Il grande circo della politica umbra e la lotta “all’odiato tedesco”

Pubblicato il 7 novembre 2018 16:55 | Ultimo aggiornamento: 7 novembre 2018 16:55
Palazzo Spada comune terni

Palazzo Spada, la sede del Comune di Terni (Ansa)

TERNI – C’è un vecchio proverbio dialettale che recita così: “Sembra di vedere due ciechi a fare a sassate”. Dipinge una situazione in cui due persone prive della vista decidono di combattere tra loro tirandosi delle pietre e non riescono a colpire il bersaglio, ma semplicemente distruggono tutto ciò che hanno intorno. Fuor di metafora, è la descrizione perfetta di quanto sta accadendo a Terni, dove i due “non vedenti” in questione sono il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Andrea Liberati e l’assessore regionale Fabio Paparelli che hanno iniziato una battaglia sulla pelle delle Acciaierie di Terni, senza un obiettivo chiaro e con l’unico rischio di danneggiare l’azienda e tutto il territorio che la circonda. 

“È necessario lavorare affinché, nel corso dei prossimi dieci anni, si possano delocalizzare le acciaierie”. È iniziato tutto a metà agosto con questa “clamorosa” dichiarazione del consigliere pentastellato. Prendere fisicamente le acciaierie di Terni, un milione e cinquecento mila metri quadrati di impianto, 135 anni di storia, e spostarle 20 chilometri più in là. Un gioco da niente. Il concetto è stato ribadito nella giornata di ieri, martedì 6 novembre, durante la seduta dell’Assemblea legislativa, quando l’ardito consigliere ha presentato un’interrogazione sul polo dell’acciaio di Terni, chiedendo all’assessore Fabio Paparelli se la Giunta regionale “avesse individuato tra Terni e Narni, luoghi più adeguati ove concentrare e indurre a ricollocare tutti o alcuni tra tali opifici, incluse le rilevanti necessità della logistica connessa”. 

È stato l’inizio della battaglia. Perché era troppo logico stoppare questa prima sterile “sassata”, rispondendo semplicemente che spostare un polo siderurgico costruito 135 anni è un argomento privo di logica. Nel 1884 Terni non è stata scelta per ospitare un’acciaieria tirando in aria una monetina, ma per dei motivi ben precisi, tra cui banalmente: la presenza di impianti già attivi, la possibilità di reperire manodopera qualificata, la posizione geografica strategica e la disponibilità di abbondanti risorse idriche. Tanto bastava a chiudere l’inutile discussione. E invece no: “Il tema della delocalizzazioni – ha risposto Paparelli – non appartiene alle competenze e alle possibilità della Regione”».

L’assessore non si è limitato a gettare la responsabilità su qualcun altro (non ben identificato), ma ha continuato puntando su un argomento decisamente spinoso per la Regione stessa: “Il nostro contributo è sulle infrastrutture” ha assicurato Paparelli, ribadendo la volontà di realizzare la bretella Staino-Pentima-via Breda-innesto Terni-Rieti-San Carlo, che “comporterà notevoli vantaggi alla circolazione, andando a migliorare la viabilità urbana verso quella nazionale”. Lo sanno bene a Terni, dove da anni aspettano il completamento di questa strada.

“Altri interventi riguardano la bretella ex Terni Rieti Strada dei Confini-Flaminia-Salaria – ha aggiunto l’assessore  – e il collegamento ferroviario e stradale della Piastra logistica Terni-Narni”. Sono tutte le opere presenti nell’accordo firmato il 3 dicembre 2014 tra Acciai Speciali Terni, Mise, Regione Umbria e Comune di Terni per salvare il polo siderurgico. 

