(Foto Ansa)
Durante un convegno internazionale, un docente di diritto americano aveva osservato che “l’Italia è l’unica Nazione al mondo ad aver messo al primo posto della Carta Costituzionale il diritto al lavoro ed è il paese europeo con il più elevato indice di disoccupazione”. Ho replicato che anche la Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 prevedeva il “Diritto alla felicità”.
Le Costituzioni enunciano Valori astratti, indicano l’obbiettivo ma non garantiscono il risultato. I nostri padri Costituenti non erano peraltro dei visionari. Gli esponenti dei “rinati” partiti si ponevano una domanda fondamentale: a chi spetta il compito di creare i posti di lavoro?
La sinistra era compatta su un giudizio storico: non era forse il “liberalismo” ad avere determinato la disoccupazione diffusa, che era stata la causa del fascismo e del nazismo? Cosa se ne doveva fare delle aziende di Stato create nel ventennio fascista? Si doveva forse smantellare tutto perché l’Iri era stata voluta da Mussolini? Enrico Mattei, un partigiano illuminato, liberò gli italiani dal monopolio petrolifero angloamericano, impedendo la liquidazione dell’Agip decisa dal governo. Prevalse così il sistema “misto”: doveva essere la presenza dello Stato in economia a garantire l’occupazione diretta e indotta.
Il “sistema”, che durò oltre mezzo secolo, aveva controindicazioni “etiche”: per trovare lavoro e commesse ti dovevi rivolgere alle segreterie dei partiti democratici. La Rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta avrebbe distrutto questo mondo “criminale” che aveva dato vita al miracolo economico. Doveva essere il “mercato” attraverso le gare al ribasso e l’Antitrust, a generare occupazione.
La competizione economica avrebbe finito per mettere in concorrenza il lavoratore italiano con quello meno pagato al mondo. Guardate che il legislatore europeo non si poneva problemi di tutela del livello occupazionale: il suo unico obbiettivo era quello di aumentare l’efficienza della mano d’opera. Che significava ottenere il massimo risultato economico con il minimo costo.
Mi sono permesso di fare un breve “amarcord” per arrivare ad una prima conclusione: il partito dei “Costituzionalisti” che enuncia il diritto al lavoro, prende in giro gli italiani. In Italia esiste un tasso di disoccupazione che è sempre fluttuato tra il 10% e il 5% attuale. Il livello di povertà viene stimato al 9,8%, mentre circa il 23% sarebbe ai limiti della barriera di inclusione.
Ma è proprio questa la condizione del paese? Qui entra in gioco un altro fattore dell’economia: il “sommerso”. Infatti, il tasso di disoccupazione non considera chi lavora in nero o chi ha rinunciato a cercare lavoro.
Italia e Germania sono i paesi europei nei quali il sommerso, che supera la soglia del 10%, tiene in vita l’economia nazionale. Per quale ragione, un paese con questi indici di disoccupazione, povertà e sommerso, ha bisogno di importare mano d’opera? La risposta è che l’immigrato deve occupare i posti di lavoro “abbandonati” dagli italiani. Quindi, gli immigrati non farebbero concorrenza ai lavoratori “stanziali”, come ritengono i sindacati inglesi.
Perché gli italiani abbandonano i mestieri più faticosi e impegnativi? Perché il “benessere” sociale esige maggior tempo libero: cosa te ne fai dei guadagni se non puoi spenderli perché la macchina produttiva non si ferma mai? Molti imprenditori affermano che i giovani in cerca di un “posto”, non intendono “sacrificarsi”: il lavoro deve lasciare lo spazio per praticare lo sport preferito. La seconda ragione è che lo Stato ha esteso i benefici della scuola dell’obbligo: non puoi chiedere a un “acculturato” di andare a raccogliere i pomodori. Avviene così che il 50% delle attività agricole è svolto da immigrati e che il muratore albanese soppianta le nostre aziende edili artigianali. Sarebbe questa l’immigrazione “utile”, anzi “indispensabile”.
L’Europa ha risolto il problema dell’immigrazione in termini “etico-giuridici”: ha diritto d’asilo chi è perseguitato in patria da regimi oppressivi e oscurantisti. Il magistrato che deve decidere se l’immigrato ha diritto di venire in Italia, non considera gli aspetti “economici”. Nessuno si preoccupa di programmare il numero di immigrati che sono in grado di inserirsi utilmente nel tessuto produttivo del paese ospitante.
Come conseguenza naturale della mancanza di lavoro per tutti, le Città e i dintorni si riempiono di una classe povera e spesso malvagia, raccolta nelle abitazioni più misere, che vive di accattonaggio e di furto.
