D’Alema e Letta bastoni fra le ruote di Renzi e Mogherini, “la telefonista dem”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Luglio 2014 15:39 | Ultimo aggiornamento: 17 Luglio 2014 15:39

ROMA – I nomi di Massimo D’Alema ed Enrico Letta sono due bastoni sulle ruote di Matteo Renzi e della candidatura a “ministro degli esteri” europeo di Federica Mogherini, definita da Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano “la telefonista dem”.

Così in queste ore circolano le candidature di D’Alema e Letta rispettivamente come rappresentante Pesc (Politica estera e sicurezza comune) e presidente del Consiglio Europeo solo per infastidire Renzi. Che si è detto sorpreso dal nome di Letta: “Non c’è proprio nessuno che parli di Letta”.

Proprio nessuno no, secondo Stefano Feltri, che in un retroscena sul Fatto racconta:

“Da settimane c’è chi cerca di rimettere in corsa Letta: uno su tutti, il capo dello Stato Giorgio Napolitano che sente di dover risarcire l’ex premier per la brutale cacciata da palazzo Chigi e insuffla ai quirinalisti fantomatiche chance lettiane a Bruxelles”.

Quindi, se a ispirare l’ipotesi Letta sarebbe addirittura Napolitano, D’Alema invece sarebbe il principale sponsor di se stesso:

Renzi ha puntato sulla giovane ministro degli Esteri anche e proprio per liberarsi dei dinosauri di partito, a cominciare dal baffuto ex premier che sogna da anni di fare il ministro degli Esteri dell’Unione. Renzi ha usato il nome di D’Alema solo come spauracchio, lo ha lasciato balenare in queste ore come mossa tattica per costringere gli altri Paesi a chiarire se i problemi erano sulla Mogherini (troppo inesperta?) o sull’Italia (troppo filo-russa?). Ma a D’Alema non ha mai pensato davvero. Eppure l’ex segretario dei Ds si agita da mesi, organizza convegni con la Fondazione del Pse di cui è capo per accreditarsi, ispira retroscena sui giornali, sussurra che niente è deciso e che lui è una riserva non solo della Repubblica ma anche dell’Europa.

Alberto D’Argenio su Repubblica riporta un sms velenoso di D’Alema a Renzi:

«Vedo che mi usi come uomo nero, o meglio come uomo rosso, per far passare la tua amica Mogherini. E questo non è bello».

Secondo Feltri, sarebbero state persone vicine a D’Alema e Letta a piazzare delle bucce di banana sulla strada della Mogherini:

“Una fonte europea di alto livello rivela al Fatto con una punta di stupore: “Diversi diplomatici europei sono convinti che i recenti infortuni della Mogherini siano frutto di cattivi consigli ricevuti da persone vicine ai due aspiranti concorrenti che stanno cercando di bruciarla”. La visita della Mogherini a Mosca del 9 luglio, con l’invito in Italia per Vladimir Putin, non sarebbe stata quindi un infortunio diplomatico (che ha esplicitato l’imbarazzante prossimità tra Mosca e Roma nel momento sbagliato), ma una specie di trappola organizzata da chi voleva silurarla. Teorie complottiste da corridoio brussellese? Certo, ma va ricordato che D’Alema è stato ministro degli Esteri e Letta premier, qualche amico nella struttura della Farnesina lo hanno conservato, e nelle stagioni di nomine nessun colpo è proibito”.

Sempre sul Fatto Carlo Tecce fa un ritratto al vetriolo della Mogherini, definita la “telefonista” Dem con la zavorra di Putin: “Da sempre di sinistra, continui cambi di casacca, da Veltroni a Bersani fino al rottamatore. Poi la gestione fuori linea su Mosca”.

