in casa dopo questi 65 giorni di attesa, devono rinviare un ingresso che è come un calvario, che è come aprire una finestra su tutta la tua vita, sapendo che dovrai chiuderla per sempre e addio a quel che non potrai portare via nei cinquanta scatoloni per appartamento che le forze della Protezione Civile, dei Vigili del fuoco hanno preparato sull’uscio e che saranno calati dalle gru in strada, sopra una passerella, appilati uno sull’altro come la sintesi di una esistenza.

Hai due ore di tempo per appartamento e quattro mani, le tue e quelle di tuo marito, di tua sorella, di tuo fratello, di tuo figlio, due persone per appartamento, incominciando da questo terzo piano di Via Porro 6, per riempire questi scatoloni. Le avrai queste due ore per tre volte nelle prossime settimane e cosa sceglierai di portare via? E la folla degli sfollati, quasi uno scherzo di parole, riempirà per tre settimane queste strade oramai “proibite” della città, in attesa di salire e di scendere e di dire addio a tutto questo.

Il vento scende giù dai Giovi, il piccolo passo appenninico che chiude a nord la valle dei sette dolori, anzi dei cento dolori, oggi dei seicento dolori, quanti sono gli sfollati che aspettano il turno e ci vorrà quel tempo per entrare nelle case svuotate, che sono morte dal 14 agosto, ma ancora vive per quel che ci sta dentro e sta anche nei foglietti che stringono in mano entrando a casa, i fiori in ingresso, la chitarra di mio marito, quella foto della prima comunione, l’orologio a pendolo, ma anche quel lume che, quando l’ombra del ponte spegneva ancor più la luce del cielo nascosto dalle campate, accendevo per leggere o per cucire o quei vestiti in quell’armadio con lo specchio e quella pentola e quel paio di scarpe con le quali andavo a correre anche sotto il ponte. Quanto è lunga la lista dei beni da recuperare nei foglietti, nella memoria, nell’emozione di questo popolo?

Il vento rinvia i primi ingressi e quelli che stanno ad aspettare in mezzo a via Porro, in via Fillak, dove hanno spostato la barriera per lasciare lo spazio di posteggiare, arrivando dalla nuova casa, definitiva o, più spesso, provvisoria, Dio solo sa quanto è provvisoria, rispetto a questa che è la mia casa, lo è ancora e ora vado a vederla per l’ultima volta.

Mi hanno messo in un albergo, il Comune mi ha già trovato un alloggio nuovo, sono andato a abitare con mia figlia, sono in transito, “sono come coloro che stanno sospesi” e ora vengo qua a cercare i pezzi della mia vita, illudendomi che se li sposto da un’altra parte è come se tutto continuasse, ma non so se è vero. Io lo so anche che questo posto, questa casa, non era il massimo, schiacciato sotto il ponte, un “buco” , un angoletto nella valle delle fabbriche, ma qua vivevo, qua sono cresciuto, sono diventato grande, sono diventato padre, figlio, madre, qua c’era la mia vita. E ora devo cancellare tutto?

Mezz’ora di ritardo per entrare, aspettando che il vento si calmi, dicono dalla Protezione Civile, dove stanno con l’occhio attento sui sensori che i Vigili del Fuoco si sono arrampicati a piazzare nel cadavere dei tronconi sospesi per ricevere dei segnali dall’anima del “maledetto” ponte.

Trema il ponte, regge il mozzicone più filmato e fotografato da 65 giorni, che messaggi manda sul suo stato di assassino in attesa di demoliziome-sepoltura?

Si temeva la pioggia e invece è arrivato il vento, la tramontana chiara, come la chiamano quelli che stanno a Genova, non carica d’acqua e nuvole nere, ma quel soffio che in fondo alla valle, dopo il ricamo delle vie alternative, delle strade “Superbe” o del “Papa”, i cavalcavia, le connessioni, spiana il mare, spazza le acque del porto, tranciato via, allontanato in modo perentorio dal grande raccordo nel giorno fatidico del crollo, 14 agosto, ore 11,35.

Che cosa è una casa? Non è i muri, le pareti, il pianerottolo, la sua facciata, le scale che questi li butteranno giù e non osi neppure pensare come faranno tra un mese, tra due mesi, quando le avranno svuotate, a sbriciolarle, perché si sbriciolerà anche un pezzo della vita.

