Lo spread Berlusconi-Bossi. Economia nana, processo lungo

di Lucio Fero
Pubblicato il 28 Luglio 2011 13:50 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2011 13:55

ROMA – Quando il ministro Elio Vito si alza in Senato per annunciare che il governo italiano chiede al Parlamento il voto di fiducia sul cosiddetto “processo lungo”, allora, proprio allora negli stessi minuti l’asta dei Btp annuncia che lo Stato italiano per venderli deve pagare un tasso di interesse che non si vedeva da anni: 4,80 per cento per i Btp a tre anni, 5,77 per i Btp a dieci anni. Le due scene, contemporanee e connesse non solo da una coincidenza d’orologio, mostrano che esiste, persiste e insiste uno “spread Berlusconi”. Tassi di interesse in crescita, questi tassi pagati non solo per un’asta ma per lo stock del debito da rinnovare nel 2011 e 2012 significano miliardi in più da pagare, soldi italiani che vanno in fumo. E lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, risalito a quota 330, significa che un anno di questa forbice costa all’Italia più di dieci miliardi, due anni così e miliardi diventano quasi trenta. Se si vuole avere un termine di paragone, nemmeno due anni fa era la Grecia ad avere uno spread sopra i 300 punti con la Grecia. Se si vuole sapere qual è il limite, il punto di rottura, interessi sul debito al sette per cento rappresentano per qualsiasi economia e Stato un punto di non ritorno dopo il quale la spirale si avvita e non si riesce più a pagare gli interessi sul debito e quindi non si ottiene più credito. Sette per cento è il limite, l’Italia è al 5,77 per cento. L’economia, il portafoglio sono sempre più nani dal fiato corto e il governo pensa al “processo lungo” : è questo lo “spread Berlusconi”, il costo in denaro di Berlusconi premier.

Sono settimane che convivono ogni giorno due mondi. Entrambi reali, ma uno è di carton gesso, l’altro di granito. Carton gesso da stuccare e ridipingere sono i ministri che Berlusconi nomina e le fiducie che il suo governo raccoglie in Parlamento. Carton gesso sono anche i “Ministeri al Nord” sui quali Bossi sfida Napolitano e la Costituzione. Storia istruttiva questa dei “Ministeri al Nord”: sono nulla, sono una facciata. Ma servono a Bossi e alla Lega per fare scena, una scena “secessionista”. Il presidente della Repubblica si oppone non per capriccio ma per innescare un residuo istinto di sopravvivenza delle istituzioni. Il capo del governo di fatto fuori si chiama: non può dispiacere, figurarsi contraddire Bossi. Promette un Consiglio dei ministri in cui “chiarirà” la questione. Il Consiglio dei ministri si fa e sulla questione resta muto. Muto perchè Bossi ha zittito Berlusconi e Berlusconi ha bisogno di Bossi per il “processo lungo”. E che sarà mai questo “processo lungo”? Una legge che consente agli avvocati di chiamare tutti i testimoni possibili e immaginabili, senza limiti di numero e di razionalità. Una legge che consente in teoria, in caso di un reato consumato in uno stadio di calcio, di chiamare a testimoniare tutti quelli che erano allo stadio. Teoria che gli avvocati potranno, dopo che la legge avrà ottenuto il voto di fiducia, far diventar pratica. Più testimoni chiami, più passa il tempo e il processo si “allunga”. Si allunga fino ai limiti che il governo ha fissato per la “prescrizione”, quella linea temporale oltre la quale il processo, e quindi il reato e quindi il colpevole e quindi la pena, tutti insieme evaporano e svaniscono. Un “massaggio” niente male al processo, soprattutto a certi processi: quelli per i reati finanziari e di corruzione. Il “processo lungo” serve a Berlusconi, tritura i suoi di processi, ma serve soprattutto ad una intera categoria di indagati e imputati: quelli che maneggiano denaro pubblico e privato ai confini e oltre i confini della legge. Ministri, ministeri, “popolo padano in marcia” come scrive La Padania, quattro stanze con targa ministeriale nella Reggia di Monza, “massaggio” ai processi: carton gesso. Carton gesso che ingolfa, opprime, distrae, occupa e soffoca la politica e l’attività di governo.

A fianco c’è il mondo di granito. L’altra sera il Tg1 e il Tg5 annunciavano “l’effetto Grecia” o “l’effetto Usa” come causa della sfiducia dei mercati sui titoli di Stato italiani e come causa del crollo progressivo delle azioni bancarie italiane. Non sanno quel che dicono, vanno perdonati perché non sanno. Da settimane su ogni mercato finanziario la parola d’ordine è “vendere Italia”. E non è speculazione, è calcolo. L’Italia, al contrario della Grecia, viene giudicata in grado di pagare il suo debito oggi e ancora domani. Ma sul medio e lungo periodo non ci si fida della possibilità dell’Italia di continuare a pagare. E questo non è “colpa” della Grecia o degli Usa. E’ la nostra debolezza. L’Italia produce poca ricchezza, con il Pil fermo o quasi non si tiene il ritmo dell’aumento dei tassi di interesse da pagare. Nemmeno una patrimoniale risolverebbe il problema e pezzi di patrimoniale sparsa sono già nella manovra che non ha fermato l’avvitamento della situazione italiana. La via fiscale è sbarrata o quasi oltre che socialmente improponibile. La via della diminuzione di spesa è ostruita dalla quasi totalità delle forze politiche e sociali. L’unico stretto sentiero è quello della crescita del Pil. L’hanno gridato, quasi drammaticamente gridato 17 “parti sociali”.

“Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell’Italia…ampliamento degli spread sui titoli sovrani e penalizzazione dei valori di Borsa. Ciò comporta un elevato onere di finanziamento del debito pubblico e un aumento del costo del denaro per famiglie e imprese. Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro paese condizioni per un recupero di credibilità nei confronti degli investitori. A tal fine si rende necessario un Patto per la crescita…serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di…”. Firmato Abi, cioè le banche italiane. Firmato dalle Cooperative italiane. Firmato dalla Coldiretti, gli agricoltori. Firmato da Cgil e Cisl, dalla Confagricoltura, dalla Confindustria, dalla Confapi, dalla Confartigianato, dall’Ugl, dalla Rete Imprese…Firmato dagli imprenditori, dai sindacati, dai commercianti della Confcommercio. Manca la firma della Uil non perché la Uil ritenga l’appello troppo duro ma al contrario troppo “moscio”. Firmano tutti per la “discontinuità”, cioè per non continuare come prima, perché avvenga subito qualcosa che dia il segno e la prova che si cambia, qualcosa che faccia recuperare “credibilità”. All’appello Bossi risponde gonfiando il petto per i “Ministeri al Nord”. E Berlusconi ordinando al suo governo di porre la fiducia sul “processo lungo”. Sono così loro stessi a mostrare che la “discontinuità” altro non è e non può essere che “discontinuità” dal loro governo e dalla loro politica. Ma ogni mattina, salvo i fine settimana è vero, lo “spread Berlusconi-Bossi” ci brucia denaro in tasca.