La Repubblica popolare cinese concede asilo agli stranieri, soltanto per motivi “politici” (art. 32 Costituzione). Non sono presi in considerazione i diritti umani. L’art. 36 della stessa Costituzione prevede che “nessuno può far uso della Religione per impegnarsi in attività che disturbano l’ordine pubblico o interferiscono con il sistema educativo dello Stato”. Un Iman che predicasse contro il capitalismo comunista cinese sarebbe arrestato senza processo. Il diritto per lo studente mussulmano di assentarsi da scuola durante il ramadan, non è previsto.
La crisi economica che attraversa l’Europa accresce la disoccupazione e questo spiega perché i tedeschi ricordano con disagio la politica delle “frontiere aperte” di Angela Merkel.
L’altro luogo comune è che l’immigrato paga le tasse mentre l’italiano tende ad eluderle. Non è così: le badanti e i camerieri che prestano servizi alla persona in un paese di “vecchi”, pretendono di ricevere in nero una parte sostanziale della retribuzione. L’immigrato capisce sul campo che se dichiarasse l’intero salario non gli resterebbero i mezzi per vivere, perché il costo delle bollette del gas e della luce in Italia è tra i più elevati al mondo. Ciò dipende dal fatto che le aziende fornitrici di servizi che sono subentrate agli Enti locali, devono distribuire dividendi agli azionisti secondo le logiche di mercato.
L’immigrato ha ormai scoperto che il nostro paese non è più la Terra promessa. A questo punto voglio stupirvi: l’immigrato che viene da noi per lavorare e resta disoccupato, ha diritto ad essere mantenuto a spese dello Stato in modo dignitoso. Limiterei quindi il reddito di “cittadinanza” al solo immigrato, escludendolo per l’italiano che rifiuta di svolgere un mestiere. Fin qui mi sono limitato a riprendere il dibattito politico più ricorrente. Vorrei ora ampliare l’orizzonte cercando di capire quali sono stati gli effetti di un fenomeno che è comune alle democrazie occidentali: la dislocazione all’estero delle commesse produttive.
Ad esempio, il trasferimento delle aziende del lusso italiane, non solo ha ridotto i posti di lavoro, ma ha compromesso il patrimonio professionale del nostro artigianato.
La Cina è diventata il centro di “assemblaggio” mondiale più efficiente e Trump scopre che il suo tentativo di riportare in patria i centri di produzione, sta fallendo per mancanza di professionalità della mano d’opera americana. Da paese assemblatore, la Cina è diventata produttore diretto della tecnologia ed è in grado di conquistare spazi di mercato attraverso l’impiego di una mano d’opera sempre più agguerrita, in grado di rispettare i tempi di consegna delle commesse.
I lavoratori cinesi hanno vinto sul campo. I lavoratori italiani che costruivano i convogli ferroviari con un ritardo di qualche anno facendo sborsare all’Ansaldo Breda penali da capogiro (tanto pagava lo Stato), non esaltavano certo la serietà professionale e l’affidabilità dei metalmeccanici italiani nel mondo. In questi casi è ridicolo enunciare il “diritto al lavoro”, bisogna avere il coraggio di condannare senza riserve la “classe lavoratrice inefficiente” sindacalmente tutelata.
Bisogna anche avere il coraggio di affermare che la svendita delle aziende di Stato e l’applicazione dei rigorosi principi della competizione imposti dall’Europa a partire dagli anni Novanta, sono dipesi in gran parte dall’inefficienza diffusa dei lavoratori. Il fattore competitivo vincente del sistema cinese è costituito dalla brevità dei tempi decisionali d’impresa, reso possibile da un modello di governo diretto da un partito unico che rappresenta la continuazione ideologica delle autocrazie nazional-socialiste del ventesimo secolo e che ignora il “parlamentarismo”. Nel mondo occidentale, è facile verificare che gli uffici pubblici allargano le proprie competenze limitando la fascia di autonomia delle persone e degli enti.
Le corvée poste a carico delle aziende, limitano la libertà di intraprendere a vantaggio di una burocrazia che acquista spazi insopportabili. Tutto ciò è avvenuto per la conclamata esigenza di far rispettare le “Regole”. I cinesi sanno che le leggi vanno maneggiate con cura e parsimonia. Sono le migliaia di “botteghe” cinesi senza vincoli, a spazzare via i nostri piccoli imprenditori che vendono o chiudono i loro negozi perché non sono in grado di sopportare il peso delle burocrazie. A costo di fare indignare le sacre vestali del diritto e dell’etica, occorre ricordare che le grandi ricchezze delle nazioni si sono prodotte durante i “periodi nascenti” dell’economia, come è accaduto in Europa e negli Stati Uniti e sta oggi accadendo in Cina. Trump cerca di ridimensionare le burocrazie pubbliche con licenziamenti di massa. Ci vorranno decenni per rimediare ai mali provocati dalle burocrazie invasive, imposte dai giuristi “democratici”.
