Destra e sinistra a caccia di voti e di alleati, è l'effetto del prossimo referendum (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
In politica si va alla disperata ricerca di nuovi amori. Forse per via di un referendum ancora in bilico tra il sì e il no. Chi vincerà? Questo è l’interrogativo che mette in subbuglio i Palazzi, i quali, appunto, si guardano intorno per trovare “alleati” fino a ieri impensabili. A destra, si blandiscono quei parlamentari dubbiosi che ancora non sanno a chi dare la loro preferenza. A sinistra, ci si rivolge a chi, magari, ha trascurato il mondo in cui era coinvolto perché non credeva più alle false promesse ed ai continui litigi che tutto hanno prodotto tranne che il bene del Paese. Dove pescare le preferenze che potrebbero essere determinanti per il voto di marzo? Non è un interrogativo facile perché a parole si sostiene una cosa nei fatti un’altra.
Per il momento, quindi, non si va sull’altare per sposarsi, ma almeno si strappa un mini-fidanzamento che rende il panorama ancora più complicato di quello che già è. Forse la maggioranza non è più sicura di vincere come lo era fino a qualche tempo fa; dunque, bisogna darsi da fare senza perdere altro tempo prezioso. La pesca è’ nei cosiddetti cespugli politici che balbettano e ancora non sanno, quindi non si esprimono. Tornano alla ribalta personaggi che erano scomparsi dal palcoscenico di Montecitorio o Palazzo Madama. Ad esempio, Rosy Bindi. Chi lo ricordava? Sembrava sparita e, invece, eccola qui, pronta a dire la sua per non essere fraintesa. “Sono sempre stata di sinistra”, sostiene sillabando le parole. “Però mai comunista”, aggiunge.
Che cosa vuol dire? Voterà per il no senza alcun dubbio? Fascismo e comunismo sono due fenomeni cancellati dalla storia, inutile parlare ancora di falce e martello o di saluti romani. Possono essere rigurgiti momentanei per poi scomparire dalla mattina alla sera. Sulla ribalta torna anche un esponente di spicco della destra, Gianfranco Fini, che sedici anni fa era stato travolto da uno scandalo che lo aveva praticamente escluso da ogni possibilità di un “rientro”. Al contrario, ricompare in un contesto in cui può dire la sua: “Elogia Giorgia Meloni che conosce bene fin da quando, giovanetta, muoveva i primi passi alla Garbatella, il quartiere di Roma dove era nata ed aveva combattuto le sue prime battaglie. Allo stesso tempo, per non apparire troppo di parte, l’ex segretario del Movimento Sociale ed ex presidente della Camera, critica Donald Trump per come si sta comportando con l’Europa, un alleato di sempre.
Le promesse non sono sufficienti, bisogna andare alla ricerca di fatti per non essere “traditi” all’ultimo momento. Antonio Tajani, che mangia politica giorno e notte, va al sodo e decide di fare la corte a Carlo Calenda, un personaggio che ha idee ben precise le quali a volte combaciano con quelle di Forza Italia, il partito che ha ereditato da Silvio Berlusconi. Lo invita alla kermesse che si svolge a Milano (tre giorni pieni di discussioni e di proposte per il futuro) e ritiene di essere nel giusto perché il leader di Azione affronta argomenti sui quali Forza Italia è pienamente d’accordo. “Se son rose fioriranno”, si lascia sfuggire Calenda ed ecco che i Palazzi si interrogano, perché questa è una mossa che pochi si aspettavano.
Potrebbe essere (o anzi lo è) la replica che la maggioranza insegue vista la reiterata inimicizia di Matteo Renzi che ogni giorno ne inventa una pur di dimostrare quanto il governo stia portando il Paese sulla strada sbagliata. “La Meloni deve smettere di baciare la pantofola di Trump”, continua a sostenere il leader di Italia Viva. “O di illudere gli italiani con false promesse fatte durante la campagna elettorale che la portò a Palazzo Chigi”. Se si voleva andare alla ricerca di voti, non si poteva certamente trovarli nel cerchio magico di Renzi. Tajani è stato il primo a comprendere che qualcosa si poteva ottenere da quel centro che aveva sancito la definitiva rottura tra Azione e Italia Viva.
Matteo Salvini è un alleato della Meloni, ma ogni giorno ne inventa una pur di strappare un titolo sui giornali. Ora, malgrado lui lo abbia smentito, punta il dito contro il generale Vannacci che pare intenzionato a staccarsi dalla Lega per creare un suo movimento. “Chi rompe con noi non ha futuro”, afferma con forza e tutti i più autorevoli commentatori scrivono che lui ha voluto parlare a suocera perché nuora comprenda.
Pur se super impegnata nella difficile situazione internazionale la premier non ha dimenticato che il 22 e il 23 marzo si voterà per un referendum che avrà grande importanza per il futuro del Paese. Lei è convinta che molti ex democristiani che oggi si identificano nei moderati e nei riformisti del Pd, potranno schierarsi con il si. Perciò, li corteggia, indica loro quanto i dem odierni siano sempre più oltranzisti e orientati a sinistra. Li convincerà? È un altro degli interrogativi a cui il popolo sovrano dovrà rispondere quando dovrà scegliere fra una riforma della giustizia e non.
“Venga a dirlo in Parlamento”: è questo lo slogan preferito dalla minoranza ogni qual volta sorge un problema che riguarda il nostro Paese. Un ritornello che difficilmente cambia. “Perché il governo della Meloni non ha altri argomenti”, tuona la sinistra. “Gli avversari sono ripetitivi, mai un progetto che possa essere discusso con la dovuta attenzione”. “Vanno avanti a forza di decreti”, replicano i dem e i loro cespugli. “Questa è la loro democrazia”, aggiungono. Un refrain che si ripete ogni giorno e la gente è stanca di dover leggere o sentire sempre le stesse cose.
