Il nuovo pacchetto sicurezza e la "difesa di chi ci difende": un'analisi politica (foto ANSA) - Blitz quotidiano
“Lo Stato non gira la testa”, tuona Giorgia Meloni e aggiunge indignata: “Difendiamo chi ci difende”. Cioè? Si vuole un Paese che vive giorni tranquilli, che rifiuta la violenza e i cortei di protesta camuffati. Avere opinioni diverse è il sale della democrazia, ma se dietro le marce ci sono i martelli, le spranghe di ferro, i coltelli, gli incendi e la guerriglia contro la polizia a turbarsi sono tutti coloro che vorrebbero alzarsi il mattino e coricarsi la sera senza la paura che si possa essere travolti da qualche manifestazione che metta le città a ferro e fuoco. Il governo vara una stretta che possa far finire questa vergogna che non ha soluzione di continuità.
Ogni giorno dobbiamo leggerne una: addirittura che due poteri dello Stato entrino in un conflitto permanente di cui non si conosce la fine. La polizia arresta, i giudici liberano dopo poche ore chi si è macchiato di un delitto che fa orrore. È il caso di quei “bravi ragazzi” che sabato sera a Torino hanno massacrato di botte un poliziotto per poi colpirlo con un martello quando non aveva più il casco. “È un decretino”, sostiene l’opposizione. Oppure parla ancora più apertamente di “norme liberticide”.
Come ci si può illudere che il Paese torni ad essere una penisola in cui la violenza non deve avere spazio? La verità è che nemmeno dopo quel che è accaduto a Torino le forze politiche hanno trovato una via d’intesa, una strada da percorrere insieme. Sembrava che la svolta dovesse avvenire quando la Meloni e la Schlein si erano sentite al telefono per poter arrivare in Parlamento ad una decisione comune. Destra e sinistra unite per dare un volto diverso all’Italia che tutti sognamo.
Politica divisa, il ruolo del Quirinale e la nuova linea del governo
L’illusione ha avuto lo spazio di un mattino. Sono cominciati subito i primi distinguo, i soliti dubbi che non portano a nulla: Giuseppe Conte che balbetta trovandosi tra l’incudine e il martello, Elly che deve vedersela con le tante correnti che dilaniano il Pd, il generale Vannacci che saluta chi lo aveva “inventato” e portato a Bruxelles diventando così un deputato del Parlamento europeo.
La buriana si infiamma, diventa una nuova guerra che solo il buonsenso e la diplomazia di Sergio Mattarella riescono a placare. Il decreto legge votato e approvato diventa una realtà e da oggi violare alcuni principi sacrosanti di uno stato liberale e democratico diventa oltremodo difficile. Dinanzi a norme ben precise che non possono far sorgere dubbi o interpretazioni chi sbaglia paga finendo in galera dove rimarrà fino a che non abbia scontato per intero la pena.
Sport, moderazione e responsabilità civile
Questa situazione che avrà ancora (purtroppo) ulteriori strascichi ha un palcoscenico che deve unire tutti in nome dello sport. Si inaugurano a Milano le Olimpiadi della neve che avranno come scenario le bellezze delle Dolomiti e della sua perla, Cortina D’Ampezzo. Il capo dello Stato va sul posto con un giorno di anticipo, vuole vedere e parlare con gli atleti azzurri che andranno in cerca di una medaglia. Senza dimenticare che lo sport vuol dire competizione, ma anche alleanza. Cessino in queste due settimane di crepitare le armi, la smettano gli aerei di lanciare bombe sui territori nemici, possano i tanti tentativi di trovare una pace avere un risultato positivo. Eccola la realtà che ciascuno di noi vorrebbe senza se e senza ma.
Arrivi questo grido sino a Roma dove si trovano i Palazzi. Deve trionfare il moderatismo, non il fanatismo degli ultras. I tifosi a tutti i costi debbono rimanere a casa o, al limite, impedir loro di uscire per partecipare a marce che hanno un solo scopo: far trionfare la violenza. Quella no, deve rimanere prigioniera e non creare nuovi danni: il nostro Paese non ne ha bisogno.
I comitati del si e del no, favorevoli o contrari al referendum, conducano la campagna elettorale nell’ambito del politically correct, affinchè il 23 marzo sera si capisca in modo inequivocabile se il popolo sovrano ha voluto o no la divisione delle carriere. Senza interferenze di nessun tipo: i media non debbono sconfinare, hanno il dovere di ricordare il principio della terzietà. Essere super partes e raccontare con precisione quel che avviene.
I simpatizzanti delle curve segnino il passo: a Roma i giallorossi hanno la speranza di rivedere Francesco Totti nella società che lo ha visto nascere e crescere; i biancocelesti non ne vogliono più sapere del presidente Lotito che non ha aperto la borsa per acquistare giocatori che riportino in alto la loro squadra: le gradinate dello stadio Olimpico rimarranno vuote finchè non avverrà la svolta che gli ultras laziali auspicano e vogliono. Roma docet, si diceva una volta E ora?