Forse l’etichetta di putiniana è eccessiva, ma il governo di Renzi (benedetto dagli Stati Uniti) e la Farnesina hanno indugiato troppo e troppo spesso su Mosca. Dall’inizio. Il primo marzo, un sabato, il giovane esecutivo si godeva un giovane fine settimane: palazzo Chigi deserto, centralini sotto assedio, vampe di guerra in Crimea, ansie diplomatiche. Ma l’Italia non interviene, neanche una parola. Mosca, non indossa l’elmetto (simbolico) e consegna all’Unione Europea i suoi generici timori: “La Russia rispetti la sovranità ucraina”. Sempre il 2 marzo, di sera, Barack Obama fa un giro telefonico per l’Europa, carezza l’amica Londra, blandisce Berlino, Varsavia e Bruxelles. Italia ignorata. Al secondo giro, sabato 8 marzo, tocca a Renzi. E la Mogherini, chiamata telefonista per la capacità di rispondere a Matteo e di indirizzarlo nel mondo, che fa? Professa dialogo, non considera ritorsioni (in denaro) contro Mosca, poi va a Bruxelles e si corregge. Gli americani sanno che se il cuore italiano, o quel che resta di un retaggio storico, è saldamente a Washington, il portafogli sta a Mosca: l’energia, i miliardi, il gas”.

[…] “La Mogherini ha un percorso da funzionaria di partito – spesso in segretaria nazionale, prima con Franceschini e poi con Renzi – che potrebbe confluire in un manuale di tattica politica. Eppure ha commesso un errore marchiano: appena l’Italia ha assunto la guida per il semestre europeo, la scorsa settimana, la Mogherini è andata in visita a Mosca dopo una tappa a Kiev. E non basta. Ha riesumato il progetto per il gasdotto South Stream che manda in solluchero Mosca perché permette di aggirare l’Ucraiana e poi ha invitato Putin all’incontro asiatico-europeo di Milano a ottobre, lo stesso Putin sospeso per il G 8 di Bruxelles a giugno. Il sospetto dei paesi ex sovietici ha contaminato la stampa mondiale. Ieri i quotidiani Wall Street Journal, Der Spiegel e Le Monde hanno inchiodato la Mogherini che non segue la linea di Bruxelles (e di Washington) e, dunque, non può essere l’ambasciatrice di 28 paesi”.

[…] “ci manca che l’Europa la rimproveri per la fotografia (rilanciata dal Wall Street Journal, ndr) con Yasser Arafat da fresca laureata in Scienze Politica (tesi sull’Islam). […]  Federica ha un sentimento arabeggiante. Ha vissuto di tattica, ora la tattica l’ha fregata. ERA IL MEGAFONO dei ragazzi al liceo Lucrezio Caro di Roma, zona Ponte Milvio, non periferia. Ha preso una tessera dei giovani comunisti e poi l’ha tenuta rincorrendo le infinite conversione e, mentre osservava i capi che smarrivano il potere, anche Federica si convertiva. Quando Piero Fassino stava per tumulare i Democratici di Sinistra, Federica era già una tifosa di Walter Veltroni (il marito curava la comunicazione istituzionale in Campidoglio). Quando Veltroni s’è dimesso, Federica l’aveva già rinnegato scoprendo l’efficacia di Dario Franceschini. Quando Pier Luigi Bersani sfidava il sindaco di Firenze alle primarie, la dirigente democratica Federica – deputata in cerca di nuova legislatura – bocciava lo spavaldo di Rignano: “Renzi ha bisogno di studiare un bel po ’ di politica estera… non arriva alla sufficienza”. Troppo semplice capire come sia finita durante il passaggio tra Enrico Letta e Matteo Renzi e chi abbia scelto la scafata Federica. Reliquia di un giovanilismo veltroniano in coppia con Marianna Madia, eletta in Emilia Romagna per non affrontare le “parlamentarie” democratiche, Federica Mogherini ha aspettato l’ascesa di Matteo e l’ha braccato. Poi non ha aspettato più, e ha rischiato tutto”.