Trump parla alla stampa (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Probabilmente è esagerata la notizia circolante, ma assente sui principali mass media (giornali e tv), che oltre 30 generali si sono rifiutati di eseguire l’ordine di Trump di invadere l’Iran. È però certo che il ministro delle Guerra Pete Hegseth ne ha licenziati 12 e fatto dimettere il capo di Stato Maggiore della US Army, generale George Randy. I generali silurati hanno letto di sicuro il libro Labirinto Iran, e perciò sanno a cosa va incontro un’invasione di terra, a partire dal fatto che ci vuole un esercito invasore di due milioni di soldati, destinati a essere logorati e tritati come in Afganistan.
Il cafone e burino miliarduto ignorante assoluto, che parla come un gangster e si comporta più da padrone chapliniano del mondo che da presidente di un grande Stato democratico, invece sicuramente non lo ha letto. Altrimenti saprebbe che con l’invasione dell’Iran, che minaccia un giorno sì e uno no, si infilerebbe nella più rovinosa delle nove opzioni che un gruppo di sei specialisti ex alti dirigenti diplomatici, della CIA, della Casa Bianca e dei più prestigiosi think tank USA, a partire dal Saban Center for Middel Est Policy del Brookings Institute che le ha pubblicate, ha studiato e proposto nel 2009 all’allora presidente Barack Obama, fresco vincitore delle elezioni come inquilino della Casa Bianca. Ma andiamo per ordine.
Le nove opzioni e la lezione ignorata della storia
Le nove opzioni sono:
- la persuasione, con le buone o con le sanzioni;
- il dialogo;
- l’invasione militare;
- gli attacchi aerei per destrutturare l’Iran;
- l’intervento di Israele, detto anche “Ci pensa Bibi”. Dove Bibi sta per Benjamin Netanyahu, che in effetti ci sta già pensando e agendo;
- l’insurrezione popolare;
- il sostegno ai gruppi di opposizione;
- il colpo di Stato militare;
- il contenimento, riedizione della politica del Containment nei confronti dell’Unione Sovietica, della Cina e di Cuba da “contenere” a tutti i costi, politici, industriali, economici, finanziari e – se del caso – militari con l’aiuto dei loro nemici, vedi l’Afganistan per l’Unione Sovietica, che lo aveva invaso, Taiwan per la Cina e i fuorusciti cubani usati da John Kennedy per tentare di invadere Cuba.
Cuba che li ha rigettati in mare con la clamorosa sconfitta alla Baia dei Porci dei fuorusciti invasori, armati e addestrati dalla CIA. Di ogni opzione i sei specialisti tracciano i vantaggi, gli svantaggi e i rischi. E alla fine propongono un mix delle 9 opzioni con il capitolo conclusivo intitolato per l’appunto Combinare le opzioni.
Appena insediato Obama ha annunciato, assieme al suo segretario di Stato Hilary Clinton, moglie dell’ex presidente Bill Clinton, e ha poi ripetuto più volte, la sua volontà di avviare un dialogo col governo di Teheran. Ci ha tenuto però a sottolineare che il suo impegno avrebbe fatto parte di una più ampia strategia del bastone e della carota per spingere Teheran a diventare più malleabile. Obama auspicava un impegno internazionale per imporre all’Iran sanzioni tali da invogliarla a stringere la mano agli USA.
Insomma, Obama tra i nove scenari aveva scelto almeno in parte quello degli accordi pacifici. Trump nel suo primo mandato presidenziale su insistenza di Netanyahu ha preso invece la decisione di ridurre o annullare gli accordi con Teheran sul nucleare e così ha reso noto al mondo che dal labirinto Iran intendeva uscire in modo meno pacifico. Ed ecco infatti che almeno per un certo periodo in Iran compare di colpo l’Isis coi suoi miliziani islamisti fanatici, che prendono la palla al balzo per insanguinare anche Teheran col tentativo di mettere piede in Iran.
