Genova, un sindaco in dialetto. E la sinistra tutta disoccupata

di Franco Manzitti
Pubblicato il 19 dicembre 2017 7:10 | Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2017 2:37
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Genova, un sindaco in dialetto. E la sinistra tutta disoccupata

GENOVA – L’ultimo discorso lo ha fatto in genovese stretto, sbagliando il tono di qualche “u”, ma cavandosela tanto bene da essere promosso sul campo dal presidente de “A Compagna”, la società custode del zeneise e delle tradizioni, il professor Franco Bampi.

Era il discorso che ogni sindaco deve fare alla città, aprendo la settimana di Natale con la cerimonia del “Confeugo”, nella quale si accende anche il fuoco con gli abeti delle Feste. Ma Marco Bucci, 58 anni, sindaco da sei mesi, manager dal cipiglio deciso, è nato a Genova-Nervi e vive in Carignano, sopra il centro storico, dove la moglie e le sorelle hanno una delle pasticcerie più rinomate della città. E, quindi, anche se ha passato una ventina di anni negli Usa e da allora condisce ogni suo discorso con termini inglesi e americani, che gli scappano anche quando non vuole, lui è un genovese puro, oggi calato nella parte di sindaco più di ognuno dei suoi recenti predecessori, anche del Marco Doria, marchese-rosso che veniva prima di lui sul trono di Tursi, ma che ha sempre avuto addosso quella schizzinosità da quarti di nobiltà che gli impediva di usare la lingua locale. Semmai il francese, suvvia, molto adatto all’aristocrazia. Noblesse oblige. Ma u’ zeneise no, sulla bocca del marchese no. Giammai.

Mentre Marco Bucci si lancia a “benedire” il Natale in dialetto, il suo partner fisso di questi primi sei mesi di regno del centro destra sotto la Lanterna, il governatore Giovanni Toti, presidente della Regione, nella medesima cerimonia ha “cannato” per due volte la stessa parola “confeugo”, impigliandosi nel termine feugo, che richiede un timbro zeneise perfetto. Che volete, Toti per quanto rivendichi radici liguri per la sua residenza ad Ameglia nel confine spezzino toscano, è milanese e il suo accento non potrà mai avere suoni liguri, anche se sta passando sempre più tempo a fianco del sindaco Bucci, non solo perché è stato il suo mentore, insieme al leghista Edoardo Rixi, superassessore in Regione, ma perché oramai a Genova e in Liguria si marcia a due per due.

Sindaco e governatore vanno ovunque di coppia e sembra che sia il facondo governatore a imporre la coppia in ogni cerimonia che lo consente e se non lo consente va bene lo stesso. Bucci forse qualche volta se la giocherebbe da solo la sua presenza “ a stecca” negli eventi genovesi, quelli di impegno formale, quelli a richiesta, ma sopratutto quelli che il nuovo vortice del centro destra impone alla città: un presenzialismo inarrestabile, continuo, sparso su tutto il territorio, come se ci fosse un’ansia a presidiare questo passaggio chiave della politica locale: la fine dopo decenni del lungo monopolio postcomunista-socialista, lo “sminamento” del potere insediato dagli anni Settanta in modo massivo e, prima ancora già consistentemente, in una ex grande città di fabbriche, porto e cellule del Pci.

E così vai ovunque e comunque a scivolare sui red carpets, che oramai occupano non solo la Riviera portofinese e sanmargheritese, ma pure i caruggi più profondi, dove nelle feste di Natale il tappeto rosso occupa le zone più nobili, ma anche quelle “laterali”, non solo Scurreria, san Matteo, Luccoli dove trasbordi dal centro città, diventato un villaggio di legno di capanne e di schermi audio video , ma anche nelle piazzette laterali. Anche lì il suono dei pifferai magici Bucci-Toti risuona con potenza.

Insomma, è un grande evento o no il Natale e, quindi, sindaco e governatore si spendono di coppia e con adeguato codazzo di comprimari e assistenti per ogni dove. In genovese, in italiano, ma sopratutto nella lingua che più gli piace, quella della svolta, “dei fatti e non delle parole” con le quali vogliono marchiare il passaggio epocale, dopo due anni e mezzo di regno ligure e sei mesi di nuova amministrazione genovese.

Eccoli allora, Bucci e Toti, insieme nel cuore della movida, tra la piazza delle Erbe, luogo cult dei raduni giovanili genovesi, appena regolamentati con una liberazione degli orari di bevuta e lo sprofondo dei caruggi più nascosti, tra l’incudine degli abitanti, terrorizzati dai rumori e dal vandalismo delle invasioni notturne, e il martello delle risse, degli scontri tra alcolizzati da birra di movida, dei fracassi da occupazione totale del territorio.

