Mojtaba Khamenei nuova guida spiriturale dell'Iran (foto Ansa)
Se ci si illudeva che dopo la morte di Khamenei l’Iran potesse cambiare oggi potrà essere certo che tutto rimarrà come prima. Dopo mille titubanze, chi guiderà il Paese sarà un altro dittatore, il secondogenito della ex guida spirituale ucciso in un agguato dal binomio Israele Stati Uniti. Insomma, tutto cambi perchè nulla cambi. A Teheran e dintorni, ogni cosa rimarrà come prima: la violenza, la morte per chi è contro, le donne ridotte a schiave.
Mojtaba lo ha sempre sostenuto e non è arretrato di un passo in questi ultimi giorni: le sue parole, il suo atteggiamento è uguale a quello del padre se non peggio. Questo significa che la guerra sarà lunga, che la prospettiva di una tregua si allontana, che le bombe e i missili continueranno a farla da padrone in tutto il Medio Oriente. Addio possibilità della riapertura di un dialogo se al vertice dell’Iran rimarranno gli uomini di sempre.
Israele ha risposto immediatamente alla decisione di Teheran: “Lo uccideremo, farà la stessa fine del genitore”. Il che vuol dire che non ci sarà spazio (almeno per il momento) per un dialogo che possa sfociare nella pace. Cosa ci dovremo attendere da oggi in poi non è difficile immaginarlo, se l’Iran è lo stesso di prima e se Trump non arretra di un passo perchè ritiene che il nuovo leader deve avere il suo beneplacito. In parole semplici, se il vertice non muterà,”noi non torneremo indietro perchè vogliamo che tutta quella regione abbia un assetto diverso, dove non ci siano guide che siano contro i principali diritti del vivere civile”.
Il mondo trema, il pericolo di un conflitto nucleare fa paura non solo all’Europa. Così, l’economia traballa, il petrolio arriva a sfiorare il prezzo di cento dollari al barile e non è detto che questa pazza corsa abbia termine. Le ripercussioni si toccano con mano: in Italia, ad esempio, fare un pieno per la propria macchina vuol dire sborsare diversi euro in più. Chi strumentalizza il momento cerca di fare affari d’oro con speculazioni che non hanno nessuna ragion d’essere. Giorgia Meloni si fa sentire, non aspetta un attimo per dire la sua e promette urbi et orbi di essere implacabile dinanzi a questi signori. Le accise saranno presto ritoccate, la borsa della spesa non dovrà avere scossoni per i poveri ed i meno poveri.
L’impegno del governo c’è, ma non è il tempo degli accordi fra destra e sinistra nel tentativo di risolvere una situazione che potrebbe diventare esplosiva. Ormai, mancano pochi giorni al referendum, è un voto che potrebbe diventare un vero e proprio spartiacque fra la maggioranza e l’opposizione. Perchè se il no dovesse prevalere sul si, l’iter del governo non sarà facile anche in vista delle politiche del 2027. È chiaro che la sinistra non bada a nulla, pur di raggiungere i propri obiettivi: sente (a ragione o no) che il voto popolare potrebbe dare una spallata agli uomini e alle donne che guidano il paese. I guai internazionali possono attendere: in fondo si tratta di pazientare meno di due settimane. Poi si vedrà, perchè non è detto “che il governo non cada in tilt” se dovesse avere la peggio.
Giorgia Meloni si affanna a ripetere che non si tratta di una competizione che possa far decidere quale sarà il futuro del Paese. “Se gli italiani vogliono dire che debbono andarmene a casa avranno la possibilità di confermarlo il prossimo anno. Per ora, non abbiamo nessuna intenzione di mollare e continueremo a batterci come abbiamo fatto da quando mi sono trasferita a Palazzo Chigi”.
Stando così le cose, ogni scusa è buona per sferrare i propri attacchi. Si è messo di mezzo pure Donald Trump che sulle colonne del Corriere della Sera si è sperticato in elogi per la premier. “È una grande leader, ci aiuta sempre”. Eccolo il verbo su cui l’opposizione si butta a capofitto. Che cosa vuole dire quella frase del tycoon? “Che noi siamo in guerra, che partecipiamo in toto a quel conflitto che potrebbe sconvolgere il mondo?”. È inutile che il presidente del consiglio continui a ripetere che l’Italia è neutrale, che non è nè per il si, nè per il no. L’opposizione la incalza e desidera che queste affermazioni le venga a ripetere in Parlamento, dove potranno esserle poste domande che possano metterla in difficoltà. Insomma, è una guerra nella guerra, ma non sarebbe meglio rimandarla visto il pericolo che si annida in Medio Oriente?
Niente da fare, sono giorni troppi importanti che non possono rimanere senza una spiegazione plausibile. Elly Schlein è scatenata, Giuseppe Conte le fa eco ed è una gara fra i due a chi è più velenoso, perchè c’è in ballo pure il futuro della leadership della sinistra. I fedelissimi della segretaria non sono da meno e sparano a pallettoni contro quegli esponenti del Pd che hanno detto chiaro e tondo che voteranno per il si. “Siamo stanchi di avere come guida una persona che si comporta come Ponzio Pilato. Deve essere chiara, vogliamo sentire dalla sua voce che è contro quel signore che la considera una grande amica”.
Una destra suddita, il ritornello è sempre lo stesso, non cambia di una virgola e mercoledì sarà il giorno in cui l’opposizione affilerà le armi. Quella mattina la premier sarà in Parlamento ed è lì che la attendono i suoi nemici. Potrebbe essere un giorno assai significativo perchè se l’assalto fosse respinto, la Meloni potrà guadagnare qualche punto ed essere più ottimista quando il 23 marzo, nel tardo pomeriggio, si sapranno i risultati di questo benedetto (o maledetto) referendum.