È interessante notare che nessuno dei sei autori si maschera con la solita scusa della missione a stelle e strisce di “esportare la democrazia” (anche) in Iran. In tutte e nove le opzioni, dalla pace globale all’invasione militare, gli autori vanno tutti direttamente al sodo senza ipocrisia: parlano infatti solo ed esclusivamente della difesa degli “interessi americani in Medio Oriente”.
I presidenti da Obama in poi si sono barcamenati utilizzando man mano in modo più o meno soft un mix delle nove opzioni, esclusa l’invasione militare e compresa la possibilità di organizzare un golpe. Che sarebbe stato il bis del colpo di Stato portato a termine con Londra nel ’53 con l’”Operazione Aiax” per destituire il primo presidente iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, reo di avere annunciato l’intenzione di nazionalizzare il petrolio. Petrolio del quale l’Iran era – ed è – ricchissimo, ma le “sette sorelle”, cioè la maggiori compagnie USA, inglesi e francesi, se lo estraevano loro, dai pozzi di loro proprietà, pagando a Teheran cifre irrisorie. Il golpe formalmente ha restituito il potere assoluto allo scià Reza Palawi, ma in realtà era esercitato dalla dirigenza militare, quanto mai sanguinaria: oltre a un enorme numero di torturati, si calcola che abbia ucciso non meno di un milione di “comunisti”.
Dopo la cacciata dello scià e il ritorno trionfale dell’ayatollah Ruhollah Khomeini nel ’68 dall’esilio parigino, i rapporti con gli USA sono sempre stati turbolenti. C’è stata anche la cattura il 4 novembre 1979 del personale dell’ambasciata USA da parte di una massa di studenti protetti dai miliziani. Gli ostaggi rimasero prigionieri per 444 giorni. e furono liberati solo il 20 gennaio 1981, subito dopo l’insediamento del presidente Ronald Reagan. Che con gli accordi di Algeri impegnò gli USA “a non intervenire d’ora in avanti né direttamente né indirettamente, politicamente o militarmente, negli affari interni dell’Iran”. Dove il 23 maggio ’97 venne eletto presidente soprattutto grazie al voto giovanile e femminile il moderato Muhammad Khatami, rieletto una seconda volta l’8 giugno 2001. Insomma, c’era di che sperare.
Dopo otto anni di potere senza gravi problemi con la “guida religiosa” Khomeini e col suo successore Ali Khamenei, Khatami, gradito agli USA e all’Europa, puntava a una terza elezione per avviare un vasto e ambizioso programma di riforme democratiche in campo politico, sociale e culturale, compreso l’ampliamento dei diritti femminili, della stampa, lo sviluppo del cinema e la normalizzazione dei rapporti con Israele. Ma il 29 gennaio 2002 il presidente USA George Bush figlio ha avuto la pessima e demenziale idea di inserire senza nessun motivo l’Iran tra i Paesi del cosiddetto Asse del Male composto dai “Paesi canaglia” Iraq, Corea del Nord e Iran, con la successiva aggiunta di Cuba, Siria, e Libia. Questo attacco immotivato alla credibilità, lealtà e immagine dell’Iran ha offeso l’orgoglio e il nazionalismo iraniano e portato per reazione alla vittoria del nazionalista Ahmadinejad, che ha affossato i piani di Khamenei di modernizzazione del Paese. E di tendere la mano agli USA, diventati infatti nel frattempo “il Grande Satana”.
Da notare che lo stesso Bush figlio oltre a far saltare così i ponti con Teheran ha anche fatto saltare quelli con la Corea del Nord rifiutando la sollecitazione fattagli dal presidente della Corea del Sud, il fresco Premio Nobel per la Pace Kim Dae-jung, di firmare l’accordo con la Corea del Nord preparato a fine mandato dal presidente Clinton, purtroppo non rieletto. Con queste due mosse sciagurate, ma scientemente calcolate, Bush figlio confermava la politica del “nemico necessario”: crollata l’Unione Sovietica, il “complesso militar industriale”, la cui vastità e potenza era stata denunciata dal generale in pensione Ike Eisenhower dopo due mandati alla casa Bianca, aveva bisogno di altri nemici per poter continuare a prosperare.
