Servizio pubblico. Ma siamo ancora alla legge Gasparri

di Vincenzo Vita
Pubblicato il 7 gennaio 2018 7:33 | Ultimo aggiornamento: 6 gennaio 2018 18:59
renzi-canone

Matteo Renzi (foto Ansa)

Per dirla con quello della torre di controllo del simpatico film del filone demenziale “L’aereo più pazzo del mondo”, Renzi ha scelto il momento più sbagliato per proporre l’abolizione del canone Rai. Infatti, proprio nelle ultime serate sono stati trasmessi due efficaci esempi di servizio pubblico: le serate di Riccardo Bolle e di Alberto Angela, seguite da un pubblico folto (22% e 24% di share, con un ascolto stabile e continuo, come raramente accade). Ecco, se passasse la sciagurata ipotesi dell’ex premier cose del genere sarebbero impensabili. La scatola nera trasmetterebbe informazione di base senza servizi e senza inviati, quiz,  b-movie in quantità e gli immancabili talk politici che costano poco.

Che tristezza e che pena. In verità, nessuno ha preso molto sul serio l’ipotetica proposta: dal ministro Calenda, al sottosegretario con delega Giacomelli, al titolare del dicastero dell’economia Padoan che –tra l’altro- è formalmente il proprietario di viale Mazzini sono arrivati contrarietà o imbarazzi. Pure all’interno del partito democratico le reazioni non sono state positive, mentre molto nettamente contrario è stato Pietro Grasso. Tanto che lo stesso Renzi si è visto costretto a ridimensionare un po’. E’ bene ricordare che Il presidente del consiglio Gentiloni, quando si occupava della materia, predicò esattamente il contrario: solo canone e niente pubblicità. Già , taluni vogliono leggere proprio nell’eventuale innalzamento dei limiti di spot del servizio pubblico il senso diabolico della boutade. Sarebbe un modo per fare paura a Berlusconi-Mediaset, brandendo la clava della (presunta) competizione di mercato dura e pura. Peccato che per tutto questo (abolizione del canone e variazioni delle percentuali di inserzioni) è indispensabile una modifica di legge tutt’altro che agevole e peccato pure che il settore della pubblicità è in calo evidente (-40% circa dalla crisi del 2008 in poi). Per non dire dell’annunciata iniezione di risorse per il periodo di transizione, costo per l’erario elevatissimo, visto che l’introito annuale della tassa è di un miliardo e 750 milioni di euro. La voce si unirebbe ai 130 md che, come è stato calcolato, sono la somma provvisoria delle svariate promesse elettorali agitate fin qui.

Ma è solo un’innocua chiacchera quella che è stata rilanciata da qualche riunione piddina?

Forse no. Scava scava e il risultato, comunque, arriva. La Rai è da tempo in via di ridimensionamento, da quando –indebolitosi il cosiddetto “partito rai”, del resto coevo di partiti ormai al lumicino- l’interesse dei “decisori” si è affievolito. Nessuna riforma di sistema (siamo ancora alla legge Gasparri del 2004, ripresa dal Testo unico dell’anno successivo), una leggina schifosetta (n.220 del dicembre 2015) volta solo a mettere l’apparato sotto l’egida di palazzo Chigi, un modesto contratto di servizio. Nessuna visione strategica, poche idee sull’era dell’infosfera e delle culture digitali. Questa è la vera cortesia verso il patron di Arcore e nei riguardi delle sue reti, che pure non vanno benissimo: pur introitando due md di pubblicità a fronte dei 600 ml del broadcaster pubblico. A furia di dare colpi effettivi o anche solo annunciati, qualcosa succede. E al biscione brindano. Neppure Berlusconi e Confalonieri si sarebbero immaginati tanta grazia. Del resto, in Svizzera è prossimo persino un referendum sul tema e Macron non ama affatto i canali di stato.

L’intero comparto ne subirebbe le conseguenze, essendo il quadro delle risorse dell’intero settore radiotelevisivo appena di sette miliardi. Ne patirebbe le conseguenze l’industria culturale nel suo insieme. Svanirebbe l’importante produzione di film e di fiction. Con la Rai lavorano quasi trenta imprese, dieci volte tanto rispetto ai cugini di Mediaset. Tra l’altro, il recente decreto del ministro Franceschini sulle opere europee va esattamente da un’altra parte e richiede una Rai rafforzata, non ridotta allo stremo.

E poi, crollo del lavoro e dell’occupazione, crisi nera di un vasto indotto.

Insomma, se guardiamo dietro al lato guascone della vicenda, c’è da avere i brividi.