I problemi reali della Giustizia in Italia, Autonomia e Referendum (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Prima di affrontare l’argomento “Giustizia” bisogna fare una premessa: Il “popolo” chiamato a votare i Referendum, non è interessato al problema dell’”Autonomia” di cui non percepisce il significato. Il popolo esprime un’impressione, non una valutazione tecnica: vota considerando la sorte giudiziaria di qualche parente, amico, conoscente o sotto l’influsso di particolari eventi sociali. L’inciso costituzionale secondo cui la giustizia è amministrata in nome del popolo equivale a quello del partito comunista cinese che dirige le masse o dell’antico monarca investito da Dio.
La Magistratura non ha alcun rapporto con il “popolo” perché i giudici non sono nominati a seguito di votazioni dirette o di elezione parlamentari. Essi vincono un concorso, restano in carica a vita e sono inamovibili. Non lo dico per fare demagogia, trovo anzi che un magistrato non deve essere “eletto” come il “prosecutor” americano, ma deve essere un esperto di grande valore, lontano dai maneggi della politica. La Costituzione difende l’Autonomia della Magistratura come mezzo per garantire l’indipendenza di ciascun Magistrato.
Tuttavia, la Magistratura non garantisce l’indipendenza del singolo magistrato quando esistono meccanismi interni di condizionamento paragonabili a quelli dei partiti. Mi sono sempre chiesto per quale ragione si combattono feroci battaglie tra le “correnti” interne per avere quote di “consenso”. Se le carriere e gli stipendi sono garantiti a prescindere dal grado, se i posti di comando sono assegnati tenendo conto di parametri oggettivi di merito, per quale ragione esiste un criterio di “spartizione” secondo un manuale analogo al “Cencelli”? E, più ancora, il presidente di un Tribunale o un procuratore capo che sono soggetti soltanto alla Legge, che interesse cogente possono avere per andare ad occupare quei ruoli?
Quando vengono alla luce i Manuali alla “Palamara”, capisci qualche cosa di più della Cittadella del Diritto, capisci in particolare che il Magistrato può essere indipendente dalla Politica “esterna” ma condizionato da quella “interna”. Le “correnti” della Magistratura usano le stesse tecniche dei partiti e delle massonerie che fanno credere di essere indispensabili per fare carriera.
Il principio di Autonomia deve essere garantito non solo verso le gerarchie, ma, principalmente, verso il “popolo”. Negli Usa si sono verificati casi di assoluzioni o condanne a seconda del numero di fax inviati ai giudici. A prescindere dall’esito, sono soddisfatto della decisione del Tribunale del Riesame di Genova che riguarda Mohammad Hannoun, perché i giudici non si sono fatti condizionare dalle manifestazioni di Piazza organizzate dai movimenti pro Pal.
Il Referendum sulla Giustizia della prossima primavera, mette forse in discussione l’Autonomia della Magistratura stabilita dall’art. 101 della nostra Costituzione, un bene prezioso come l’aria che si respira? Prima di rispondere dobbiamo ricordare che l’Autonomia dei Magistrati, era prevista dall’art. 112 della Costituzione sovietica ed è prevista dall’art. 120 della attuale Costituzione Russa e perfino dall’art. 126 di quella Cinese.
Non è dunque un articolo della Costituzione a stabilire se e quando la Magistratura è indipendente dagli altri poteri statuali. Il vero problema dei rapporti tra Giustizia e Parlamento sta in questa domanda: a chi spetta il ruolo di interpretare le leggi?
Lo Statuto Albertino (art. 73) conferiva tale potere al Parlamento, così come l’art 18 della Costituzione cinese che l’affida al Comitato Permanente dell’Assemblea popolare nazionale. Tale conclusione non sembra del tutto peregrina, dal momento che il migliore interprete delle Leggi dovrebbe essere l’Organo che le approva, come affermavano i comunisti e i socialisti nel dopoguerra.
