‘Licenziamenti facili’ piacciono a destra, ma anche a sinistra…

Pubblicato il 30 ottobre 2011 21:55 | Ultimo aggiornamento: 30 ottobre 2011 21:55

ROMA – I “licenziamenti facili” piacciono a destra, ma anche a (parte) della sinistra. Da una parte Silvio Berlusconi ha promesso all’Ue una riforma del lavoro basata proprio su una maggiore flessibilità in uscita. Ma in Parlamento giace una proposta di legge del giuslavorista del Pd, Pietro Ichino, che prevede “licenziamenti facili” e una sorta di ammortizzatori sociali per tre anni dopo l’uscita. Riforma che lo stesso Ichino dice: “A sinistra la voterebbero”. D’altronde la sua proposta al governo di riprendere in mano quella riforma e attuarla, sia piaciuta a molti nella maggioranza, non ultimo Silvio Berlusconi.

E anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che a inizio di giornata aveva lanciato l’allarme su un clima sempre più teso dicendo di aver paura di “attentati” e citando esempi come Marco Biagi e Massimo D’Antona (due giuslavoristi di sinistra uccisi), ha aperto a Pietro Ichino.  “La sua proposta è interessante. Proseguiamo su questa strada e non su quella dello scontro imboccata dai sindacati”. Dal Pdl una mano a Ichino la tende anche Maurizio Gasparri: “Abbiamo posizioni analoghe. Apriamo un confronto”.

A rimanere arroccati sulle proprie posizioni sono invece i sindacati. Se Susanna Camusso (come anche Pier Luigi Bersani) attacca violentemente Sacconi per le parole sul clima di “terrorismo”, la segretaria della Cgil torna anche a tuonare che se si andrà avanti con la proposta dei “licenziamenti facili” i sindacati faranno “sciopero generale”.

Anche su questo punto interviene Ichino, secondo il quale il governo non ha ben gestito (in modo ”improvvisato e impreciso”) la ‘comunicazione’ facendo arroccare i sindacati su un secco ‘no’. Per lui un altro problema sono gli ”equivoci” (ad esempio la posizione espressa dalla Cgia: si rischia una disoccupazione all’11%) che stanno inquinando il dibattito. Ma secondo Ichino un intervento serve. ”Probabilmente – spiega – l’atteggiamento dei sindacati cambierebbe se il governo chiarisse in modo univoco che non intende modificare la disciplina dei licenziamenti applicabile ai rapporti stabili già esistenti, ma soltanto ridisegnare un diritto del lavoro applicabile a tutti i rapporti che si costituiranno da qui in avanti”.

Ma in cosa consiste la proposta di Ichino?  Licenziamenti si’ ma solo con la garanzia del sostegno al reddito, anche fino a tre anni: è quanto prevede il disegno di legge presentato dal senatore del Pd Piero Ichino a Palazzo Madama (e firmato da oltre una cinquantina di esponenti dell’opposizione) e che Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha indicato come la falsariga da seguire per la nuova disciplina del mercato del lavoro annunciata nella lettera all’Unione europea.

Le imprese dunque, stando alla proposta Ichino, potranno licenziare ma tramite delle agenzie ad hoc dovranno garantire ai lavoratori il 90% dell’ultima retribuzione per il primo anno, l’80% il secondo e il 70% il terzo. Fermo restando che il periodo durante il quale i lavoratori potranno usufruire di questi ‘assegni’ non dovra’ superare la durata del rapporto di lavoro diminuita di un anno, e che saranno vincolati a partecipare a tempo pieno a tutte le iniziative di riqualificazione e ricerca della nuova occupazione.

La proposta Ichino, che tocca solo i nuovi assunti, vuole declinare i principi della Flexsecurity puntando a superare i dualismi che caratterizzano il nostro mercato del lavoro come ”quelli che separano nettamente i protetti – si legge nel testo del ddl – dai poco o per nulla protetti”.

E cosi’ i contratti saranno quasi esclusivamente a ”tempo indeterminato” ma nessuno sara’ ”inamovibile” e, in caso di licenziamento, arriva la garanzia di sostegni al reddito e assistenza sul mercato del lavoro. Tutte le protezioni che si ritengono ”necessarie”, viene infatti spiegato, per i lavoratori subordinati devono essere estese agli altri lavoratori che ”operano in condizioni di effettiva dipendenza economica”, e per contro quelle che si ritengono ”eccessive per questi ultimi non possono essere considerate inderogabilmente necessarie neppure per i lavoratori subordinati”.