Eccoli i due, scortati da quella “penolla” (in genovese lungagnone) dell’assessore leghista alla sicurezza Garassino, uno che ha minacciato di prendere a calci nel sedere i troppi mendicanti che invadono i vicoli, dalla donna-ovunque, l’assessora regionale alla Cultura e alla Formazione, Ilaria Cavo, ex giornalista Mediaset, della nidiata di Toti ex direttore, “principessa” della cronaca nera, biografa del superkiller genovese Donato Bilancia, dall’assessore regionale Edoardo Rixi, in procinto di decollare verso il Parlamento a fianco di Salvini, eccoli tutti insieme a sfilare nel mercatino di San Nicola, trasferito nell’ombelicale quartiere di Sarzano, monumento della solidarietà, cresciuto nel clima così diverso della politica di sinistra di una città di sinistra.

Eccoli tutti insieme al derby di calcio Genoa-Samp, il Bucci agnostico di tifo e Bucci idem. Ma presenti e festanti, che vinca la Samp, come è accaduto o anche se avesse vinto lo sciagurato Genoa, al quale l’inarrestabile Toti aveva tempo fa’ cercato di trovare un possibile acquirente.

Ma cosa corrisponde a tanta exibition, a tanto mostrarsi del nuovo corso, che sta bene attento a non perdere colpi in ogni settore della capovolta società civile genovese e in particolare nei quartieri hig di una borghesia che non sa se sgamare o lasciarsi coinvolgere nel nuovo corso? Cosa c’è nei fatti nuovi del nuovo corso?

Non solo le parole di grandi speranze, che Bucci va a pronunciare in una serata prenatalizia sul palco del Carlo Felice, davanti ai tremila invitati al party della Fondazione Rina, ex Registro Navale, diventata una società da oltre quattromila dipendenti nel mondo, mille a Genova, gli altri ovunque.

“Dove c’è lavoro ci siamo noi, dove c’è lavoro noi siamo con voi”_ spiega il sindaco al pubblico altolocato, arrivato da mezzo Italia e mondo _ per confermare che qualcosa cambia nella stanza dei bottoni della città. Lui ha promesso di portare nuovi imprenditori, di creare almeno 60 mila posti di lavoro, di velocizzare e invertire il processo di sviluppo. E davanti a questa platea di abiti blù, cravatte firmate e interconnessioni aziendali universali, tra shipping, industria, multimedia, il sindaco deve tenere quella barra di comando sempre più ferma.

Fatti non parole? Per ora il middle terme del primo anno di nuovo governo genovese mostra molta presenza, molti progetti, un decisionismo sventolato, appunto in ogni occasione, molte partite aperte, il presidio “armato” dei nuovi capi e sopratutto l’assenza di qualsiasi forma di opposizione, quasi che la politica si fosse anestetizzata davanti a questa marcia permanente, alle grida del sindaco e al moto perpetuo del governatore Toti, che diventa una specie di rito perfettamente officiato durante le continue allerte metereologiche che bersagliano la Liguria e Genova.

Scatta l’allerta e come un sol uomo lo staff del centro destra si schiera in postazione. Hanno azzeccato sempre le previsioni, descritto correttamente pioggie, tempeste di vento, mareggiate, tuoni, fulmini e saette e vanno a renderne conto, durante gli allarmi, in continue conferenze stampa, relazioni, dove il governatore sfoggia la sua disponibilità H24 e l’assessore competente, Giacomo Giampedrone, un altro spezzino, rigorosamente in divisa da allerta, spiega e riferisce ogni dettaglio dei danni e dei soccorsi e dei rischi. Spettacolo di efficienza e, per ora, anche di abilità appunto previsionale e anche di un po’ di fortuna meteo.

Ci sono stati, da quando regna la destra eventi pericolosi, gravi, danni enormi, come quelli dell’ultima catastrofica mareggiata, ma mai feriti, vittime e danni fisici alle persone. Tutto questo distende un’aura di sicurezza e di affidabilità sui nuovi governanti, che se la spendono più che bene e paralizza gli altri, chi governavano ieri e venivano travolti da tragedie incommensurabili, come la povera Marta Vincenzi, sindaco nel 2011, quando morirono sei persone, anche due bimbe, in un’alluvione senza allerta e senza scuole chiuse. La sindaco di allora rischia oggi la prigione, dopo una prima durissima condanna.

Se questi della difesa del territorio dagli eventi naturali catastrofici sono già “fatti”, sugli altri terreni la marcia del nuovo potere ligure è un po’ più complicata.

Aspettando i nuovi 60 mila posti di lavoro, promessi da Bucci un po’ alla Berlusconi-prima maniera, il grande problema è proprio quello dell’occupazione, che sta sospeso come una spada di Damocle sulla città. Continua a annunciare tagli la Ericssonn, grande multinazionale che si è insediata sulla collina della speranza genovese, Erzelli sopra Sestri Ponente, dove c’è un insediamento hig tech in prospettiva e dove questi tagli producono un effetto a rovescio.