L’esperienza della Corte costituzionale italiana, unica depositaria del potere di interpretare le leggi, contro le cui decisioni non è ammessa alcuna impugnazione (art. 117), non ha dato buona prova. Come è del resto discutibile il principio della “Costituzione rigida” (art.138), che sarebbe inconcepibile in Inghilterra, il cui Parlamento può modificare qualsiasi Norma con legge ordinaria. Il governo laburista ha presentato alla Camera dei Comuni un disegno di legge per abolire i 92 “membri ereditari” della Camera dei Lord, e per ridurre le funzioni della Camera Alta. Non c’è stato bisogno di una consultazione popolare all’italiana, che diventa uno scontro indipendente dal contenuto dei quesiti, come si sta verificando per il Referendum sulla Giustizia.
In tutti gli Stati e sotto qualsiasi governo i Pm hanno l’esclusiva dell’azione penale e l’obbligo di esercitarla, seppur con diverse “prerogative”. Al momento, non ho notizia di iniziative della Pubblica Accusa nei confronti di Putin e di Xi Jinping o di loro ministri che inviano i poliziotti per reprimere i moti di piazza. Segnalo inoltre che il Pm francese e quello americano hanno maggior potere di quello italiano perché possono “archiviare” autonomamente in assenza di prove, mentre il nostro Pm deve farsi autorizzare dal Giudice.
I Pm arrestano o liberano l’imputato sulla base della “giurisprudenza”, che non dipende da loro. L’arma “delittuosa” utilizzata dai Pm di Mani Pulite è stata l’interpretazione “innovativa” sul falso in bilancio da parte dei Tribunali e della Cassazione. Non appena i Parlamenti espressi dai partiti beneficiari della rivoluzione “meneghina” hanno cambiato la legge a proprio vantaggio, l’azione dei Pm si è interrotta o comunque attenuata. Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega sono il risultato “politico” di Mani pulite.
Per quale motivo si vogliono separare le carriere dei Pm da quelle dei giudicanti? Le attuali forze parlamentari di maggioranza pensano di impedire la “commistione” tra inquirenti e giudici. La classe dirigente (politica, economica e burocratica) si sente “assediata” da un potere che invade il campo d’azione del Parlamento, del Governo e delle amministrazioni pubbliche. Si tratta dunque di un confronto tra Magistratura e le nuove élites che non vogliono fare la fine dei partiti della Prima Repubblica.
La questione è mal posta perché non si affronta l’unico problema reale della Magistratura italiana: i tempi della Giustizia. La domanda “chiave” alla quale la classe politica deve dare una risposta agli italiani è la seguente: perché il reato di furto era perseguito con pene meno severe durante il periodo fascista del “Codice Rocco”, rispetto all’Italia “democratica” di oggi? Perché i nostri Riformatori, di ogni colore, non appena arrivati al potere “inaspriscono” le sanzioni penali?
La risposta è semplice: perché i reati, quelli più odiosi per il cittadino comune, si prescrivono prima della chiusura dei processi e di fatto non vengono perseguiti. I delinquenti che aggrediscono i passeggeri dei treni contano sull’”immunità da prescrizione”. Non lo dico io, lo dicono gli stessi Pm nelle loro pubblicazioni sindacali degli anni Novanta: “Dal momento che i tempi della giustizia in Italia sono troppo lunghi e i casi di prescrizione frequenti, l’unico modo per far scontare la pena e attenuare l’idea diffusa dell’impunità è quello di arrestare l’imputato pima del processo”.
Un principio che si è applicato alle classi dirigenti e non agli assassini. Ancora oggi l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nei suoi comizi televisivi, si scaglia contro i “colletti bianchi” ma ha qualche difficoltà a proporre interventi per mantenere l’ordine pubblico. La supremazia dei Pm dipende dal fatto che il cittadino non può attendere i tempi della giustizia. La minaccia dell’esposto alla procura, in genere incute “timore” nel destinatario e lo induce a trovare una rapida intesa. Negli USA, la macchina tributaria è più efficiente di quella giudiziaria e il cittadino teme l’ispettore del fisco più del giudice. Questo “timore” si attenua da parte dell’immigrato senza dimora che vaga e si nasconde nelle vie delle Città metropolitane. Insomma, il Pm non fa paura ai “diseredati”.
