Di Maio: “Sulle indennità di licenziamento il Pd sta con i padroni”. E Damiano gli dà ragione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 luglio 2018 14:04 | Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2018 14:07
Di Maio: "Sulle indennità di licenziamento il Pd sta con i padroni". La replica: "Prendi in giro i lavoratori"

Di Maio: “Sulle indennità di licenziamento il Pd sta con i padroni”. La replica: “Prendi in giro i lavoratori”

ROMA – Chi sta dalla parte dei lavoratori, chi dalla parte dei ‘padroni’. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Diatriba dal sapore antico che oggi è però il cuore del nuovo scontro che si è acceso sul decreto dignità, questa volta tra Movimento 5 Stelle e Pd. Oggetto del contendere alcuni emendamenti Dem, presi di mira anche dalla minoranza interna, che chiedono di cancellare il raddoppio delle indennità in caso di licenziamento illegittimo.

“Incomprensibile” per il vicepremier e titolare del provvedimento, Luigi Di Maio, che un partito “di sinistra si schieri contro il riconoscimento di maggiori diritti a chi lavora”. E accade, va giù duro dopo il leader anche il resto dei 5 Stelle, perché il Pd ormai sta “dalla parte dei padroni” mentre il Movimento sarà “sempre dalla parte dei lavoratori”. Con “Renzi o senza Renzi”, aggiunge uno dei relatori al provvedimento, Davide Tripiedi, “ormai è il partito della demolizione dei diritti dei lavoratori”.

Sono i 5 Stelle, ribatte il Pd, a “prendere in giro i lavoratori” con giochi, va all’attacco il segretario Maurizio Martina, che sono “solo propaganda”. Il Pd, aggiunge, “difende senza pasticci le tutele crescenti, che anche voi non abolite. Vuoi confrontarti? Ecco la nostra proposta che alza l’indennità ai lavoratori anche in caso di conciliazione. Lo sostieni?”, è poi la sfida lanciata a Di Maio. Il fatto è che, spiega Debora Serracchiani, i 5 Stelle “promettono un aumento dell’indennità di licenziamento ma lasciano aperta una via di fuga per il datore che con le loro norme pagherà molto di meno conciliando, prima che il giudice condanni”.

Il testo del decreto porta, in caso di licenziamento illegittimo, le mensilità minime di risarcimento da 4 a 6 e quelle massime da 24 a 36. Con la conciliazione il minimo è 2 e il massimo è 18 mensilità, e i Dem su questo punto chiedono invece di passare a 3 e 27. Ma, e sono gli emendamenti ‘incriminati’, ci sono anche proposte per sopprimere tout court il tema degli indennizzi o comunque per ritoccare solo il tetto massimo che l’ex ministro Dem Cesare Damiano chiede al suo partito di ritirare perché, appunto, così “diamo l’immagine di un partito attento solo ai problemi delle imprese”.

L’esito di questo scontro si vedrà nei prossimi giorni, quando entreranno nel vivo i lavori delle commissioni Finanze e Lavoro della Camera. Oggi il primo vaglio dell’ammissibilità, poi da martedì andranno al voto quasi 900 emendamenti. Una valanga di richieste di modifica, quasi tutte avanzate dalle opposizioni, con scarse chance, però, di essere approvate. Il Pd sul fronte dei precari punta anche all’introduzione di una ‘buonauscita compensatoria’, oltre a chiedere salario minimo e sgravi per le assunzioni stabili.

Mentre LeU si spinge a chiedere di ripristinare l’articolo 18. E tra le richieste di esentare le categorie più varie dalla stretta sui contratti a termine – dalle start up alle colf, questa ultima con buone probabilità di passare – spunta anche quella, dei Dem e del gruppo misto, di salvare i portaborse e i dipendenti dei gruppi parlamentari e dei consigli Regionali (comprese le province autonome di Trento e Bolzano), legando i loro contratti alla durata delle legislature.

E se Forza Italia parla dello scontro tra Pd e M5S come di un “derby tutto a sinistra su chi riesce di più a far piangere le imprese”, come dice Mara Carfagna, e spera nell’aiuto della Lega per migliorare un testo “punitivo” per le aziende, Fratelli d’Italia sfida il governo gialloverde sul terreno del contratto. Tra le proposte targate Fdi infatti l’introduzione di quota 41 per le pensioni ma anche un primo assaggio di flat tax sui redditi incrementali.