(Foto Ansa)
L’Europa, o meglio, gli Stati che ne fanno parte, dovrebbero inviare i propri eserciti in Groenlandia, una forza di cooperazione e sorveglianza, ben inteso. Quantomeno sarebbe un modo per battere un colpo, per dire, ci siamo anche noi! Ma l’Europa è un’entità quasi astratta, più economico-burocratica che politico-strategica, stretta tra chi, in questi anni non l’ha saputa far maturare e chi, invece, vorrebbe farla definitivamente assurgere al ruolo di comprimaria nello scacchiere internazionale.
C’è poco da fare, all’incedere della nuova epoca degli imperi ci siamo fatti trovare impreparati. La linea della storia sulla quale il Vecchio Continente ha galleggiato per anni si è progressivamente assottigliata, e adesso qualsiasi tentativo per recuperare un ruolo appare tardivo e talvolta anche controproducente.
E probabilmente il peggio deve ancora arrivare, perché non va mai dimenticato che «questa Europa», ovvero Macron e Merz con l’appoggio esterno del primo ministro inglese Starmer, tra qualche anno potrebbe essere sostituita «dall’altra Europa», guidata dalla triade Marine Le Pen, Alice Weidel e Giorgia Meloni con il sostegno oltre Manica di Nigel Farage e dell’ungherese Viktor Orbán che, in un siffatto scenario, troverebbero terreno fertile per le proprie ambizioni.
Tutto dipenderà dai prossimi anni. L’Europa che verrà sarà il risultato dei destini politici di Francia, Germania e Regno Unito. Ancora una volta la storia, quella decisiva, passerà tra Parigi, Berlino e Londra, mentre a Roma, nella sofferenza di una destra novecentesca e di una sinistra anonima, si consumerà l’ennesima marginalità italiana. Ma questa è un’altra storia. L’urgenza della stretta cronaca politica, ci obbliga a ragionare sul presente, dove l’Europa si gioca una buona fetta di credibilità.
Soprattutto adesso, che Trump minaccia anche di lasciare la Nato per avere mani libere in Groenlandia, è chiamata ad assumere importanti iniziative, come appunto quella d’inviare militari nella grande isola artica. Il riaffermarsi di una visione del mondo che si fonda sull’idea delle aree d’influenza e dei blocchi di potere tra potenze mondiali, obbliga l’Europa ad un nuovo realismo politico che, come scrive l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) nel suo recente dossier intitolato “Il mondo nel 2026”, dovrà essere “inteso come mix di visione e pragmatismo”.
Certo, non è così semplice come sembra. Anche perché ad ogni passo l’Europa produce macerie, ed il prezzo che paga sul piano degli equilibri interni è sempre molto alto; basti ricordare l’acceso dibattito tra le forze politiche e nelle diverse opinioni pubbliche suscitato dall’approvazione del piano di difesa “Readiness 2030”, che prevede, per i prossimi anni, 800 miliardi di investimenti. E poi ci sono anche i fattori economici e di geopolitica ad interferire e complicare il tutto. La guerra dei dazi è solo l’ultimo degli esempi, un vero e proprio ricatto che ha spuntato sul nascere qualsiasi tentativo di soft power europeo.
Il dossier Groenlandia, anche se ne avremmo fatto volentieri a meno, è l’occasione buona per una maggiore fermezza e determinazione. La presenza militare europea sull’isola aiuterebbe a svuotare in parte le argomentazioni americane e a mandare un messaggio chiaro a Cina e Russia. Ha fatto bene il primo ministro inglese Starmer a proporre questa soluzione. Però fa pensare che sia arrivata proprio da lui, visto che il Regno Unito è fuori dall’Europa.
I pro e i contro di una presenza militare europea ci sono tutti. Se da una parte sarebbe un buon modo per proteggere gli interessi europei senza dipendere totalmente dagli Stati Uniti, dall’altra, se mal gestita, potrebbe anche stimolare un’escalation non semplice da governare. Occorre che la politica faccia il suo mestiere ma per l’Europa forse dovrebbe valere il monito che arriva dalla Spagna, direttamente dal presidente del Governo Pedro Sánchez, il quale ha dichiarato che “essere atlantisti non significa essere vassalli degli Stati Uniti”.