La partita dell’Ilva, sospesa tra Taranto, Genova e Novi Ligure tiene con il fiato sospeso quasi duemila lavoratori. Ovunque si annunciano chiusure e tagli, come quelli della Rinascente, grande magazzino che annunciò il boom degli anni Sessanta e ora lascia terra un centinaio di dipendenti e un buco nero in mezzo alla città. E allora da dove possono sbucare questi nuovi posti di lavoro? Per ora sono contenuti nella sventagliata di progetti, come quello del Blue Print di Renzo Piano, già ribattezzato “Waterfront di Levante”, la pista pedonale e di canali d’acqua che dovrebbe collegare la quasi defunta Fiera di Genova (oggi è in liquidazione) e il Porto Antico, in una spettacolare Promenade, che nella “vision” di Bucci congiungerebbe la Lanterna con Boccadasse, un continuum altamente scenografico. Ma i soldi dove si trovano per questo kolossal?

Poi c’è il metrò leggero, che dovrebbe viaggiare lungo tutta la costa da Voltri a Nervi e poi finalmente pescare il traffico nelle due grandi valli genovesi del Bisagno e del Polcevera.

In attesa di tutti questi nuovi cantieri e degli altri, che dovrebbe far diventare “Genova meravigliosa” (slogan preferito da Bucci), vanno avanti un po’ lentamente quelli già aperti tra il porto e la città, a incominciare dal più grande di tutti, quello del Terzo Valico per avvicinare Genova a Milano e alla Pianura Padana con un treno moderno e veloce, capace di caricare i milioni di containers che il boom dei traffici marittimi sblocca.

Ma ce ne sono altri. I più concreti sono quelli che si devono alle amministrazioni precedenti (merito che Bucci e i suoi riconoscono onestamente) per ridurre il rischio alluvioni. Poi c’è l’ovovia o funicolare per rendere raggiungibili le mirabolanti colline del Righi, dove Genova schiera la sua muraglia di forti costruiti nel secoli, una potenziale attrattiva turistica di prim’ordine.

Forte di queste visioni, che messe insieme proiettano un orizzonte molto più largo di quello attuale, stretto su una città ridotta a 570 mila abitanti, senza più grandi industrie, con le banchine del porto oramai comprate da grandi fondi finanziari stranieri o da liners extragenovesi, con in fuga migliaia di giovani all’anno e una sanità colonizzata oramai dai colossi lombardi, il sindaco rimbalza sui palcoscenici natalizi sbandierando vigore e ottimismo.

Le opposizioni sconfitte, sopratutto a sinistra, lo guardano come paralizzate. La sinistra del Pd ha cambiato i vertici delle sue segreterie, predicando unità proprio dove sono incominciate le diaspore di Sergio Cofferati e dei futuli “Liberi e Uniti” e dove il front sinistr raduna oramai manipoli sparsi se non quasi polverizzati.

Il “Rosatellum” minaccia nelle prossime elezioni di ridurre in poltiglia la rappresentanza a sinistra al punto che oggi il Pd teme di essere ridotto a due parlamentari, scendendo dai quattordici tra deputati e senatori che rivendica oggi. E quei due da salvare sarebbero i ministri uscenti, Andrea Orlando e Roberta Pinotti.

C’è a Genova e in Liguria un tasso di disoccupazione, che non scende e pareggia quelli del Sud Italia, ma ci sarà, tra poco, il boom della disoccupazione dei politici e degli amministratori pubblici, un fenomeno nuovo in queste dimensioni.

Che andranno a fare deputati, senatori improvvisamente sbalzati fuori dal palazzo? Quello che stanno andando a fare gli ex assessori comunali, regionali, provinciali, municipali, progressivamente rimasti a casa da due anni e mezzo, da quando la Regione è stata conquistata dalla destra ed è incominciata una epocale smobilitazione di potere.

E allora come pretendere che la sinistra reagisca al cataclisma, si riorganizzi, riparta da zero o da sottozero? Anche i grillini, divisi a Genova per tre, dopo le diaspore delle elezioni locali, non sono agguerriti come altrove. La scomparsa dalla scena di Beppe Grillo, che ha lasciato il campo a Di Maio, sembra avere fatto abbassare un po’ le ali anche ai suoi militanti genovesi. Solo il musicista Luca Pirondini, capogruppo in Comune, ex candidato sindaco, lancia qualche acuto dalla sala Rossa dove si riunisce il consiglio comunale.

Ma sono piccoli lampi. A Genova c’è solo il sindaco che “cria”, Marco Bucci, con la sua fama di manager castiga matti, al quale i suoi ex azionisti della “Care stream Health, la sua azienda americana, pagarono un corso di coaching per insegnargli come si trattano i dipendenti. E che adesso parla in genovese, sbagliando qualche accento, ma costruendosi bene il consenso. Per ora.