Quel giorno al Ministero dello Sviluppo Economico, con la Presidentessa Catiuscia Marini, venivano stabiliti alcuni obiettivi principali: in 4 anni l’acciaieria avrebbe dovuto garantire un milione di tonnellate di acciaio fuso l’anno, il mantenimento dei due forni, un piano di investimenti da 100 milioni di euro e l’incremento delle produzioni a freddo, con il completamento della nuova linea. Dall’altra parte, con lo scopo di migliorare i collegamenti tra le acciaierie e le principali arterie stradali e ferroviarie della zona, le istituzioni si impegnavano a intervenire su alcune opere infrastrutturali, tra cui la realizzazione della bretella stradale San Carlo-Prisciano, la realizzazione della bretella ferroviaria di collegamento con la rete di RFI e il completamento della Orte-Civitavecchia. Mancano esattamente cinquantacinque giorni alla scadenza dell’accordo (la deadline è il 31 dicembre 2018) e tutto è ancora fermo. 

AST dovrebbe presentarsi alla data di scadenza con il milione di tonnellate raggiunto, i forni attivi e gli investimenti che quest’anno potrebbero superare i 180 milioni. 

Andiamo ad analizzare lo stato dei collegamenti tra le Acciaierie di Terni e le principali arterie stradali e ferroviarie della zona. La bretella stradale San Carlo – Prisciano, pensata per consentire ai mezzi pesanti di non attraversare la città e di raggiungere velocemente le grandi arterie nazionali, con conseguente diminuzione dell’impatto ambientale, è un progetto di 17 anni fa, reinserito poi all’interno dell’accordo sottoscritto al Ministero dello Sviluppo Economico nel 2014 e oggi neppure iniziato. Gli ultimi tre anni sono stati impiegati a lavorare alla progettazione definitiva, ma in sostanza l’iter progettuale esecutivo deve essere ancora avviato. 

È agosto 2012 quando viene annunciata la realizzazione della “piastra logistica” fra i territori di Terni e Narni: un’area destinata alle merci, costituita da capannoni, piazzali, magazzini, uffici, sale riunioni e servizi. Doveva essere pronta in diciotto mesi, siamo ancora in attesa. Resta poi la leggenda metropolitana del completamento della superstrada Orte-Civitavecchia, i cui lavori sono iniziati 43 anni fa e ancora oggi inconclusi. Decenni di annunci, progetti e lavori a singhiozzo partiti nel 1975 non sono bastati per completare il collegamento veloce lungo meno di 75 chilometri, un’opera strategica per il Centro Italia e di alto valore logistico, determinante per collegare in modo diretto il porto di Civitavecchia con le principali vie di comunicazione nazionali e internazionali. 

Difficile credere che cinquantacinque giorni bastino per completare una bretella stradale, una superstrada e per attivare una piastra logistica. Eppure non si tratta solo di rispettare gli accordi, la creazione delle infrastrutture è un elemento fondamentale per lo sviluppo delle aziende che operano sul territorio e per la nascita di nuove imprese. Nel distretto di Terni operano 18 multinazionali che occupano migliaia di lavoratori – Forse, prima di pensare a spostare un’azienda che opera sul territorio da 135 anni e assicura all’Umbria una quota di Pil che si aggira intorno al 15%, sarebbe bene concentrarsi sulle vere priorità del territorio. Ma non è tutto: nel surreale circo della politica ternana si sono fatti avanti anche i consiglieri comunali e regionali di Fratelli d’Italia i quali, al grido di “Non passa lo straniero” , hanno steso una lunga bandiera tricolore di fronte all’ingresso di viale Brin, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre. Come dire: fuori i tedeschi da Terni! Un episodio surreale, che nella mente degli organizzatori voleva scimmiottare una sorta di irredentismo dannunziano di fine secolo.

Una ventina di seguaci di Giorgia Meloni, in una piovosa mattina autunnale, hanno deciso di sfidare l’umidità per manifestare contro la proprietà tedesca, in una imbarzzante strumentalizzazione della memoria e del sacrificio di quei poveri soldati italiani mandati al macello sulle rive del Piave nella guerra del 1915/18. Quale sarebbe il torto dell’odiato tedesco?  Avere salvato le Acciaierie di Terni, riportandole all’utile, riuscendo a garantire occupazione e posti di lavoro?