Trump, Netanyahu e la tentazione dell’escalation
Per le esigenze del complesso militar industriale l’Iran da molti anni è dipinto come uno Stato di fanatici che non appena potesse disporre di una bomba atomica la lancerebbe su Israele. A parte il fatto che gli iraniani non sono così stupidi da non sapere che se si azzardassero a lanciare una atomica verrebbero spazzati via dagli USA che di atomiche ne hanno migliaia, se si analizza la politica iraniana senza paraocchi e prevenzione si scopre che, nonostante la teocrazia dal pugno di ferro interno, in politica estera è sempre stata improntata a una notevole prudenza. Eppure di recente, il 28 febbraio di quest’anno, lo storico israeliano Benny Morris, professore emerito di Storia alla Ben Gurion University, in un’intervista a Il Foglio ha dichiarato senza arrossire: “L’occidente fermi l’Iran atomico oppure dovrà farlo Israele. Gli ayatollah giocano con la nostra avversione per la guerra. Sono totalitari e i loro missili, dopo Israele, minacceranno l’Europa”.
Che Israele abbia un’avversione per la guerra è un’affermazione che fa sorridere perché è smentita dalla realtà di un’Israele in guerra con Gaza, la Siria, il Libano e lo stesso Iran. Sempre senza arrossire Ben Morris il 17 giugno dell’anno scorso in un’intervista al Corriere della Sera alle quattro domande finali ha risposto così: “Gli iraniani chiedono: perché Israele può avere l’atomica e noi no? “Perché noi siamo una società democratica occidentale e loro sono un regime fanatico messianico islamico”. E i gruppi messianici fanatici che sostengono Netanyahu?
“Sono piccole minoranze. Almeno per ora. Ma in Iran i fanatici hanno il controllo del bottone rosso”.
Come finirà? “Occorre forzare gli iraniani a rinunciare alla Bomba”. Se non avvenisse? “Finirebbe male. Israele messo nell’angolo potrebbe ricorrere a bombe atomiche tattiche. Ecco perché suggerirei agli iraniani di rinunciare subito all’atomica”.
I “gruppi messianici fanatici che sostengono Netanyahu” nel frattempo non sono più “piccole minoranze”, ma con lo strapotere dei ministri “messianici fanatici” Itamar Ben Gvir, leader del partito Potere Ebraico, e Bezalel Smotrich, leader del partito non a caso chiamato Sionismo Religioso, che sono riusciti a fare approvare la legge ( https://it.euronews.com/2026/03/31/israele-si-alla-pena-di-morte-per-i-palestinesi-condannati-per-attentati-terroristici ) di condanna a morte per impiccagione i “terroristi palestinesi”, Israele è in mano allo stesso tipo di fanatici religiosi che Morris addebita all’Iran. In Israele ormai il “bottone rosso” è in mano a questi fanatici.
Se l’Iran NON ha mai minacciato di bombardare Israele con le atomiche, altrettanto non si può dire di Israele nei confronti dell’Iran. Netanyahu infatti già nel settembre 2006 a un convegno internazionale di tre giorni alla Marc Rich University di Herzliya sul terrorismo concluse il suo discorso scandendo in inglese le seguenti parole: “La questione non è se bombardare Teheran con i missili nucleari. La questione è: quando”.
Parole ricordate in un apposito articolo sul giornale online theglobalpitch.eu, scritto in cinque lingue compreso il russo, dal giornalista italiano Paolo Fusi, presente a quel convegno. Purtroppo Fusi è morto il 31 marzo 2017 e il giornale non gli è sopravvissuto.
