(Foto Ansa)
Del progetto che fu il Partito Democratico, nato nel 2007 dalla fusione di alcune tradizioni politiche e partiti del centro-sinistra tra i quali, i più significativi, furono i Democratici di Sinistra e la Margherita, ormai rimane ben poco.
Edificato su grandi speranze, progressista e riformista per vocazione, o almeno così dichiaravano le ambizioni iniziali di fondatori e fondatrici, sembrerebbe oggi bisognoso di una nuova identità. Forse sarebbe più corretto dire che un’identità chiara il Partito Democratico non è mai riuscito a costruirla.
La messa a terra delle idee che erano state ben dibattute e definite sulla carta durante la fase costituente, si è rivelata assai difficoltosa. Fin dai suoi primi vagiti, il centro del progetto riformista sul quale si fondava ha stentato ad emergere.
Il cammino del Partito Democratico è stato costellato da un’infinità d’inciampi che ne hanno eroso autorevolezza, consenso e prospettive. Riguardando ai vent’anni trascorsi dalla sua fondazione si fatica a trovare un tempo sereno.
Nel cielo sopra al Nazareno il sole non ha mai brillato veramente, nemmeno quando nel 2014 Renzi portò il partito al 40,81% dei voti nelle elezioni europee: anche in quel caso il partito era funestato da contrasti difficilmente sanabili. Nel 2003, Michele Salvati scriveva che “l’identità di un partito democratico (o riformista, se lo si vuole chiamare così) viene prima dei programmi concreti e dei manifesti elettorali, che oltretutto devono tener conto dei compromessi necessari a costruire una coalizione. Viene dall’analisi dell’attuale fase di sviluppo delle economie, delle società, dei sistemi politici contemporanei; viene dagli strumenti teorici che si adottano per compiere quest’analisi e di conseguenza dalle misure che si ritengono possibili e auspicabili per contrastare gli aspetti più negativi delle tendenze in corso”. (Il Partito Democratico. Alle origini di un’idea politica, Il Mulino, 2003).
Certo, probabilmente nel 2003 il Partito Democratico era la giusta risposta alle “tendenze in corso”, l’evoluzione politica che l’elettorato di riferimento aspettava. Ma allora, viene da domandarsi, perché non ha ottenuto i risultati sperati? Cos’è andato storto? Usando una metafora da Formula 1, si potrebbe dire che la macchina era competitiva, ma nessuno ha saputo guidarla.
E si torna sempre lì, alla classe dirigente. Quella del PD non era ancora matura per la sfida. Sono stati per il partito vent’anni di rigide contrapposizioni, guerre intestine, correnti che si sono combattute senza esclusione di colpi, di addii e ritorni, di leadership consumate come caffè bevuti in fretta e furia, un continuo tentativo di costruire ciò che poi sarebbe stato distrutto un minuto dopo.
Il più delle volte è apparso essere un partito scollegato dalla realtà, più propenso a consumarsi nelle faide interne che a rigenerarsi dentro alle profonde trasformazioni che attorno a lui si stavano compiendo. Sì, il problema del Partito Democratico è stato soprattutto la propria classe dirigente, per buona parte ancorata ad una politica stantia che invece avrebbe dovuto evolversi verso forme e contenuti diversi, una nuova identità del pensare e del fare politica. Si è registrata così una drammatica distanza tra l’elaborazione delle idee e la loro realizzazione, una misura che non è mai stata colmata.
Le recenti defezioni, tra le quali anche quella della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, sono da considerarsi gli effetti ultimi prodotti proprio da questa “guerra dei vent’anni” che ancora si combatte fuori e dento al PD. E non c’è da dubitare che la lista di chi abbandona si allungherà ulteriormente.
Dunque, cos’e oggi il Partito Democratico? Difficile a dirsi. Forse sarebbe arrivato il tempo per l’apertura di un dibattito interno che ne definisse con chiarezza l’identità, una nuova identità. Ma il quadro politico nazionale ed internazionale non lo consente. Nel 2027 si voterà per la guida del Paese. Il centro-sinistra ha già molti problemi da risolvere, e probabilmente non avrebbe la forza per reggere il suddetto chiarimento dentro al PD. Anche perché, chi se ne va si organizza, e visti i sondaggi che girano, per vincere c’è bisogno di tutti.
Lo sa bene il centro-destra, con il crescente fenomeno Vannacci alle porte di casa. Ed allora si andrà avanti così, nella vaghezza, un partito che non è mai corrisposto veramente alle idee dalle quali è nato; un partito che quando poteva cambiare ha scelto di conservare; un partito che rimarrà in precario equilibrio fino alle politiche del 2027, dopodiché delle due l’una: o il PD otterrà un importante consenso, ed allora arriverà la probabile apertura di una fase costituente per definire una nuova identità, oppure, in caso di sconfitta, Elly Schlein andrà a casa, vittima, anche lei, della “maledizione del Partito Democratico“, per lasciare spazio al futuro capro espiatorio o martire, una candela che si consuma lentamente.