Giusy Moretti, la coordinatrice degli sfollati di via Porro, sta in mezzo alla strada e conforta un po’ tutti. A lei toccherà salire il terzo giorno, ma come fa a non stare qua anche oggi, tra gli amici di cinquanta anni di vita, a condividere questo momento? “Devo trovare l’orologio di mio padre, quello che gli hanno regalato quando era andato in pensione dalle Ferrovie, ma ho un vuoto di memoria non mi ricordo dove l’ho messo”, dice guardando le case e gli amici intorno.

Salgono silenziose le prime piattaforme, attrezzate dai Vigili del Fuoco, primo, secondo terzo piano, vanno a raccogliere i primi scatoloni, perché il vento è meno forte e ora si può entrare, si può scoprire con quel signore del quarto piano che in questi 65 giorni la sua casa si è allagata completamente, che l’acqua piovana è entrata e ora come è difficile raccogliere gli oggetti che avevi memorizzato e scritto.

E’ come se la tua casa si fosse ribellata all’abbandono e sono passati più di due mesi nel silenzio della zona rossa, nella mancanza di controlli, di quella “guardia” che gli inquilini si fanno tra di loro.

Al piano di sotto c’è una signora che cerca i filmini che hanno fermato i momenti chiave della sua vita, la nascita delle figlie, la prima comunione, un bel compleanno. Insomma hai due ore per inscatolare la tua vita, come si fa a fare tutto questo?

“Mi sono scritto tutto – racconta un altro in lista per salire, ma so già che quando tornerò in basso mi sarò dimenticato le cose più importanti e ne avrò prese altre che non mi servono a niente.”

Giù, in basso ci sono anche gli psicologi, che assistono alle operazioni e non fanno fatica a spiegare che quello è un momento molto difficile. “Ti rendi conto che hai perso la casa, che la stai lasciando, che perdi i punti di riferimento e non solo quelli della casa, delle stanze, ma tanti altri che nella casa avevano la loro base, anche quelli sentimentali e affettivi”. E poco importa se vai magari a stare in un posto migliore del sottoponte Morandi, che a Genova era come dire stai, abiti, nel luogo più sacrificato della città, con la campata sulla testa, intorno un quartiere difficile, un territorio quasi di confine tra Sampierdarena, la ex Manchester d’Italia, con la Via Cantore, la ex strada elegante dello struscio ponentino e questa terra di nessuno, verso il cuore della Valpolcevera, verso Certosa, che ora ha la fermata della Metropolitana, verso gli altri quartieri che una identità ce l’hanno, Campi dei grandi stabilimenti industriali e ora dei nuovi centri commerciali, Rivarolo, che aveva il suo polmone di vita con tutti quei negozi in fila, Bolzaneto con il grande mercato ortofrutticolo… Tu stai al Campasso, ma ora devi lasciarlo e sganciarsi dalla vita, uscire dall’ombra del ponte: a volte anche l’ombra è una protezione dal resto che non sai come è.

Franco Ravera, il leader degli sfollati, assiste anche lui dal basso in mezzo a quel popolo sospeso e si spaventa pure perché il suo appartamento è vicino a quello allagato e ora non si sa se anche le altre case hanno subito lo stesso danno e tutti hanno aspettato due mesi, tra una notizia e l’altra, di poter salire, sicuri che almeno tutto fosse sigillato nel silenzio, nella guardia che perfino i militari dell’esercito facevano intorno ai palazzi per evitare gli sciacalli e, invece, l’acqua dal cielo, probabilmente da qualche cisterna, ha aggredito quella casa.

Sessantacinque giorni dopo c’è anche una signora che si sente male, mentre sta cercando le sue cose al terzo piano. La riportano giù, la confortano e poi trova la forza di risalire. E’ una giornata difficile per tutti: gli sfollati protestano perché il Comune ha riempito un bus turistico con il tetto aperto, di quelli che portano in giro per la città le comitive, di video-operatori e cine giornalisti per facilitare il loro compito di ripresa e anche per controllare meglio i loro movimenti nel caos del trasloco.

Agli sfollati, che sono lì con il cuore a pezzi, sembra di essere oggetto di un “safari” fotografico, ripresi dall’alto mentre entrano e escono, mentre sorvegliano le scale mobili con quei pezzi di vita dentro ai 50 scatoloni per famiglia.

Ma l’operazione è riuscita e il sindaco super commissario, Marco Bucci, affiancato dal presidente della Regione, Giovanni Toti, commissario all’emergenza, può tenere una conferenza stampa sul marciapiede e annunciare “che tutto va per il meglio”.