Venendo al sodo dei problemi di Trump, che rischia di mettere i piedi in una tagliola che gli potrebbe tagliare non solo quelli, è che si barcamena indeciso nella “combinazione di opzioni” senza sapere che “combinare le opzioni” è la conclusione dell’ultimo capitolo di Labirinto Iran non a caso intitolato “Elaborare una politica integrata sull’Iran”. Trump, miliarduto cafone e presuntuoso, il mix di opzioni lo fa lui in modo decisamente pasticcione anche perché sobillato e in qualche modo eterodiretto da Benjamin Netanyahu, che con l’Iran ce l’ha a morte e da oltre 20 anni si inventa che Teheran è “a un passo” dal produrre bombe atomiche.
Un’invasione impossibile e un equilibrio sempre più fragile
La tentazione di invadere l’Iran – tentazione più folle dell’avere invaso l’Afganistan e l’Iraq e certo non paragonabile alla passeggiata dell’invasione di Grenada – deve fare i conti con una realtà insuperabile descritta con pignoleria da Labirinto Iran: “Studiosi ed esperti di controinsurrezione hanno lasciato intendere che occorrono circa venti responsabili della sicurezza per ogni mille persone per difendere i civili da insurrezioni e altre forme di violenza comuni nella ricostruzione postbellica . Questa proporzione sembra indicare che per l’Iran occorrerebbe una forza di occupazione di 1,4 milioni di soldati”.
Ma non è finita: “Se anche gli Stati Uniti, potendo contare su addestramento, tecnologie e tattica nettamente superiori [a quelle dell’Iran: ndr], potessero dimezzare quella cifra occorrerebbero comunque TUTTI gli elementi in servizio attivo dell’esercito statunitense e del corpo dei marines”.
È vero che nel frattempo, cioè dal 2009, gli USA si sono liberati dal pantano dell’Afganistan e della Siria, motivo per cui potrebbero disporre di una quantità più grande di soldati e marines, Ma è anche vero che quei numeri erano calcolati su una popolazione iraniana di 70 milioni di abitanti, quella del 2009, e che nel frattempo la popolazione iraniana è aumentata di ben 20 milioni di persone. Motivo per cui il corpo d’invasione USA dovrebbe essere composto da più o meno due milioni di persone, tenendo anche conto che nessun Paese, europeo, musulmano, americano o del resto del mondo, parteciperebbe all’invasione dell’Iran. E anche se la cifra potesse essere ottimisticamente dimezzata, resta il fatto che gli USA difficilmente potrebbero permettersi di mettere assieme un milione di militari e tenerli impegnati in Iran per almeno una dozzina d’anni. Durante i quali la popolazione iraniana aumenterebbe di qualche altro milione di persone e le perdite di militari USA sarebbero sicuramente non lievi, tanto da spingere la popolazione USA a reclamare in piazza il ritiro anche dell’Iran.
Come si vede, Trump si è cacciato in un vespaio che potrebbe fargli molto male. Si sta cioè agitando nel labirinto Iran scompostamente e senza una strategia chiara per poterne uscire. Di uscirne vivo non solo politicamente…
Nel frattempo oltre all’uscita con qualche altro Paese dall’area del dollaro come moneta di scambio internazionale, l’Iran ha abbandonato il monopolio USA del sistema di navigazione satellitare GPS ed è entrato nel sistema satellitare cinese BDS. Il cambio di sistema permette all’Iran – e a chiunque lo utilizzi – di lanciare missili, anche su Israele, evitando interferenze devianti e perforando la protezione aerea del nemico. Compreso il sofisticato sistema Iron Dome (Cupola di Ferro) di Israele. Non più lanci di salve di missili e droni per prosciugare la disponibilità di missili antimissili del nemico, compresa quella di Iron Dome, prosciugando però inevitabilmente anche la propria disponibilità, ma lanci singoli dalla precisione devastante.
Ecco spiegato perché Trump non sa a che santo votarsi e che pesci prendere. Rischiando perciò seriamente di prendere solo pesci in faccia. E facendoli purtroppo prendere però in faccia anche a noi.