Il principio costituzionale garantista secondo cui il cittadino è innocente fino a sentenza definitiva, ha avuto conseguenze “sociali”. Lo abbiamo appreso dai dibattiti televisivi sentendo la voce dei Magistrati. Ricordo in particolare il dott. Davigo che domandava agli italiani: “mandereste vostro figlio a studiare da un insegnante indagato per pedofilia”? La domanda era collegata al problema della durata dei processi e della “prescrizione” dei reati.
Per istruire un processo in Italia occorrono almeno tre anni. Considerando i tre gradi di giudizio, la prescrizione “media” è di cinque o sei anni. L’asticella delle “pene” deve essere aumentata per adeguarsi all’inefficienza della nostra giustizia. Se le sentenze definitive arrivassero in tre anni come avviene in altri paesi, se il delinquente immigrato o stanziale, se i giovani che delinquono, sapessero di scontare effettivamente la pena, l’area dell’”impunità” potrebbe restringersi. La donna Rom che scippa i passeggeri nella stazione Termini sa perfettamente di uscire dalla prigione il giorno dopo l’arresto da parte della polizia.
Non è attraverso il richiamo ai principi costituzionali che si capisce se la Magistratura sia dipendente dal Governo oppure al servizio dell’opposizione, se è efficiente o maldestra. L’unico metro di giudizio “obbiettivo” è la durata dei processi, la percentuale delle sentenze riformate, l’importo che deve pagare lo Stato per risarcire i cittadini che hanno subito un’ingiusta detenzione. Tutto il resto è demagogia. Stupisce ad esempio che anche i politici che stanno dalla parte dei Giudici, concordino sul fatto che la Magistratura nel suo insieme non risponde alla richiesta di Giustizia del paese.
Per concludere, voglio considerare la “pensata” dell’attuale governo di introdurre la “responsabilità familiare”: i genitori devono pagare i danni causati dai figli che commettono reati. L’idea risale all’epoca feudale.
Sino al 1721 vi fu in Giappone l’usanza di ritenere un’intera famiglia responsabile della condotta di ciascuno dei suoi membri: i figli adulti di un uomo condannato alla crocifissione o al rogo venivano giustiziati con lui. Yoshimune abolì la responsabilità familiare e pose fine al medioevo giapponese. I moderni legislatori hanno reintrodotto l’antica norma applicandola ad imprese, organizzazioni politiche o squadre di calcio, e salutano questa regressione come una “necessità” delle stesse democrazie. Se un amministratore emette fatture false, dà o prende mazzette, inquina l’atmosfera, è l’Ente sociale a rispondere dei danni salvo che non dimostri di avere approvato “codici” di comportamento “etici”.
Sullo stesso piano, la famiglia andrà indenne da responsabilità qualora dimostri di avere educato i figli secondo sani principi, risultanti da adeguata documentazione cartolare: “il coltello non si deve mai portare in tasca, il sesso predatorio è illegale, ammazzare una persona non è come prendere il Viagra, rubare è immorale, la droga ti riduce ad ameba, non si devono percuotere i professori, i tuoi amici che studiano non sempre sono secchioni/ruffiani, i social sono una malattia endemica. Se trasgredisci a queste norme ti caccio di casa”. Sto parlando dell’agguato ai danni di un maestro, aggredito dal “Re dei Maranza”, a Torino. Il ragazzo è stato arrestato e la scuola ha chiesto un milione di risarcimento. Vedremo cosa accadrà alla famiglia del “bulletto-assassino” nella Città di La Spezia.
Vi dico cosa penso di questo provvedimento con la storiella che i professori di Harward sono soliti raccontare agli studenti di economia del primo anno. Un pastorello, attraversando i binari del treno con il proprio gregge, aveva provocato il deragliamento delle carrozze. La società ferroviaria subì un danno di dieci milioni di dollari. Si pose allora il problema se avviare o meno un’azione di risarcimento nei confronti del pastore e per quale importo. Alla fine, prevalse la linea legalista e fu richiesto un risarcimento per l’intero danno, con il risultato che alla fine fu invece il pastore a ottenere il risarcimento per le pecore perdute. Resta ancora dibattuta la questione: sulla base di quale valore dovevano essere liquidate le parcelle dei legali delle ferrovie: di dieci milioni di dollari o del valore del gregge?