Alla fine gli sfollati sono tornati a casa a recuperare i loro “tesori” e Bucci, con il casco giallo in testa, spiega che è un altro passo, che presto, entro due-tre mesi, incomincerà la demolizione e poi dice quello che tutti aspettano e che oramai sta diventando una frase di speranza forse troppe volte pronunciata: “Entro Natale 2019 avremo il nuovo ponte!”.

Il sindaco-commissario, che dorme quattro ore per notte da sessantacinque giorni, va avanti con il suo stile di efficienza pragmatica. Vede il bicchiere più pieno che nella sua parte vuota. Scavalca le polemiche che a getto continuo sbucano da Roma, dove il decreto Genova, da convertire in legge con gli emendamenti che sono stati concordati unanimemente dalla città, dalle istituzioni, dalle forze economiche, è sulla graticola.

Cacciata dalla porta la concessione a Autostrade-Benetton potrebbe rientrare dalla finestra di una parola cancellata in un emendamento al decreto stesso. Quell’emendamento aprirebbe le porte almeno alla demolizione per la società concessionaria sulla quale Di Maio e tutti i pentastellati sparano ogni giorno.

Il vice ministro alle Infrastrutture, il leghista Edoardo Rixi, annuncia, proprio mentre gli sfollati percorrono le stazioni del loro calvario, che in quegli emendamenti sono entrati anche i 300 milioni, per risarcire le aziende danneggiate e precisa che gli appartamenti abbandonati e destinati alla demolizione hanno un terzo del valore che il risarcimento attribuirà alle case nuove trovate dal Comune per le 281 famiglie sfollate.

Si accendono le fotoelettriche perché i lavori di questo gigantesco trasloco forzato possa continuare anche con le ombre della sera, che scendono dal ponte e dal cielo. La tabella di marcia è rispettata e rigorosa. Cosa può fare il supercommissario di più che garantire tutto questo?

I camion portano gli scatoloni in un grande deposito sull’altra sponda della valle dei sette dolori, dove sono già delimitati gli spazi di ogni famiglia. E’ come un percorso sotto e intorno al ponte, dove non si può passare, di qua e di là del muro, che ha tagliato la valle, ma che incomincia a cadere con una prima strada aperta con tutte le garanzie di sicurezza.

Questa strada si chiama 30 giugno e permette finalmente alla Valpolcevera di respirare in attesa che altre strade siano aperte per rendere comunicabile una parte e l’altra di questa grande area di Genova. Il 30 giugno è la data di una grande rivolta genovese, in quel caso contro il governo Tambroni, che aveva permesso di organizzare nella città storicamente antifascista il congresso del MSI. Cadde il governo Tambroni dopo i moti di piazza De Ferrari, quel congresso non si tenne e la direzione della politica italiana deviò in altre direzioni, verso il centro sinistra.

Un moto di piazza. Chissà se questa emergenza di oggi a Genova, dove il sindaco-commissario si prodiga, ma dove sono già passati 65 giorni senza ponte e senza progetti definitivi di ricostruzione, sfocerà in un’altra spallata?

I lavoratori del Terzo Valico, opera chiave del futuro infrastrutturale genovese, il cui ultimo finanziamento di 600 milioni è stato cancellato dal decreto Genova per mano dei 5 Stelle, hanno annunciato che andranno a manifestare sotto la casa di Beppe Grillo, a Sant’Ilario, la ridente collina hollywoodiana della periferia genovese chic, agli antipodi di questa valle, dove il guru pentastellato abita.

Qui, sotto il ponte maledetto, il 4 marzo lo hanno votato in massa. A Genova un po’ tutti si sentono traditi da lui.

Sono in pericolo più di 2 mila posti di lavoro nei cinque cantieri di quella grande opera pubblica, giunta al 40 per centro della sua realizzazione, tra Genova e Novi Ligure, 35 chilometri di gallerie ferroviarie.

Che strano destino: gli abitanti di via Porro, di via Fillak, del Campasso, erano originariamente famiglie di ferrovieri. E i loro figli e i loro nipoti stanno svuotando le case perché gli è crollata in testa un pezzo del ponte, infrastruttura chiave, sul quale passavano almeno tremila Tir al giorno, che il Terzo Valico, opera attesa da cento anni a Genova, avrebbe dovuto far viaggiare sui suoi binari.